"La maternità è la guerra delle donne", avverte Lia Celi nella prefazione a Guerriere, il libro di Elisabetta Ambrosi dedicato alle mamme contemporanee e al loro diritto di scegliere se e quando avere figli. La donna in attesa, è il messaggio contemporaneo, diventa un freno, un peso morto nella catena produttiva pubblica e, nella sfera privata, le cose non vanno meglio. La maggioranza degli uomini resta sorda e mariti, partner e neopadri ancora non sono in grado di condividere in pieno tempi, doveri e responsabilità nella cura dei figli. Non vogliono o, semplicemente, non ci pensano, né glielo chiedono le loro compagne.
Mentre il lavoro, soprattutto femminile, dà sempre meno reddito, le combattenti madri, multitasking per necessità, si barcamenano tra mille impegni, dividendosi tra casa, lavoro e cura dei figli, cercano strategie alternative ai servizi che non ci sono o non sono mai abbastanza. E cercano di andare avanti. Elisabetta Ambrosi ben descrive il contesto in cui si muovono le donne che osano sfidare la maternità (in realtà sono sempre meno), scandaglia ricorrendo a molte voci, le loro silenziose battaglie quotidiane e indica ostacoli e metodi di resistenza delle nuove "guerriere".
Senza cedere alla facile retorica della maternità come dovere sociale o come ineluttabile destino femminile, Elisabetta Ambrosi punta sul diritto alla libera scelta di essere madri. Il suo libro è dedicato alle donne tutte e, per chi voglia avere figli, cerca di fare di più. Aiuta a individuare tattiche di sopravvivenza, suggerisce come indirizzare le proprie energie, come risparmiarle, come moltiplicarle. E i consigli vengono dall'esperienza delle intervistate, dalle loro realtà. Ambrosi ha indagato a lungo tra amiche e conoscenti, ha raccolto sfoghi e confessioni di donne conosciute attraverso il blog significativo "Sex and stress"; si è fatta raccontare dalle neomamme di tutti gli strati sociali ( precarie, autonome, dipendenti, professioniste, disoccupate) le loro giornate, come sono organizzati i ruoli all'interno della famiglia rispetto ai figli, i problemi che vivono sul lavoro, e quale assistenza , o meglio quale supporto, vorrebbero ricevere dallo Stato.
Guerriere è un libro composto da un mosaico di racconti e consigli. Tante voci che , tutte insieme, disegnano la guerra delle donne per essere madri.
Le mamme guerriere ci sono da almeno trent'anni, ma oggi il loro numero è aumentato a dismisura. Si può parlare di nuove mamme?
Le mamme guerriere, se volessimo dirla con una battuta, esistono dai tempi di Eva. Ma di volta in volta cambiano gli ostacoli che le donne si trovano davanti quando hanno un figlio. Oggi le nuove mamme, cioè quelle che hanno tra i venti e i quarant'anni, secondo me hanno ostacoli maggiori rispetto alla generazione che le ha precedute. Sono più libere e forse più emancipate, ma le loro condizioni economiche e sociali sono di gran lunga peggiorate. Nuove, dunque, non nel numero - no, le madri oggi sono meno che trent'anni fa perché moltissime rinunciano a fare un figlio, più di una su quattro - ma nuove nel senso che si trovano di fronte a contraddizioni e problemi diversi e ulteriori. In primis, il lavoro, così "cattivo", nel senso di mal retribuito e privo di tutele, che la famosa conciliazione è divenuta quasi impossibile. Specie se associata a servizi scarsi oppure presenti ma "acquistabili" a prezzi veramente proibitivi. Un asilo nido - 500 euro al mese - un anno di piscina - 700 euro all'anno, mentre altrove ci sono facilitazioni consistenti per le madri. E ben oltre la fascia di reddito per la quale nel nostro paese si può avere qualche agevolazione, che spesso si ferma a diecimila euro l'anno di Isee o poco più. In questo contesto in cui il lavoro chiede sempre di più mentre dà sempre meno reddito, le donne sono chiamate, appunto, a lavorare intensamente esattamente come gli uomini ma fare figli come se non lavorassero. Quindi a curare i corpi, a riposarsi, per concepire e partorire il più possibile naturalmente, allattare a lungo, trasmettere serenità e pace ai bambini. Una contraddizione concreta: se io sono una mamma a partita Iva e praticamente non ho la maternità, come faccio a fermarmi e riposarmi a lungo, visto che se non lavoro non guadagno? Ma ci sarebbero tantissimi altri esempi.
Queste mamme sono aiutate in famiglia? I padri, i loro mariti, compagni, che ruolo hanno?
I padri e i mariti hanno un ruolo sempre più importante, per fortuna, e infatti il libro è dedicato a loro. Il fatto è che ancora, però, la vera parità non è stata raggiunta, anzi le donne italiane hanno ancora paura a chiederla, come se pretendere una simmetria reale fosse qualcosa di disdicevole. Persistono ancora stereotipi forti come quello secondo cui la madre è insostituibile, oppure quello per cui lo stipendio della madre va a coprire le spese di baby sitter e colf. Ancora, cioè, non siamo passati all'idea che i figli sono di entrambi e che i genitori veramente sono interscambiabili. Troppo spesso le donne accettano una parità relativa, o al ribasso, perché temono il conflitto. Ma anche lo stereotipo delle coppie paritarie che litigano di più non è vero. O meglio, è vero che contrattare e stabilire una reale divisione dei ruoli può accrescere la tensione sul momento, ma alla lunga porta grandi benefici a entrambi. E sicuramente alle madri, che sono più libere oltre che in grado di difendere meglio il loro lavoro e quindi proteggersi nel caso ci fosse, ad esempio, una separazione. In tutto questo, però, occorre ricordare che perché la famiglia sia serena non basta neanche un padre simmetrico alla madre: ci vuole quella che io chiamo la terza gamba, la società: e cioè politiche familiari, servizi, sussidi economici.
Quali i servizi necessari, ma innanzi tutto quali le strategie "private" da adottare per migliorare subito la qualità della vita?
I servizi necessari li conosciamo, ma vale la pena ribadirli: asili nido accessibili a tutti a costi accettabili, in modo che nessun bambino resti fuori; orari scolastici più compatibili con il lavoro dei genitori (specie d'estate: incredibile che ancora le scuola chiudano per tre mesi); assegni familiari reali, e più cospicui; possibilità di detrarre le spese in maniera consistente; congedi di paternità obbligatori di almeno una, anzi due, settimane; aiuti alle mamme dopo il parto, a casa, almeno una o due volte nei giorni successivi; incentivi alle donne che lavorano, in modo che il lavoro femminile sia conveniente sia per l'azienda che soprattutto per la famiglia; infine tutele per i lavori non stabili e intermittenti. Privatamente, comunque, si può fare molto, soprattutto, direi, in termini di consapevolezza, visto che quanto a strategie pratiche di sussistenza le donne eccellono e ormai trovano soluzioni organizzative disparate e creative. Spesso, però, manca appunto la consapevolezza che, quando c'è malessere o sofferenza, la causa andrebbe individuata non tanto in noi e in fantomatici conflitti interni, ma, al contrario, in una società che oggettivamente non aiuta. E questo è il primo passo per evitare di sentirsi in colpa. Il secondo, una volta consapevoli di come stanno le cose e di come il nostro lavoro venga spesso sottovalutato, chiedere aiuto, molto di più di quanto le donne non facciano, manifestando al tempo stesso la massima fiducia in chi può aiutarci: nonni, parenti, amici, maestre dell'asilo. E' importante che siamo noi a rivendicare la necessità di condividere il più possibile la cura del bambino, cosa che fa bene a lui e a noi, ma da questo punto di vista è necessaria, appunto, fiducia e coerenza. Non so se queste due cose bastino a rendere le donne più felici, ma intanto ci consentono di chiarire a noi stessi e chi ci circonda che il bambino è un compito, e un regalo, per tutti, non solo per le donne. Altre strategie concrete sono meno facili, visto che purtroppo dipendono dall'esterno. Di sicuro oggi la qualità della vita delle famiglie è legata al posto in cui si vive, a partire dalla quartiere e dalla città. E se i servizi e gli aiuti non arrivano, spesso non si può far altro che spostarsi in un quartiere, in una città, in un paese diverso. Una scelta a volta complicata e dolorosa, ma che molti affrontano quando la posta in gioco è, appunto, avere un figlio o rinunciare. Non dobbiamo rinunciare ad avere figli!
Elisabetta Ambrosi
Guerriere
Chiarelettere
Pag.254, euro 14
Mentre il lavoro, soprattutto femminile, dà sempre meno reddito, le combattenti madri, multitasking per necessità, si barcamenano tra mille impegni, dividendosi tra casa, lavoro e cura dei figli, cercano strategie alternative ai servizi che non ci sono o non sono mai abbastanza. E cercano di andare avanti. Elisabetta Ambrosi ben descrive il contesto in cui si muovono le donne che osano sfidare la maternità (in realtà sono sempre meno), scandaglia ricorrendo a molte voci, le loro silenziose battaglie quotidiane e indica ostacoli e metodi di resistenza delle nuove "guerriere".
Senza cedere alla facile retorica della maternità come dovere sociale o come ineluttabile destino femminile, Elisabetta Ambrosi punta sul diritto alla libera scelta di essere madri. Il suo libro è dedicato alle donne tutte e, per chi voglia avere figli, cerca di fare di più. Aiuta a individuare tattiche di sopravvivenza, suggerisce come indirizzare le proprie energie, come risparmiarle, come moltiplicarle. E i consigli vengono dall'esperienza delle intervistate, dalle loro realtà. Ambrosi ha indagato a lungo tra amiche e conoscenti, ha raccolto sfoghi e confessioni di donne conosciute attraverso il blog significativo "Sex and stress"; si è fatta raccontare dalle neomamme di tutti gli strati sociali ( precarie, autonome, dipendenti, professioniste, disoccupate) le loro giornate, come sono organizzati i ruoli all'interno della famiglia rispetto ai figli, i problemi che vivono sul lavoro, e quale assistenza , o meglio quale supporto, vorrebbero ricevere dallo Stato.
Guerriere è un libro composto da un mosaico di racconti e consigli. Tante voci che , tutte insieme, disegnano la guerra delle donne per essere madri.
Le mamme guerriere ci sono da almeno trent'anni, ma oggi il loro numero è aumentato a dismisura. Si può parlare di nuove mamme?
Le mamme guerriere, se volessimo dirla con una battuta, esistono dai tempi di Eva. Ma di volta in volta cambiano gli ostacoli che le donne si trovano davanti quando hanno un figlio. Oggi le nuove mamme, cioè quelle che hanno tra i venti e i quarant'anni, secondo me hanno ostacoli maggiori rispetto alla generazione che le ha precedute. Sono più libere e forse più emancipate, ma le loro condizioni economiche e sociali sono di gran lunga peggiorate. Nuove, dunque, non nel numero - no, le madri oggi sono meno che trent'anni fa perché moltissime rinunciano a fare un figlio, più di una su quattro - ma nuove nel senso che si trovano di fronte a contraddizioni e problemi diversi e ulteriori. In primis, il lavoro, così "cattivo", nel senso di mal retribuito e privo di tutele, che la famosa conciliazione è divenuta quasi impossibile. Specie se associata a servizi scarsi oppure presenti ma "acquistabili" a prezzi veramente proibitivi. Un asilo nido - 500 euro al mese - un anno di piscina - 700 euro all'anno, mentre altrove ci sono facilitazioni consistenti per le madri. E ben oltre la fascia di reddito per la quale nel nostro paese si può avere qualche agevolazione, che spesso si ferma a diecimila euro l'anno di Isee o poco più. In questo contesto in cui il lavoro chiede sempre di più mentre dà sempre meno reddito, le donne sono chiamate, appunto, a lavorare intensamente esattamente come gli uomini ma fare figli come se non lavorassero. Quindi a curare i corpi, a riposarsi, per concepire e partorire il più possibile naturalmente, allattare a lungo, trasmettere serenità e pace ai bambini. Una contraddizione concreta: se io sono una mamma a partita Iva e praticamente non ho la maternità, come faccio a fermarmi e riposarmi a lungo, visto che se non lavoro non guadagno? Ma ci sarebbero tantissimi altri esempi.
Queste mamme sono aiutate in famiglia? I padri, i loro mariti, compagni, che ruolo hanno?
I padri e i mariti hanno un ruolo sempre più importante, per fortuna, e infatti il libro è dedicato a loro. Il fatto è che ancora, però, la vera parità non è stata raggiunta, anzi le donne italiane hanno ancora paura a chiederla, come se pretendere una simmetria reale fosse qualcosa di disdicevole. Persistono ancora stereotipi forti come quello secondo cui la madre è insostituibile, oppure quello per cui lo stipendio della madre va a coprire le spese di baby sitter e colf. Ancora, cioè, non siamo passati all'idea che i figli sono di entrambi e che i genitori veramente sono interscambiabili. Troppo spesso le donne accettano una parità relativa, o al ribasso, perché temono il conflitto. Ma anche lo stereotipo delle coppie paritarie che litigano di più non è vero. O meglio, è vero che contrattare e stabilire una reale divisione dei ruoli può accrescere la tensione sul momento, ma alla lunga porta grandi benefici a entrambi. E sicuramente alle madri, che sono più libere oltre che in grado di difendere meglio il loro lavoro e quindi proteggersi nel caso ci fosse, ad esempio, una separazione. In tutto questo, però, occorre ricordare che perché la famiglia sia serena non basta neanche un padre simmetrico alla madre: ci vuole quella che io chiamo la terza gamba, la società: e cioè politiche familiari, servizi, sussidi economici.
Quali i servizi necessari, ma innanzi tutto quali le strategie "private" da adottare per migliorare subito la qualità della vita?
I servizi necessari li conosciamo, ma vale la pena ribadirli: asili nido accessibili a tutti a costi accettabili, in modo che nessun bambino resti fuori; orari scolastici più compatibili con il lavoro dei genitori (specie d'estate: incredibile che ancora le scuola chiudano per tre mesi); assegni familiari reali, e più cospicui; possibilità di detrarre le spese in maniera consistente; congedi di paternità obbligatori di almeno una, anzi due, settimane; aiuti alle mamme dopo il parto, a casa, almeno una o due volte nei giorni successivi; incentivi alle donne che lavorano, in modo che il lavoro femminile sia conveniente sia per l'azienda che soprattutto per la famiglia; infine tutele per i lavori non stabili e intermittenti. Privatamente, comunque, si può fare molto, soprattutto, direi, in termini di consapevolezza, visto che quanto a strategie pratiche di sussistenza le donne eccellono e ormai trovano soluzioni organizzative disparate e creative. Spesso, però, manca appunto la consapevolezza che, quando c'è malessere o sofferenza, la causa andrebbe individuata non tanto in noi e in fantomatici conflitti interni, ma, al contrario, in una società che oggettivamente non aiuta. E questo è il primo passo per evitare di sentirsi in colpa. Il secondo, una volta consapevoli di come stanno le cose e di come il nostro lavoro venga spesso sottovalutato, chiedere aiuto, molto di più di quanto le donne non facciano, manifestando al tempo stesso la massima fiducia in chi può aiutarci: nonni, parenti, amici, maestre dell'asilo. E' importante che siamo noi a rivendicare la necessità di condividere il più possibile la cura del bambino, cosa che fa bene a lui e a noi, ma da questo punto di vista è necessaria, appunto, fiducia e coerenza. Non so se queste due cose bastino a rendere le donne più felici, ma intanto ci consentono di chiarire a noi stessi e chi ci circonda che il bambino è un compito, e un regalo, per tutti, non solo per le donne. Altre strategie concrete sono meno facili, visto che purtroppo dipendono dall'esterno. Di sicuro oggi la qualità della vita delle famiglie è legata al posto in cui si vive, a partire dalla quartiere e dalla città. E se i servizi e gli aiuti non arrivano, spesso non si può far altro che spostarsi in un quartiere, in una città, in un paese diverso. Una scelta a volta complicata e dolorosa, ma che molti affrontano quando la posta in gioco è, appunto, avere un figlio o rinunciare. Non dobbiamo rinunciare ad avere figli!
Elisabetta Ambrosi
Guerriere
Chiarelettere
Pag.254, euro 14