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Afghanistan, la scuola di cantastorie

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In un paese in guerra da 35 anni come l’Afghanistan, dove la disoccupazione è al 40% e ancora otto persone su dieci sono incapaci di leggere e scrivere, la cultura orale, quella dei cantastorie e della tradizione nazionale diffusa tramite il racconto, può essere determinante per sconfiggere l’analfabetismo, per alimentare la cultura e per salvaguardare l’identità di un’intera popolazione.

E’ stato questo intreccio di considerazioni a convincere Selene Biffi, italiana, classe 1982, (dal 2009 Young Global leader al Word Economic Forum, imprenditrice sociale capace di collezionare in pochi anni, una quarantina di premi internazionali e una importante esperienza alle Nazioni Unite),  a dare il via al progetto che, per il successo e i risultati ottenuti, le è valso il titolo di Maestra di Kabul. In un periodo in cui l’Afghanistan paga il caro prezzo di un Paese sfaldato nel suo tessuto sociale, Selene Biffi ha fondato a K…
In un paese in guerra da 35 anni come l’Afghanistan, dove la disoccupazione è al 40% e ancora otto persone su dieci sono incapaci di leggere e scrivere, la cultura orale, quella dei cantastorie e della tradizione nazionale diffusa tramite il racconto, può essere determinante per sconfiggere l’analfabetismo, per alimentare la cultura e per salvaguardare l’identità di un’intera popolazione.

E’ stato questo intreccio di considerazioni a convincere Selene Biffi, italiana, classe 1982, (dal 2009 Young Global leader al Word Economic Forum, imprenditrice sociale capace di collezionare in pochi anni, una quarantina di premi internazionali e una importante esperienza alle Nazioni Unite),  a dare il via al progetto che, per il successo e i risultati ottenuti, le è valso il titolo di Maestra di Kabul. In un periodo in cui l’Afghanistan paga il caro prezzo di un Paese sfaldato nel suo tessuto sociale, Selene Biffi ha fondato a Kabul una scuola per “raccontare storie” che ha prodotto effetti sorprendenti.

La coraggiosa e proficua avventura è ora raccolta in un libro che si legge come un romanzo, una storia di frontiera narrata in La Maestra di Kabul (Sperling&Kupfer) che l’autrice ha scritto insieme con il giornalista Carlo Annese. L’attività di questa scuola, l’ardore che l’ha animata e la determinazione che l’ha nutrita, ogni dettaglio è ricostruito con passione e partecipazione. A partire dagli episodi quotidiani che rendono difficile la vita in un paese in guerra: la paura di un attentato o la mancanza delle condizioni minime per sopravvivere normalmente; in una parola il bene della pace. Semplice il ragionamento di Selene Biffi: in un territorio dove l’unico modo di trasmettere le conoscenze fondamentali- leggere, scrivere , ma anche le norme sanitarie più elementari o il come evitare di far scoppiare una mina, può essere realizzato solo affidandolo alle storie, perché solo così si possono diffondere di bocca in bocca. Ed ecco la scuola di storie, che si trasforma in dignità e in cultura. Coraggio, audacia ed esperienza; tutto questo racconta la maestra di Kabul, dando corpo a uno degli aspetti migliori del volontariato, pragmatico e produttivo e regalando qualcosa in più alla cooperazione internazionale valida.

Selene, lei è italiana, come è diventata “La maestra di Kabul?
Sono diventata ‘La maestra di Kabul’ dopo un percorso durato 12 anni. Ho da sempre la passione di portare avanti progetti di educazione non formale legati, in particolare, alla tecnologia, e ho cominciato a collaborare da giovanissima con le Nazioni Unite (con cui ho lavorato per otto anni). A un certo punto ho cominciato anche a creare iniziative tutte mie come Youth Action for Change. Lanciata nel 2005 con 150 euro, ha coinvolto ragazzi di 130 Paesi e gli ha permesso di accedere a corsi di formazione gratuiti fruibili online. Da lì sono passata ad altre iniziative. Una su tutte è ‘Forgotten Diaries’, una piattaforma di citizen journalism sotto forma di diario elettronico tenuto da ragazzi che vivono in zone di conflitto generalmente non trattate dai media tradizionali. Quindi, forte dell’esperienza fatta alle Nazioni Unite e di quella da imprenditrice sociale, sono arrivata ad aprire Qessa Academy, la scuola per cantastorie a Kabul.

Quanto contano le storie e la narrazione orale in un Paese come l’Afghanistan?
L’Afghanistan è un Paese in guerra da 35 anni ormai. In un contesto così particolare le problematiche sono moltissime e una, fondamentale, è il livello di alfabetizzazione della popolazione. Qui l’oralità ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale perché i cantastorie non si limitavano a diffondere le notizie, ma perpetravano anche la cultura, l’identità del popolo afgano. Ecco perché in realtà, questa scuola è un’iniziativa molto meno bizzarra di quanto possa sembrare ai nostri occhi.
Il problema da risolvere, ai miei occhi, era: come si fa a fare in modo che la tradizione non venga persa per sempre? E non solo. Come si fa a offrire ai giovani una possibilità? A oggi 8 persone su 10 sono incapaci di leggere e scrivere. La disoccupazione è al 40 per cento e i giovani rischiano di finire tra le fila delle organizzazioni sbagliate: Qessa Academy ha offerto un’opportunità reale a questi ragazzi.

Coraggio e passione; qual è stato il risultato più bello raggiunto dalla vostra scuola?
Dal ’79 in avanti i cantastorie sono stati scoraggiati in tutti i modi: sotto il regime talebano il rischio era quello di perdere la vita, perché era facile che ai cantastorie fosse tagliata la testa. Quei pochi sopravvissuti, capaci di tramandare la loro arte, sono molto anziani, mentre l’età degli studenti che siamo riusciti a coinvolgere è compresa tra i 18 e i 23 anni. Loro rappresentano la continuità in un contesto in cui anche il Parlamento  –  nei momenti in cui non si riusciva a trovare un accordo durante la stesura di alcuni articoli della Costituzione –  ha sempre trovato un momento per fermarsi e recitare una poesia. L’apertura della scuola, a fine marzo 2013, è stata una scommessa. Aver formato delle persone che si mettono in gioco e che, a distanza di un anno, non soltanto trovano lavoro come cantastorie, ma, addirittura, arrivano a recitare storie in tv in occasione di Nawroza, il capodanno persiano, è un risultato veramente straordinario.