Passaparola

Se il quarantenne fa autocritica

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E' LA STAGIONE dei quarantenni e va forte la tentazione di considerare l'età anagrafica in termini di punti qualità. Ma c'è da chiedersi se i rottamatori siano (sempre e comunque) meglio dei rottamandi o  dei già rottamati.
 
Una radiografia, critica e autocritica, dei nati negli anni Settanta è proposta da Non è tempo per noi. Quarantenni: una generazione in panchina, l'ultimo libro del giornalista, scrittore e regista Andrea Scanzi, un titolo che è tratto da una canzone di Ligabue e che tutto dice del lamentoso rafrain secondo cui i quarantenni  avrebbero nel loro dna più mugugni che rabbia, ragione principe per cui, almeno finora, avrebbero perso tutti i treni, vivendo con al centro l'io a posto del noi in una sorta di "terra di mezzo", di "limbo dell'età sospesa, tra il mondo e i balocchi". Una condanna a rimanere, appunto, in panchina. E, perfino quando emergono i talenti, è la tesi del libro, sembrano comunque  tutti destinati a occuparsi eternamente di se stessi e a legarsi  comunque "poco" tra loro.

E' denso di citazioni musicali il saggio di Scanzi, percorso da personaggi nati nei Settanta e  con un diverso destino, nel cinema di formazione come nelle arti e nei mestieri;  attività sempre esercitate volteggiando senza affondi. I nomi, gli episodi e le carrellate d'epoca sono declinati con brillantezza  e ironia, ma non senza cedere a qualche vezzo, come quando parlando di Fabio Volo, classe '72,  l'autore lo definisce "carino ma non troppo, colto ma non troppo, tuttologo ma forse troppo" per poi assicurare tra parentesi : ("giuro che non sto recensendo me stesso").

Severo nei confronti dei suoi coetanei, ma bonario nei toni, il polemista di Il Fatto non risparmia Matteo Renzi con capitoli a lui dedicati dall'esplicito titolo "dire niente, ma dirlo bene".. Insomma l'inventore del termine Rottamazione, avrebbe fatto bingo solo per aver tirato fuori la parola giusta al momento giusto.  Renzi, insiste Scanzi, "è tutto e niente, quindi perfetto emblema del quarantenne", anzi addirittura "sintesi del quarantenne italicus: un po'youppie e un po' impegnato, un po' di sinistra e un po'n di destra..." e via così.

Infine, però,  una via di riscatto Scanzi la propone. Capovolge il titolo della canzone di Ligabue e assicura,  che  quello attuale è invece " tempo per noi". A patto di dire basta alle canzonette con cui la sua generazione si autoassolve. Insomma basta lagne, perché a stare nelle retrovie sono buoni tutti. E dunque è ora, finalmente, di andare in prima fila, riprendersi il "noi" a posto dell'io, e uscire dal guscio, allo scoperto...

Già, sembra facile. La soluzione suona come una sorta di "riprendiamoci l'idelogia", che però è come il coraggio, che se uno non ce l'ha.... Scanzi ragiona su una generazione  che si faccia finalmente completa, più pirata che disimpegnata, e ha  l'ironia sufficiente per guardare e analizzare, per criticare e proporre. Ma , in un panorama che non ha certezze, al buon esito della sua ricetta per quarantenni finalmente diversi, neanche lui sembra crederci  fino in fondo. E per fortuna.

Scanzi, perché la sua generazione è rimasta in panchina?
"Perché non ci hanno dato spazio e perché non abbiamo fatto abbastanza per prendercelo. Il titolo, volutamente, rimanda a Non è tempo per noi di Ligabue. Era il 1990 e già in quel testo c'era la tendenza di molti nati nei Settanta: il mugugno preferito alla rabbia, l''urlare contro il cielo' (come poi canterà Ligabue) come forma disinnescata di indignazione. Se non è stato tempo per noi, è anche perché abbiamo perso troppi treni. Su tutti quello del 1992: il rinnovamento era a portata di mano e avevamo l'età giusta per non rendere vani i sacrifici di Falcone e Borsellino. Nel libro racconto l'incontro tra il mio Liceo di Arezzo e Antonino Caponnetto. Ci disse: "Adesso tocca a voi, altrimenti il loro martirio sarà stato vano". Quelle parole mi risuonano ancora dentro."

Quali sono stati i miti giovanili dei quarantenni di oggi, a differenza di quelli che hanno esaltato la generazione precedente?
"Il nato nei Settanta è stato bombardato da miti, in un continuo alto e basso che ha finito col rendere la nostra memoria una sorta di confuso jukebox. C'erano le cinture del Charro e gli U2 di The Joshua Tree. Tante meteore tremende, come Nick Kamen e Luis Miguel. Un'ondata di tamarri tipo i Guns 'n' Roses. Musicaccia in stile Duran Duran e Spandau Ballet. Retorica a palate come gli Scorpions di Wind of Change. Un cinema che sapeva far ridere egregiamente: Troisi, Nuti, Verdone, Benigni, Benvenuti. Poi lo sport, dalla Davis di Cané a Tomba, passando per Pantani: "Scatta Pantani" è forse l'unico partito di cui ho realmente fatto parte. La tivù, dal Drive In ad epifanie come Su la testa! con Paolo Rossi. I cantori generazionali, per i nati nei Settanta, diventano più autoassolutori. I nostri padri avevano le invettive di De André, Gaber e Guccini. Con noi arriva la rabbia analcolica alla Ligabue. E il lieto fine alla Jovanotti. Una generazione di ultimi baci che non sono mai ultimi, come nei film di Muccino".

Siete rottamati, più che rottamatori? Se c'è riscatto, qual è?
"Spesso ci siamo rottamati da soli. Il libro non è certo l'autopsia della mia generazione, a cui voglio bene. E' piuttosto un ritratto autoironico. Riscatti possibili? Provo a individuarli proprio nell'ultimo capitolo. Rischiare di più, perché è meglio una sconfitta eroica di un pareggio pavido. Piangersi meno addosso. Imparare ad essere 'fratelli figli unici', nel senso di dire anche "noi" e non solo "io". Individuare un Subcomandante Marcos realmente di rottura e non un democristiano 2.0 come Renzi, un po' paninaro cresciuto e un po' Jerry Calà. Ed essere cazzari di talento, magari alla Maccio Capatonda. Non saremo mai sobri: tanto vale assecondare la nostra indole di quarantenni contraddittori che mischiano sempre alto e basso, sperando che questo eterno cazzeggio diventi costruttivo. Nell'arte come nella politica. Sul primo campo gli esempi eccellenti non mancano, su tutti Paolo Sorrentino. Sulla politica, bah: se la rottamazione la faranno gli Alfano, le Biancofiore e gli Orfini, l'unica salvezza sarà emigrare. Lontano. Molto lontano".

Andrea Scanzi
Non è tempo per noi. Quarantenni: una generazione in panchina
Rizzoli
Pag 175, euro 17