Capita che il genere noir si riveli uno strumento di rivelazione sociale o che, essendo finzione, possa con la fantasia perfino prevenire la realtà. E Roma è solo uno dei tanti set metropolitani a farsi sempre più spesso sfondo ideale per raccontare una città che, accanto alle antiche bellezze, costringe a guardare un degrado impastato di decadenza e corruzione, cialtronaggine e immobilismo, che avvilisce ma infine costringe ad alzare la testa e, nonostante tutto, a guardare avanti. E’ quello che accade nel bel romanzo d’esordio di Mariano Sabatini, L’inganno dell’ippocastano, al suo protagonista Leo Malinverno, giornalista d’inchiesta che si muove bene in tutti gli ambienti senza tuttavia restarne contaminato, e che riesce a vedere e a criticare l’aspetto becero di un sistema mediatico che esalta la cronaca nera in un continuo carosello che si nutre e si riproduce a colpi si banalità e di orrore.
Tutto ha inizio quando Viola Ornaghi, amica e collega di Leo, scopre che Ascanio Restelli, palazzinaro in odore di ‘ndrangheta, intenzionato a candidarsi alla carica di sindaco della città eterna, è stato assassinato in casa sua. La donna, sconvolta, chiama in suo aiuto Leo Malinverno che, da quel momento, si mette al lavoro accanto alla polizia, per scoprire mandanti e autori del delitto. La trama cattura: due giornalisti che vogliono la verità e che si muovono in una Roma meravigliosa quanto infida, capaci di cogliere ogni sfumatura di una realtà composita, fascinosa e insieme crudele. Fino ad alzare il velo che copre una rete malavitosa dove convivono imprenditori e malainformazione, politica e affari sporchi. E personaggi e ambientazione rendono il racconto fluido e credibile, anche grazie a una scrittura ricca e originale. Mariano Sabatini, giornalista e autore televisivo, sa cogliere il lato oscuro di una borghesia capitolina da sempre propensa a farsi motore della Roma peggiore, ma sa anche far emergere l’amore per una città che resiste al degrado e al malaffare. L’inganno dell’Ippocastano è un romanzo nero che racconta le contraddizioni metropolitane contemporanee con la cifra del cronista e con la libertà che la finzione consente di indovinare quello che la realtà a volte nasconde.
Perché tanti romanzi e fiction su Roma?
La risposta immediata, e se si vuole banale, è che la città eterna attira sguardi e attenzioni che nessuna altra città al mondo attira. Per la gente di tutto il globo Roma è soprattutto la sua storia gloriosa, ormai purtroppo del tutto superata dalle cronache. È un posto lercio, con tutte le accezioni anche simboliche che si possono dare a questo termine. Per quanto mi riguarda, stando qui da quando sono nato, il legame con la città è profondo e di grande affetto. Proprio per questo sono più severo nel giudicare le malversazioni di cui i giornali danno conto. Se si dimenticano i cassonetti stracolmi, continuamente visitati da un’umanità derelitta mentre ci sono cardinali che hanno la faccia tosta di rivendicare il diritto di abitare in trecento e passa metri quadri… se si dimenticano i ratti, i gabbiani invadenti, i maiali che grufolano nei rifiuti, il guano, le voragini nelle strade, la corruzione che dilaga, la burocrazia soffocante e il traffico insostenibile a fronte di servizi pubblici del tutto inadeguati, la Capitale è in ogni caso un set meraviglioso, dal punto di vista dell’architettura e dell’arte che ti viene incontro a ogni angolo. E nel contesto avvilente che prima ho descritto, che funge però da straordinario reagente chimico, viene molto facile ambientare film e romanzi.
Può la finzione raccontare, con buona dose di approssimazione, quel che l’inchiesta non vede nella realtà?
Per certi versi, libera da lacci di ogni tipo, la finzione narrativa consente uno sguardo più profondo, dalle sfumature composite e certo originali. Il mio protagonista, Leo Malinverno, è proprio un giornalista d’inchiesta che si muove bene in tutti gli ambienti ma, e in questo è molto simile a me, senza farsene contagiare e senza sentirsi condizionato nelle sue scelte. Anzi, mantenendo un atteggiamento critico anche nei confronti dei colleghi e del sistema dei media che sguazzano nei delitti e nella cronacaccia nera. Lui, tanto per capirci, non intervisterebbe mai il figlio di un mafioso volendo dare a intendere con tutte le ambiguità del caso che, per combattere la mafia, bisogna conoscerla. Tornando al mio Malinverno, considerato che è stato testimone oculare del delitto del candidato sindaco di Roma, un palazzinaro in odore di ‘ndrangheta, la televisione lo corteggia per averlo tra i propri opinionisti. Lui si sottrae, inventando scuse fantasiose. Un modo per mettere alla berlina la leggerezza dei cosiddetti esperti nel farsi cooptare in quello che definisco l’horrortainment.
Il tuo romanzo è un noir su una certa Roma cialtrona e malavitosa. E proprio così?
Certo. Il genere noir a cui si rifà il mio romanzo è in questo senso uno strumento di rivelazione sociale, perché mette in scena una classe borghese, o presunta tale, che trascolora senza soluzione di continuità nel malaffare e nella bieca politica dell’intrallazzo, della sopraffazione e del tornaconto personale. Ci tengo a dire però che ho iniziato a scrivere L’inganno dell’ippocastano ben prima che scoppiasse lo scandalo di Mafia Capitale, ecco perché Maurizio De Giovanni, bontà sua, ha scritto sulla fascetta di copertina che la mia scrittura dimostra che il nero italiano è qualcosa di enorme e ha doti di preveggenza. Se anche mi ci fossi messo d’impegno, mai avrei potuto immaginare che l’uscita del mio libro avrebbe coinciso con la clamorosa vacatio istituzionale in cui si trova Roma sotto commissariamento. Devo dedurre che ho portato a termine il romanzo in una sorta di trance. Sono più che mai convinto, del resto, che si scrive soprattutto per accordarsi il privilegio di mentire in modo spudorato, ma il risultato finale deve puntare alla verosimiglianza. Solo che stavolta il romanzo ha preceduto la realtà.
Mariano Sabatini
L’inganno dell’ippocastano
Salani
Pagg. 332, euro 14,90
Tutto ha inizio quando Viola Ornaghi, amica e collega di Leo, scopre che Ascanio Restelli, palazzinaro in odore di ‘ndrangheta, intenzionato a candidarsi alla carica di sindaco della città eterna, è stato assassinato in casa sua. La donna, sconvolta, chiama in suo aiuto Leo Malinverno che, da quel momento, si mette al lavoro accanto alla polizia, per scoprire mandanti e autori del delitto. La trama cattura: due giornalisti che vogliono la verità e che si muovono in una Roma meravigliosa quanto infida, capaci di cogliere ogni sfumatura di una realtà composita, fascinosa e insieme crudele. Fino ad alzare il velo che copre una rete malavitosa dove convivono imprenditori e malainformazione, politica e affari sporchi. E personaggi e ambientazione rendono il racconto fluido e credibile, anche grazie a una scrittura ricca e originale. Mariano Sabatini, giornalista e autore televisivo, sa cogliere il lato oscuro di una borghesia capitolina da sempre propensa a farsi motore della Roma peggiore, ma sa anche far emergere l’amore per una città che resiste al degrado e al malaffare. L’inganno dell’Ippocastano è un romanzo nero che racconta le contraddizioni metropolitane contemporanee con la cifra del cronista e con la libertà che la finzione consente di indovinare quello che la realtà a volte nasconde.
Perché tanti romanzi e fiction su Roma?
La risposta immediata, e se si vuole banale, è che la città eterna attira sguardi e attenzioni che nessuna altra città al mondo attira. Per la gente di tutto il globo Roma è soprattutto la sua storia gloriosa, ormai purtroppo del tutto superata dalle cronache. È un posto lercio, con tutte le accezioni anche simboliche che si possono dare a questo termine. Per quanto mi riguarda, stando qui da quando sono nato, il legame con la città è profondo e di grande affetto. Proprio per questo sono più severo nel giudicare le malversazioni di cui i giornali danno conto. Se si dimenticano i cassonetti stracolmi, continuamente visitati da un’umanità derelitta mentre ci sono cardinali che hanno la faccia tosta di rivendicare il diritto di abitare in trecento e passa metri quadri… se si dimenticano i ratti, i gabbiani invadenti, i maiali che grufolano nei rifiuti, il guano, le voragini nelle strade, la corruzione che dilaga, la burocrazia soffocante e il traffico insostenibile a fronte di servizi pubblici del tutto inadeguati, la Capitale è in ogni caso un set meraviglioso, dal punto di vista dell’architettura e dell’arte che ti viene incontro a ogni angolo. E nel contesto avvilente che prima ho descritto, che funge però da straordinario reagente chimico, viene molto facile ambientare film e romanzi.
Può la finzione raccontare, con buona dose di approssimazione, quel che l’inchiesta non vede nella realtà?
Per certi versi, libera da lacci di ogni tipo, la finzione narrativa consente uno sguardo più profondo, dalle sfumature composite e certo originali. Il mio protagonista, Leo Malinverno, è proprio un giornalista d’inchiesta che si muove bene in tutti gli ambienti ma, e in questo è molto simile a me, senza farsene contagiare e senza sentirsi condizionato nelle sue scelte. Anzi, mantenendo un atteggiamento critico anche nei confronti dei colleghi e del sistema dei media che sguazzano nei delitti e nella cronacaccia nera. Lui, tanto per capirci, non intervisterebbe mai il figlio di un mafioso volendo dare a intendere con tutte le ambiguità del caso che, per combattere la mafia, bisogna conoscerla. Tornando al mio Malinverno, considerato che è stato testimone oculare del delitto del candidato sindaco di Roma, un palazzinaro in odore di ‘ndrangheta, la televisione lo corteggia per averlo tra i propri opinionisti. Lui si sottrae, inventando scuse fantasiose. Un modo per mettere alla berlina la leggerezza dei cosiddetti esperti nel farsi cooptare in quello che definisco l’horrortainment.
Il tuo romanzo è un noir su una certa Roma cialtrona e malavitosa. E proprio così?
Certo. Il genere noir a cui si rifà il mio romanzo è in questo senso uno strumento di rivelazione sociale, perché mette in scena una classe borghese, o presunta tale, che trascolora senza soluzione di continuità nel malaffare e nella bieca politica dell’intrallazzo, della sopraffazione e del tornaconto personale. Ci tengo a dire però che ho iniziato a scrivere L’inganno dell’ippocastano ben prima che scoppiasse lo scandalo di Mafia Capitale, ecco perché Maurizio De Giovanni, bontà sua, ha scritto sulla fascetta di copertina che la mia scrittura dimostra che il nero italiano è qualcosa di enorme e ha doti di preveggenza. Se anche mi ci fossi messo d’impegno, mai avrei potuto immaginare che l’uscita del mio libro avrebbe coinciso con la clamorosa vacatio istituzionale in cui si trova Roma sotto commissariamento. Devo dedurre che ho portato a termine il romanzo in una sorta di trance. Sono più che mai convinto, del resto, che si scrive soprattutto per accordarsi il privilegio di mentire in modo spudorato, ma il risultato finale deve puntare alla verosimiglianza. Solo che stavolta il romanzo ha preceduto la realtà.
Mariano Sabatini
L’inganno dell’ippocastano
Salani
Pagg. 332, euro 14,90