È il diario di un anno e un romanzo Lotta di classe, il libro di un insegnante in prova ai tempi della “buona scuola”. Un insieme di vita vissuta e finzione, il migliore intreccio per raccontare la realtà secondo l’autore, Mario Fillioley che, a proposito del suo ruolo in una scuola media, si chiede ironicamente "ma che ci fa un uomo di quarantatrè anni tra ragazzini di dodici?”. Un paradosso nel mondo contemporaneo dove, nel chiuso di una classe, nulla può catturare l’interesse giovanile per "più di sei secondi consecutivi" senza farsi travolgere "da tempeste perfette di ormoni ed energia cinetica". È la scuola contemporanea, dove a mensa i bastoncini Findus si servono senza limone, un peccato “grave” per l’autore siciliano che, quando torna serio, subito indica nell’insegnamento l’unica eccellenza veramente necessaria per la scuola. E allora, con quella leggerezza che è il sale dell’impegno: l’attenzione si deve catturare con l’intelligenza e la partecipazione, non con l’autoritarismo vecchio stile “che non tornerà mai”. Perché, in fondo, la scuola è l’unico luogo dove si possono ascoltare, studiare e fare cose che “non servono a niente, e quindi a tutto. Il luogo dove si cresce e si diventa grandi insieme".
Diario e commedia Lotta di classe. Un viaggio, da settembre a giugno. Il racconto del primo anno d’insegnamento di ruolo per l’autore, siciliano trapiantato a novecento chilometri da casa sua, intenzionato a svolgere al meglio il suo lavoro inventando metodi nuovi e accettando le sfide. I ricordi personali accompagnano le cronache di giorni qualunque. La vita in classe, insieme per una gita, la paura di sbagliare, la voglia di non arrendersi. Un libro che regala sorrisi e che induce alla riflessione. L’autore racconta, divaga, trasmette le storie di ragazzi del nostro tempo. E, quando il diario finisce, si vorrebbe poter contare anche su quello dell’anno che verrà. Sarà questa la “buona scuola”?
Insegnare al tempo della “buona scuola”: che cosa significa?
"Sono appena al mio secondo anno da insegnante, non so ancora cosa significhi stare in classe e non so cosa significhi buona scuola o se questo è il tempo della buona scuola, quindi provo a rispondere con lo stesso spirito da novizio con cui ho scritto il libro. Per esempio, durante l’anno di prova chiedevo incontinuazione ai colleghi: ma scusate, se questa scuola è una buona scuola, com’è che a mensa ci danno i bastoncini Findus? Eh, mi rispondevano loro, guarda che la scuola non è un ristorante, deve eccellere in altre cose. Io, a mensa, alla fine, i bastoncini li lasciavo sempre perché ogni volta mancava il limone, ed essendo siciliano, se sul pesce non ci spremo sopra il limone non me lo riesco a mangiare. Allora a stomaco vuoto diventavo riduzionista e mi venivano pensieri come: la scuola deve eccellere in una cosa sola, l’apprendimento. Per apprendere bene ci vorrebbero insegnanti buoni e studenti bravi, però in realtà basterebbero solo gli insegnanti buoni, perché così diventerebbero bravi pure gli studenti. A quel punto sarebbe già una “buona scuola”, pazienza che poi a mensa non c’è mai il limone".
Come catturare e conservare l’attenzione in classe?
"L’attenzione in classe è un miraggio: esiste solo nei desideri degli insegnanti, i ragazzi non si concentrano su niente per più di sei secondi consecutivi, l’unica cosa che riuscivo a fare io era farmi travolgere da queste tempeste perfette di ormoni ed energia cinetica, e provare a capire dove mi avrebbero sballottato. Se entravo in classe come un adulto non ne uscivo vivo: era più efficace litigarci che rimproverarli, per dire. Ripristinare una qualche forma di autorità è un’utopia reazionaria, indietro non si torna, non esiste nessuno in grado di riportare l’attenzione in classe, il semplice fatto di volerla ottenere, o con la disciplina o con varie blandizie a base di tecnologie o con altri effetti speciali, fa di te un insegnante, cioè un adulto, cioè qualcuno che non va assecondato in nessuna delle sue richieste, mai, per principio. Io pensavo: allora mi metto a fare lo studente pure io. Un minimo ha funzionato. Ma un minimo. Al fatto che la scuola sia una dissipazione immane di energia ci si rassegna presto, basta qualche mese: l’edificio è una specie di buco nero, si inghiotte il 90% delle forze senza restituire niente, consuma milioni di chilowatt per mettere al massimo una lavatrice. Noi per esempio, in un anno, abbiamo prodotto un cortometraggio di classe che durava sì e no dieci minuti: è venuto pure bene, però se non fossimo stati studenti e insegnante, cioè se non fossimo stati la classe di una scuola, ci avremmo messo meno di un mese. Gli studenti non fanno che chiederti: ma a che serve studiare questo o quello? A che serve girare un cortometraggio? A me l’unica risposta che veniva era: a niente. E dopo mi veniva da aggiungere: non è bellissimo? Il giorno che l’abbiamo proiettato con i genitori e la preside e le altre classi, ho pensato che magari non è del tutto sbagliato che a scuola si sprechino energie e si studino e si facciano cose inutili: alla fine è l’unico posto in cui ti puoi permettere il lusso di pensare a cose a cui fuori dalla scuola non penseresti mai".
Il suo libro è il diario di un anno. Lo riassuma in poche frasi.
"È un diario, quindi è vita vissuta, però è anche una specie di romanzo: c’è molta finzione e dentro non ci sono persone, ma solo personaggi. Non so bene come spiegarlo, ma quando ci provi, ti accorgi che l’unico modo per raccontare le cose che sono successe per davvero durante l’anno è inventartene delle altre, che non sono mai successe, di sana pianta. Io l’ho scritto perché era la prima volta che lavoravo in una scuola media, avevo di fronte la mia prima vera classe, e allora ho pensato che non avrei mai più guardato gli studenti con gli stessi occhi, e m’è venuta voglia di fermare tutto in una specie di foto di gruppo. Con l’insegnante al centro, s’intende, che infatti è il personaggio più ingombrante e più goffo di tutto il libro. Perché alla fine, se uno ci pensa bene, insegnare è un lavoro un po’ imbarazzante: che ci fa uno di 43 anni in mezzo a tutti quei dodicenni?".
Mario Fillioley, Lotta di classe
Minimum fax. Pag. 164, euro 15
Diario e commedia Lotta di classe. Un viaggio, da settembre a giugno. Il racconto del primo anno d’insegnamento di ruolo per l’autore, siciliano trapiantato a novecento chilometri da casa sua, intenzionato a svolgere al meglio il suo lavoro inventando metodi nuovi e accettando le sfide. I ricordi personali accompagnano le cronache di giorni qualunque. La vita in classe, insieme per una gita, la paura di sbagliare, la voglia di non arrendersi. Un libro che regala sorrisi e che induce alla riflessione. L’autore racconta, divaga, trasmette le storie di ragazzi del nostro tempo. E, quando il diario finisce, si vorrebbe poter contare anche su quello dell’anno che verrà. Sarà questa la “buona scuola”?
Insegnare al tempo della “buona scuola”: che cosa significa?
"Sono appena al mio secondo anno da insegnante, non so ancora cosa significhi stare in classe e non so cosa significhi buona scuola o se questo è il tempo della buona scuola, quindi provo a rispondere con lo stesso spirito da novizio con cui ho scritto il libro. Per esempio, durante l’anno di prova chiedevo incontinuazione ai colleghi: ma scusate, se questa scuola è una buona scuola, com’è che a mensa ci danno i bastoncini Findus? Eh, mi rispondevano loro, guarda che la scuola non è un ristorante, deve eccellere in altre cose. Io, a mensa, alla fine, i bastoncini li lasciavo sempre perché ogni volta mancava il limone, ed essendo siciliano, se sul pesce non ci spremo sopra il limone non me lo riesco a mangiare. Allora a stomaco vuoto diventavo riduzionista e mi venivano pensieri come: la scuola deve eccellere in una cosa sola, l’apprendimento. Per apprendere bene ci vorrebbero insegnanti buoni e studenti bravi, però in realtà basterebbero solo gli insegnanti buoni, perché così diventerebbero bravi pure gli studenti. A quel punto sarebbe già una “buona scuola”, pazienza che poi a mensa non c’è mai il limone".
Come catturare e conservare l’attenzione in classe?
"L’attenzione in classe è un miraggio: esiste solo nei desideri degli insegnanti, i ragazzi non si concentrano su niente per più di sei secondi consecutivi, l’unica cosa che riuscivo a fare io era farmi travolgere da queste tempeste perfette di ormoni ed energia cinetica, e provare a capire dove mi avrebbero sballottato. Se entravo in classe come un adulto non ne uscivo vivo: era più efficace litigarci che rimproverarli, per dire. Ripristinare una qualche forma di autorità è un’utopia reazionaria, indietro non si torna, non esiste nessuno in grado di riportare l’attenzione in classe, il semplice fatto di volerla ottenere, o con la disciplina o con varie blandizie a base di tecnologie o con altri effetti speciali, fa di te un insegnante, cioè un adulto, cioè qualcuno che non va assecondato in nessuna delle sue richieste, mai, per principio. Io pensavo: allora mi metto a fare lo studente pure io. Un minimo ha funzionato. Ma un minimo. Al fatto che la scuola sia una dissipazione immane di energia ci si rassegna presto, basta qualche mese: l’edificio è una specie di buco nero, si inghiotte il 90% delle forze senza restituire niente, consuma milioni di chilowatt per mettere al massimo una lavatrice. Noi per esempio, in un anno, abbiamo prodotto un cortometraggio di classe che durava sì e no dieci minuti: è venuto pure bene, però se non fossimo stati studenti e insegnante, cioè se non fossimo stati la classe di una scuola, ci avremmo messo meno di un mese. Gli studenti non fanno che chiederti: ma a che serve studiare questo o quello? A che serve girare un cortometraggio? A me l’unica risposta che veniva era: a niente. E dopo mi veniva da aggiungere: non è bellissimo? Il giorno che l’abbiamo proiettato con i genitori e la preside e le altre classi, ho pensato che magari non è del tutto sbagliato che a scuola si sprechino energie e si studino e si facciano cose inutili: alla fine è l’unico posto in cui ti puoi permettere il lusso di pensare a cose a cui fuori dalla scuola non penseresti mai".
Il suo libro è il diario di un anno. Lo riassuma in poche frasi.
"È un diario, quindi è vita vissuta, però è anche una specie di romanzo: c’è molta finzione e dentro non ci sono persone, ma solo personaggi. Non so bene come spiegarlo, ma quando ci provi, ti accorgi che l’unico modo per raccontare le cose che sono successe per davvero durante l’anno è inventartene delle altre, che non sono mai successe, di sana pianta. Io l’ho scritto perché era la prima volta che lavoravo in una scuola media, avevo di fronte la mia prima vera classe, e allora ho pensato che non avrei mai più guardato gli studenti con gli stessi occhi, e m’è venuta voglia di fermare tutto in una specie di foto di gruppo. Con l’insegnante al centro, s’intende, che infatti è il personaggio più ingombrante e più goffo di tutto il libro. Perché alla fine, se uno ci pensa bene, insegnare è un lavoro un po’ imbarazzante: che ci fa uno di 43 anni in mezzo a tutti quei dodicenni?".
Mario Fillioley, Lotta di classe
Minimum fax. Pag. 164, euro 15