Può la politica estera di un Paese essere femminista? All'inizio del suo mandato da ministro degli Esteri della Svezia, l'ex commissario europeo Margot Wallström, socialdemocratica, 60 anni, aveva scommesso di sì: "Combattere per l'uguaglianza di genere non è soltanto un obiettivo di per sé: piuttosto la precondizione per ottenere risultati migliori nel campo dello sviluppo, della sicurezza e della politica estera", aveva detto qualche mese fa. Concetti non nuovissimi, se vogliamo, ma pur sempre incoraggianti: durante tutto il suo mandato da Segretario di Stato, Hillary Clinton aveva fatto della questione femminile uno dei perni della politica estera americana, incontrando attiviste sconosciute in mezzo mondo, premiando personalità ritenute controverse dai governi dei rispettivi Paesi, nominando una vice con lo specifico incarico di seguire gli affari femminili. E guadagnandosi il rispetto delle femministe
di mezzo mondo.
Ma a Wallström non è andata altrettanto bene: a febbraio la ministra svedese ha parlato di fronte al suo Parlamento denunciando le politiche dell'Arabia Saudita, che tiene lontane le donne dal loro ruolo nella società, impone sanzioni "medievali" agli oppositori ed è guidata dalla "dittatura" della famiglia Al Saud. Immediata è scattata la vendetta di Riad, che ha richiamato l'ambasciatore in Svezia, bloccato i visti di lavoro per gli uomini d'affari svedesi, minacciato le imprese svedesi attive sul mercato del Golfo e - addirittura - rimandato indietro due piccole scimmie, dono previsto da tempo del giardino zoologico svedese a quello saudita.
Il braccio di ferro è andato avanti per settimane, fino a quando una lettera personale del re Gustavo a Salman, nuovo sovrano saudita, non ha sbloccato la situazione e fatto tornare al lavoro l'ambasciatore. I giornali vicini al governo sostengono che la missiva conteneva delle scuse ufficiali: Wallström in diverse interviste lo ha escluso, ribadendo la sua volontà di non offendere nessuno ma di sollevare il dibattito su casi importanti come quello di Raif Badawi, blogger condannato a mille frustate pubbliche per aver chiesto democrazia nel Paese. Di fatto però la sua idea di politica estera al femminile ha subito un brutto colpo.
Twitter: @francescacaferr
di mezzo mondo.
Ma a Wallström non è andata altrettanto bene: a febbraio la ministra svedese ha parlato di fronte al suo Parlamento denunciando le politiche dell'Arabia Saudita, che tiene lontane le donne dal loro ruolo nella società, impone sanzioni "medievali" agli oppositori ed è guidata dalla "dittatura" della famiglia Al Saud. Immediata è scattata la vendetta di Riad, che ha richiamato l'ambasciatore in Svezia, bloccato i visti di lavoro per gli uomini d'affari svedesi, minacciato le imprese svedesi attive sul mercato del Golfo e - addirittura - rimandato indietro due piccole scimmie, dono previsto da tempo del giardino zoologico svedese a quello saudita.
Il braccio di ferro è andato avanti per settimane, fino a quando una lettera personale del re Gustavo a Salman, nuovo sovrano saudita, non ha sbloccato la situazione e fatto tornare al lavoro l'ambasciatore. I giornali vicini al governo sostengono che la missiva conteneva delle scuse ufficiali: Wallström in diverse interviste lo ha escluso, ribadendo la sua volontà di non offendere nessuno ma di sollevare il dibattito su casi importanti come quello di Raif Badawi, blogger condannato a mille frustate pubbliche per aver chiesto democrazia nel Paese. Di fatto però la sua idea di politica estera al femminile ha subito un brutto colpo.
Twitter: @francescacaferr