Passaparola

Viaggio nei beni confiscati alle mafie:
un libro sulla "nuova guerra di liberazione"

"Per il nostro bene" della giornalista Alessandra Coppola e dell'avvocata Ilaria Ramoni fa il punto sulla situazione di un patrimonio che varrebbe 30 miliardi e che rimane in gran parte inutilizzato. E racconta i "nuovi partigiani" 

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Togliere ai mafiosi i beni, i soldi, i "piccioli", per far loro grande "danno economico e sociale", secondo le parole precise e taglienti del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Michele Prestipino. Un impegno concreto, logico, ormai da tempo regolato dalla legge e che, da solo, potrebbe colpire a morte la criminalità organizzata e portare nelle casse dello Stato enormi quantità di danaro. Eppure, per questo auspicabile passaggio di ricchezza, non c'è lieto fine. Perché, fra lentezze, cavilli burocratici e carenza di organici, le assegnazioni e i recuperi vanno a rilento e i risultati sono scarsi. Quantificare in termini economici il valore totale dei beni confiscati è difficile, ma una stima credibile anche se approssimativa, indica la cifra di 30 miliardi di euro. Una massa di danaro che, purtroppo, resta in buona parte "congelata" e inutilizzabile. Basti pensare che , al dicembre del 2012, sebbene l'Agenzia nazionale istituita tre anni fa a questo scopo, contasse 11.238 immobili e 1.708 aziende confiscati, una larga fetta di quei beni risultava comunque gravata da ipoteche e si contavano ville danneggiate, luoghi occupati, appartamenti sequestrati solo in parte (e dunque indivisibili) e, ancora, imprese in liquidazione.

Ma, per contrastare finalmente questa realtà negativa, è in corso una "nuova guerra di liberazione", avvertono nel loro recente libro, Per il nostro bene, (Chiarelettere) Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni, giornalista la prima e avvocata la seconda, ambedue impegnate su temi sociali e particolarmente attente alle pratiche antimafia. E, per raccontare chi sono questi "nuovi partigiani" dell'efficienza etica, le autrici hanno compiuto un viaggio nell'Italia dei beni confiscati e "fotografato", con ricchezza di particolari e di dati, la situazione attuale.

La premessa è semplice: il patrimonio dei mafiosi vale una Finanziaria, eppure rischiamo di perdere l'occasione di trasformarlo in ricchezza sociale. Sono indicate con precisione le responsabilità dell'insuccesso: legislazione carente, amministratori non sempre coraggiosi e funzionari di banca troppo spesso impegnati soprattutto a "salvare" i proprietari dei beni a rischio confisca. E, a monte, un'Agenzia nazionale con un organico di sole trenta persone e pochi mezzi. Una rete di inadempienze e carenze che fanno sì che quasi sempre le aziende confiscate, nel passaggio dalla criminalità organizzata allo Stato, falliscano con conseguenti perdite di posti di lavoro.

Ma se il contrasto ufficiale segna il passo e l'oggettiva difficoltà di azione rende difficile il cambiamento, (in appendice al libro, un istruttivo vademecum informativo su come funzionano  attualmente i passaggi tra sequestro, confisca e assegnazione dei beni), la resistenza attiva è cominciata. Ed esistono ormai in tutto il Paese persone, gruppi e realtà (in testa Libera, l'Associazione Antimafia che fa capo a Don Luigi Ciotti) che hanno iniziato a ribellarsi, "per costruire e far nascere la vita dove c'era morte".

Chi gestisce in Italia i beni confiscati alla criminalità organizzata e come sono quantificabili in termini economici?
"Nel marzo 2010, su impulso sia delle istituzioni che della cosiddetta società civile, è nata l'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Un soggetto unico che avrebbe dovuto riunire in sé e potenziare quelle competenze in tema di gestione dei beni confiscati che, in recedenza, erano suddivise tra Demanio e Prefettura. Ci sembra però, che dopo una iniziale forte spinta politica, voluta anche dall'allora ministro Maroni, la volontà di fare realmente funzionare questo organismo sia piano piano venuta meno e, ad oggi, per responsabilità anche di una cronica carenza di risorse umane nonché della mole di lavoro, sempre in aumento per diversi motivi, esiste il rischio concreto che l'Agenzia vada allo stallo. Difficile è dare una seria quantificazione in termini economici del valore dei beni confiscati. L'attuale Direttore, il Prefetto Caruso, parla di una piccola manovra finanziaria, quindi oltre i 30 miliardi di euro, ma non si hanno stime certe. Si consideri che al 31.12.2012 è stata effettuata una stima verosimile solo di parte dei beni immobili confiscati ad opera del Demanio. In passato si era anche pensato di istituire un tavolo interforze (ovvero partecipato da tutte le forze di polizia) per capire come parametrare e adeguare le stime, ma poi non se ne è fatto più nulla".

Come è possibile che la gran parte degli immobili confiscati resti inutilizzabile?
"Sono molteplici i motivi per cui molti dei beni confiscati rimangono di fatto inutilizzati. Gli ostacoli sono i più disparati: occupazioni, ipoteche, immobili non totalmente confiscati e situazioni ambientali molto difficili. Soprattutto quest'ultima difficoltà ci ha molto colpito, li abbiamo chiamati "beni assediati". Si tratta di quegli immobili che sono confiscati, ma che rimangono di fatto totalmente circondati dalle abitazioni dei familiari del mafioso. E così il recupero diviene veramente un'impresa eroica e straordinaria. Noi, tra gli altri, raccontiamo il caso di Platì, in Calabria, dove un gruppo di case indipendenti mai veramente finite (nel classico stile "rustico calabrese"...) vengono confiscate alla famiglia Barbaro-Castani. Circondate da tutta una serie di abitazioni non confiscate, appartenenti alla medesima famiglia, rimangono a tutt'oggi abbandonate e non utilizzate. Sinceramente è difficile immaginare il che fare; forse l'unica alternativa, in questi casi, è pensare a un presidio forte di legalità. Una Caserma, un Commissariato o comunque un servizio che faccia sentire in modo deciso la presenza dello Stato. Non possiamo sempre sperare nell'azione eroica di qualche singolo cittadino o esponente della società civile come è avvenuto a Lamezia Terme con don Giacomo Panizza. Bisogna creare meccanismi oleati che riescano a funzionare da sé, affinché il procedimento di confisca e il riutilizzo dei beni confiscati sia sempre più una linea retta e somigli meno a un gomitolo".

La parte sana del nostro Paese riesce almeno a limitare gli sprechi?
"Nel nostro Paese è stato fatto molto, su questi temi siamo all'avanguardia sia a livello europeo che a livello internazionale, ma dobbiamo stare attenti a non fare passi indietro proprio ora che l'Europa sta per recepire in gran parte la nostra normativa. Basti pensare al riutilizzo sociale dei beni confiscati, un unicum nel panorama internazionale che è anche e soprattutto merito di una grande mobilitazione capitanata da Libera che raccolse oltre un milione di firme per proporre una legge di iniziativa popolare che poi divenne la legge n. 109 del 1996. E' merito di questa legge se oggi possiamo esportare la bellissima esperienza di Libera Terra in tema di gestione e riutilizzo di terreni confiscati alla criminalità organizzata. Esperienza oltremodo positiva perché, oltre al messaggio sociale e culturale, riesce in modo dirompente a trasmettere anche il messaggio economico e produttivo dei beni confiscati. Perché è  su questo terreno che, dopo la legge Rognoni-La Torre del 1982 e la legge n. 109 del 1996, ci giochiamo la terza vera grande sfida in tema di riutilizzo dei beni confiscati, rendendoli produttivi e occasione di lavoro e sviluppo locale. Ed è per questo che, al centro di questo dibattito, dobbiamo necessariamente mettere la sorte e le prospettive delle aziende confiscate alla criminalità organizzata. Dobbiamo scongiurare che ci siano ancora lavoratori che, dopo averlo sperimentato sulla propria pelle, preferiscano lavorare per un mafioso piuttosto che per lo Stato. Dobbiamo scongiurarlo perché è un problema che tocca le basi stesse sui cui è fondato il nostro Paese. Dobbiamo scongiurarlo PER IL NOSTRO BENE".
 
Alessandra Coppola
Ilaria Ramoni
Per il nostro bene
Chiarelettere
pag 160, euro12,90.