Come in tutte le guerre di religione, ogni tribù televisiva pensa che la ragione stia dalla propria parte, e che quegli altri imbroglino. Se ora io vi parlassi di Aurora Betti, per esempio, ci sarebbero due interpretazioni del mio gesto. Io sarei convinta di farlo perché è mio dovere svelare la verità, perché sono una pura di cuore e ho visto il grande romanzo italiano e voglio condividerlo con tutti.
Aurora, perfetta fin dal nome da principessa, è colei che martedì, al fidanzato piangente perché cornificato in prima serata a Temptation Island, ha risposto "E quindi?". Unica risposta sensata al rinfaccio d'un tradimento: cosa vuoi mai dire, a uno che protesti "Ma tu eri fidanzata con me", se non "E quindi?".
Ma ogni bravo autore di reality, gli unici romanzi sensati in questo secolo, sa che non basta una battuta estemporanea. Serve il retroterra del personaggio: Aurora bambina che viene riportata in orfanotrofio perché sgradita alla famiglia adottiva. Se i premi letterari fossero una cosa seria, andrebbero tutti agli autori di Temptation Island.
L'altra tribù direbbe che il mio è un posizionamento culturale artificioso quanto quello di chi guarda la HBO. C'è della posa, sostengono i fedeli della tv alfabetizzata, nell'esaltare un reality e argomentare che la grande letteratura stia lì - in una personal shopper che cornifica il fidanzato tatuato - invece di accontentarmi di guardare cose che a ogni livello di lettura sono fatte per farti sentire colto e intelligente. Non potrei applicare tutta quest'analisi del testo a True Detective? Devo per forza fare l'originale?
È che mi annoio, direi se fossi così screanzata da dire la verità. È che le serie televisive rigorosamente prive di senso dell'umorismo, fatte per spettatori che si prendano sul serio, programmaticamente cupe e deprimenti dimodoché il pubblico possa sentirsi profondo (Elizabeth Alsop ne ha fatto un'analisi precisissima sull'Atlantic), quelle serie lì sono roba cui ho fatto gli anticorpi al liceo. Ai miei tempi si andava in cineteca a guardare film farraginosi: ci siamo annoiati talmente tanto, da piccoli, che da grandi possiamo permetterci Aurora Betti.
Twitter: @lasoncini
Aurora, perfetta fin dal nome da principessa, è colei che martedì, al fidanzato piangente perché cornificato in prima serata a Temptation Island, ha risposto "E quindi?". Unica risposta sensata al rinfaccio d'un tradimento: cosa vuoi mai dire, a uno che protesti "Ma tu eri fidanzata con me", se non "E quindi?".
Ma ogni bravo autore di reality, gli unici romanzi sensati in questo secolo, sa che non basta una battuta estemporanea. Serve il retroterra del personaggio: Aurora bambina che viene riportata in orfanotrofio perché sgradita alla famiglia adottiva. Se i premi letterari fossero una cosa seria, andrebbero tutti agli autori di Temptation Island.
L'altra tribù direbbe che il mio è un posizionamento culturale artificioso quanto quello di chi guarda la HBO. C'è della posa, sostengono i fedeli della tv alfabetizzata, nell'esaltare un reality e argomentare che la grande letteratura stia lì - in una personal shopper che cornifica il fidanzato tatuato - invece di accontentarmi di guardare cose che a ogni livello di lettura sono fatte per farti sentire colto e intelligente. Non potrei applicare tutta quest'analisi del testo a True Detective? Devo per forza fare l'originale?
È che mi annoio, direi se fossi così screanzata da dire la verità. È che le serie televisive rigorosamente prive di senso dell'umorismo, fatte per spettatori che si prendano sul serio, programmaticamente cupe e deprimenti dimodoché il pubblico possa sentirsi profondo (Elizabeth Alsop ne ha fatto un'analisi precisissima sull'Atlantic), quelle serie lì sono roba cui ho fatto gli anticorpi al liceo. Ai miei tempi si andava in cineteca a guardare film farraginosi: ci siamo annoiati talmente tanto, da piccoli, che da grandi possiamo permetterci Aurora Betti.
Twitter: @lasoncini