HA VISSUTO un mese con loro, sulle strade intorno alla Stazione Centrale di Milano. Francesca Barra, giornalista abituata ad andare a fondo nelle tematiche sociali, ha dormito e mangiato nelle mense per poveri, accanto a disoccupati, padri separati, precari, ex imprenditori ed ex artigiani ridotti all'indigenza, protagonisti invisibili di un fenomeno emergente che già conta quattromila anime.
Ha toccato con mano che cosa significa per una persona perdere la propria vita "normale" ed entrare a far parte di quella folla di poveri contemporanei che riempiono le nostre città; persone alle quali la crisi permanente e la carenza di politiche adeguate hanno rubato futuro, speranza e dignità. Nel suo libro-inchiesta Tutta la vita in un giorno (Rizzoli), un viaggio tra la gente che sopravvive mentre nessuno se ne accorge, Francesca Barra ha raccontato chi sono i nuovi poveri sempre in aumento nel nostro Paese. E ha lo ha fatto attraverso le loro voci, le loro vite: la prima, quella del tempo passato, rispettabile e "normale", e la seconda, quella del "poi", del presente che si consuma sulla strada, da comparsa di un popolo senza alcun peso sociale, che nessuno vede o vuole vedere.
Due esistenze completamente diverse, il cui confine è spesso sottile e che si può varcare casualmente, per le cause più varie: depressione, leggerezza, perdita del posto di lavoro, sperdimento. Senza riuscire più a rialzarsi e a tornare indietro. Per impossibilità, stanchezza, vergogna, abbandono, solitudine, inadeguatezza, rassegnazione.
Ed ecco Antò, padre separato che, quando era un artigiano, si chiamava Antonio e che affronta la miseria metropolitana insieme a Gemma, madre di quattro figli e donna tenace, anche se piegata dalla miseria metropolitana, che con coraggio almeno lei troverà il riscatto. E Tony, gigolò per caso e povertà, che si vende in cambio di una doccia o di un pasto caldo e Aram, iraniano, poeta amante del cinema, che lotta per conservare sogni e dignità.
E' un'inchiesta sul campo dai risultati forti e in gran parte inediti questa di Francesca Barra; una ricerca che, attraverso un pugno di microstorie, rivela una nuova realtà sociale che riguarda una folla di invisibili che sopravvive nell'indifferenza generale. Non sono né barboni né i classici clochard i nuovi poveri. Sono donne e uomini con una storia. Conoscerla commuove e costringe ad affrontare un fenomeno in espansione che ci riguarda tutti.
Quanti sono i nuovi poveri in Italia, chi sono?
Sono milioni i poveri che vivono in difficoltà assoluta, più di quattro mila. E il numero aumenta se consideriamo anche le famiglie con gravi difficoltà. Precari, disoccupati, padri separati, madri senza adeguata assistenza, ex imprenditori, ex artigiani. Bambini, anziani. Giovani laureati, artisti, immigrati. La crisi non ha fatto sconti a nessuno e sono diventati troppi per non occuparsi con politiche di assistenza adeguate. Troppi per non accorgersi che in molti ormai vivono in strada, frequentano mense, dormitori o vivono in auto. Spesso non chiedono aiuto, né si rivolgono ai servizi sociali, per vergogna. Ho visto tanti bambini, entrare nelle mense mano nella mano dei propri genitori, dopo aver fatto file lunghissime. Queste immagini sono il simbolo di un'Italia che sopravvive, mentre nessuno, o quasi, se ne accorge.
Che cosa ha messo in luce la sua inchiesta, quale l'aspetto più inedito?
La dignità umana viene ignorata. Perdere il lavoro, mina ogni affetto, la fiducia nel prossimo, in se stessi. E' per questo che spesso a vacillare è la propria famiglia, per depressione, stanchezza. L'individuo, abbandonato da politiche adeguate, assistenze, diventa velocemente un emarginato. Tutta la vita in un giorno evidenzia questo. Ho avuto accanto, vagando per la città, donne e uomini come me, che in poco tempo, anche in 24h, hanno perduto tutto. Come Gemma, madre di quattro figli, in strada da sette anni, o Antò, ex artigiano e padre separato, che non vede più i figli da anni. Si sono trasferiti in un'altra città con la madre e si vergognavano di un padre che dormiva in auto. E ho scoperto tanti bambini che arrivano da ogni parte del mondo venduti anche da più mafie, raccolti in centri di assistenza fino alla maggiore età, dove provano a far imparare una lingua, un mestiere. Ma spesso sono difficili le integrazioni e, a diciotto anni, finiscono in dormitori e molti vengono coinvolti in affari illeciti. Ma sono così indifesi, pieni di energie e ancora di sogni. Amano il cinema (entrano dalle uscite di sicurezza), lo sport, la musica. Gli anziani, spesso isolati, sfrattati. E le famiglie, che spesso sono costrette ad andare a mangiare nelle mense.
Che fare per arginare il fenomeno e restituire a tanta gente la speranza perduta?
Per contrastare il fenomeno bisognerebbe creare prima delle politiche economiche adeguate. E poi, sarebbe necessario creare politiche sociali, misure urgenti e di assistenza psicologica per le persone che perdono improvvisamente tutto. Per evitare che la strada diventi un'alternativa alla casa, o al suicidio. Integrare nella società gli emarginati. Restituire dignità, "scendendo" fra loro. E destinare file al cinema, teatro, stadi a persone indigenti. La cultura, l'evasione, allena ancora al bello e alla speranza, alla vita. Una delle prime cose che perdono è un passato da ricordare. Perché riportare alla memoria una vita normale, fa malissimo. E nel presente, bisognerebbe cercare di conoscere i loro nomi, farli sentire uomini e donne che meritano di essere conosciuti, raccontati, sostenuti.
Francesca Barra
Tutta la vita in un giorno
Rizzoli
Pag. 202, euro 17
Ha toccato con mano che cosa significa per una persona perdere la propria vita "normale" ed entrare a far parte di quella folla di poveri contemporanei che riempiono le nostre città; persone alle quali la crisi permanente e la carenza di politiche adeguate hanno rubato futuro, speranza e dignità. Nel suo libro-inchiesta Tutta la vita in un giorno (Rizzoli), un viaggio tra la gente che sopravvive mentre nessuno se ne accorge, Francesca Barra ha raccontato chi sono i nuovi poveri sempre in aumento nel nostro Paese. E ha lo ha fatto attraverso le loro voci, le loro vite: la prima, quella del tempo passato, rispettabile e "normale", e la seconda, quella del "poi", del presente che si consuma sulla strada, da comparsa di un popolo senza alcun peso sociale, che nessuno vede o vuole vedere.
Due esistenze completamente diverse, il cui confine è spesso sottile e che si può varcare casualmente, per le cause più varie: depressione, leggerezza, perdita del posto di lavoro, sperdimento. Senza riuscire più a rialzarsi e a tornare indietro. Per impossibilità, stanchezza, vergogna, abbandono, solitudine, inadeguatezza, rassegnazione.
Ed ecco Antò, padre separato che, quando era un artigiano, si chiamava Antonio e che affronta la miseria metropolitana insieme a Gemma, madre di quattro figli e donna tenace, anche se piegata dalla miseria metropolitana, che con coraggio almeno lei troverà il riscatto. E Tony, gigolò per caso e povertà, che si vende in cambio di una doccia o di un pasto caldo e Aram, iraniano, poeta amante del cinema, che lotta per conservare sogni e dignità.
E' un'inchiesta sul campo dai risultati forti e in gran parte inediti questa di Francesca Barra; una ricerca che, attraverso un pugno di microstorie, rivela una nuova realtà sociale che riguarda una folla di invisibili che sopravvive nell'indifferenza generale. Non sono né barboni né i classici clochard i nuovi poveri. Sono donne e uomini con una storia. Conoscerla commuove e costringe ad affrontare un fenomeno in espansione che ci riguarda tutti.
Quanti sono i nuovi poveri in Italia, chi sono?
Sono milioni i poveri che vivono in difficoltà assoluta, più di quattro mila. E il numero aumenta se consideriamo anche le famiglie con gravi difficoltà. Precari, disoccupati, padri separati, madri senza adeguata assistenza, ex imprenditori, ex artigiani. Bambini, anziani. Giovani laureati, artisti, immigrati. La crisi non ha fatto sconti a nessuno e sono diventati troppi per non occuparsi con politiche di assistenza adeguate. Troppi per non accorgersi che in molti ormai vivono in strada, frequentano mense, dormitori o vivono in auto. Spesso non chiedono aiuto, né si rivolgono ai servizi sociali, per vergogna. Ho visto tanti bambini, entrare nelle mense mano nella mano dei propri genitori, dopo aver fatto file lunghissime. Queste immagini sono il simbolo di un'Italia che sopravvive, mentre nessuno, o quasi, se ne accorge.
Che cosa ha messo in luce la sua inchiesta, quale l'aspetto più inedito?
La dignità umana viene ignorata. Perdere il lavoro, mina ogni affetto, la fiducia nel prossimo, in se stessi. E' per questo che spesso a vacillare è la propria famiglia, per depressione, stanchezza. L'individuo, abbandonato da politiche adeguate, assistenze, diventa velocemente un emarginato. Tutta la vita in un giorno evidenzia questo. Ho avuto accanto, vagando per la città, donne e uomini come me, che in poco tempo, anche in 24h, hanno perduto tutto. Come Gemma, madre di quattro figli, in strada da sette anni, o Antò, ex artigiano e padre separato, che non vede più i figli da anni. Si sono trasferiti in un'altra città con la madre e si vergognavano di un padre che dormiva in auto. E ho scoperto tanti bambini che arrivano da ogni parte del mondo venduti anche da più mafie, raccolti in centri di assistenza fino alla maggiore età, dove provano a far imparare una lingua, un mestiere. Ma spesso sono difficili le integrazioni e, a diciotto anni, finiscono in dormitori e molti vengono coinvolti in affari illeciti. Ma sono così indifesi, pieni di energie e ancora di sogni. Amano il cinema (entrano dalle uscite di sicurezza), lo sport, la musica. Gli anziani, spesso isolati, sfrattati. E le famiglie, che spesso sono costrette ad andare a mangiare nelle mense.
Che fare per arginare il fenomeno e restituire a tanta gente la speranza perduta?
Per contrastare il fenomeno bisognerebbe creare prima delle politiche economiche adeguate. E poi, sarebbe necessario creare politiche sociali, misure urgenti e di assistenza psicologica per le persone che perdono improvvisamente tutto. Per evitare che la strada diventi un'alternativa alla casa, o al suicidio. Integrare nella società gli emarginati. Restituire dignità, "scendendo" fra loro. E destinare file al cinema, teatro, stadi a persone indigenti. La cultura, l'evasione, allena ancora al bello e alla speranza, alla vita. Una delle prime cose che perdono è un passato da ricordare. Perché riportare alla memoria una vita normale, fa malissimo. E nel presente, bisognerebbe cercare di conoscere i loro nomi, farli sentire uomini e donne che meritano di essere conosciuti, raccontati, sostenuti.
Francesca Barra
Tutta la vita in un giorno
Rizzoli
Pag. 202, euro 17