L'affaire Dsk, nel 2011, aveva aperto un vaso di Pandora con testimonianze di volgari avance del socialista a lungo taciute tra giornaliste e donne che frequentavano il mondo politico. Sono passati
quattro anni ma il limite tra seduzione e molestia è di nuovo al centro di accese discussioni dopo che una quarantina di giornaliste hanno pubblicato un appello dall'inequivocabile titolo: "Giù le zampe!". Le
croniste politiche si dicono stufe di subire apprezzamenti fuori luogo, inviti non graditi e battute salaci.
L'appello-manifesto, pubblicato da Libération, non è stato firmato con nome e cognome da tutte le giornaliste, a causa di "situazioni lavorative complicate". Anche i politici non vengono chiamati per nome anche se provengono, precisano le firmatarie, "da ogni famiglia politica e da tutti i livelli di potere".
Il testo cita una varietà di situazioni sgradevoli che le croniste hanno dovuto subire: dalla battuta del deputato in Parlamento che apostrofa le croniste come "prostitute in attesa di clienti", al candidato alle primarie che risponde alla domanda della giornalista solo "perché indossa un bel vestito". C'è la stella nascente di un partito che "insiste per un appuntamento la sera, fuori dall'orario e dai luoghi" di lavoro, e un portavoce che, in aereo durante l'ultima campagna presidenziale, "scatta foto mentre dormiamo prima di condividerle con il resto dello staff". Non si salva l'Eliseo, con il ministro che durante la conferenza stampa continua a fissare intensamente le gambe delle croniste e l'altro che, chiacchierando con i giornalisti sulle loro ambizioni, chiede soavemente alle colleghe, "e voi, mi avete sognato questa notte?". Senza dimenticare quella che sembra ormai una regola aurea, "un'informazione, un aperitivo", quando non si insiste direttamente per "una cena, possibilmente il sabato sera".
Lo scandalo Dsk, insomma, non ha cambiato i comportamento né inibito o spaventato alcuni politici un po' troppo audaci. "Fino a quando la politica sarà in stragrande maggioranza nelle mani di uomini etero più che sessantenni, non cambierà nulla" dicono le firmatarie del testo su Libération, criticate da altre colleghe perché non hanno fatto i nomi dei "molestatori". Ma una lista di pubblica proscrizione non avrebbe fatto la differenza. Chi vuole capire, capirà.
Twitter: @anaisginori
quattro anni ma il limite tra seduzione e molestia è di nuovo al centro di accese discussioni dopo che una quarantina di giornaliste hanno pubblicato un appello dall'inequivocabile titolo: "Giù le zampe!". Le
croniste politiche si dicono stufe di subire apprezzamenti fuori luogo, inviti non graditi e battute salaci.
L'appello-manifesto, pubblicato da Libération, non è stato firmato con nome e cognome da tutte le giornaliste, a causa di "situazioni lavorative complicate". Anche i politici non vengono chiamati per nome anche se provengono, precisano le firmatarie, "da ogni famiglia politica e da tutti i livelli di potere".
Il testo cita una varietà di situazioni sgradevoli che le croniste hanno dovuto subire: dalla battuta del deputato in Parlamento che apostrofa le croniste come "prostitute in attesa di clienti", al candidato alle primarie che risponde alla domanda della giornalista solo "perché indossa un bel vestito". C'è la stella nascente di un partito che "insiste per un appuntamento la sera, fuori dall'orario e dai luoghi" di lavoro, e un portavoce che, in aereo durante l'ultima campagna presidenziale, "scatta foto mentre dormiamo prima di condividerle con il resto dello staff". Non si salva l'Eliseo, con il ministro che durante la conferenza stampa continua a fissare intensamente le gambe delle croniste e l'altro che, chiacchierando con i giornalisti sulle loro ambizioni, chiede soavemente alle colleghe, "e voi, mi avete sognato questa notte?". Senza dimenticare quella che sembra ormai una regola aurea, "un'informazione, un aperitivo", quando non si insiste direttamente per "una cena, possibilmente il sabato sera".
Lo scandalo Dsk, insomma, non ha cambiato i comportamento né inibito o spaventato alcuni politici un po' troppo audaci. "Fino a quando la politica sarà in stragrande maggioranza nelle mani di uomini etero più che sessantenni, non cambierà nulla" dicono le firmatarie del testo su Libération, criticate da altre colleghe perché non hanno fatto i nomi dei "molestatori". Ma una lista di pubblica proscrizione non avrebbe fatto la differenza. Chi vuole capire, capirà.
Twitter: @anaisginori