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'Se una donna dice basta': speciale Leggendaria contro la violenza sulle donne

Parla la direttrice della rivista Anna Maria Crispino: "Gli uomini devono ancora lavorare molto su se stessi"
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Sono 116 le donne uccise fino ad oggi in Italia. E, ad oggi, quasi sette milioni di donne hanno subito violenza, fisica o psichica, nel corso della loro vita. Il bilancio è tratto dalla seconda indagine Istat sulla violenza contro le donne, appena pubblicata e che stima il sommerso ancora al 90% dei casi. A citare i numeri che fotografano delitti e abusi è il numero speciale di Leggendaria, la rivista di libri letture e linguaggi diretta da Anna Maria Crispino, nel numero speciale Se una donne dice basta, diffuso in occasione della giornata (domani 25 novembre) contro la violenza sulle donne ma che, come dovrebbe essere, invita a riflettere tutto l'anno e a impegnarsi per garantire un aiuto concreto alle vittime di un fenomeno tanto diffuso e complesso.

Se la cattiva notizia è che il numero dei femminicidi in Italia non è calato ed è rimasto stabile, quella buona è che è aumentata ovunque la consapevolezza delle donne e che le…
Sono 116 le donne uccise fino ad oggi in Italia. E, ad oggi, quasi sette milioni di donne hanno subito violenza, fisica o psichica, nel corso della loro vita. Il bilancio è tratto dalla seconda indagine Istat sulla violenza contro le donne, appena pubblicata e che stima il sommerso ancora al 90% dei casi. A citare i numeri che fotografano delitti e abusi è il numero speciale di Leggendaria, la rivista di libri letture e linguaggi diretta da Anna Maria Crispino, nel numero speciale Se una donne dice basta, diffuso in occasione della giornata (domani 25 novembre) contro la violenza sulle donne ma che, come dovrebbe essere, invita a riflettere tutto l'anno e a impegnarsi per garantire un aiuto concreto alle vittime di un fenomeno tanto diffuso e complesso.

Se la cattiva notizia è che il numero dei femminicidi in Italia non è calato ed è rimasto stabile, quella buona è che è aumentata ovunque la consapevolezza delle donne e che le giovani denunciano di più molestie e atti di violenza.

Un incremento di consapevolezza che si è tradotto in impegno quotidiano per moltissime donne: sono infatti ormai centinaia i Centri antiviolenza sparsi in Italia, pronti a fornire appoggio e aiuto  a chi decide di denunciare. Centri che nascono  "anche in modo 'inventato', fuori dai canali ufficiali e grazie a esperienze di femminismo ", sottolinea la direttrice di Leggendaria, con operatrici che affrontano le donne abusate non solo in termini di "servizio" assistenziale, "bensì con una procedura di ascolto e relazione, accompagnandole in un percorso che consenta di ricostruire se stesse".

E anche se, a tutt'oggi, sono ancora molti i centri in crisi di finanziamento e che rischiano la chiusura, di recente il governo si è impegnato a sbloccare i fondi non ancora devoluti e ha annunciato un finanziamento aggiuntivo di 20 milioni.

 A incidere sul fenomeno della violenza sulle donne sarebbe però necessaria una vera rivoluzione culturale. Spesso si dice che, quando all'interno della coppia c'è violenza, non si deve mai parlare d'amore. Chi lavora all'interno dei Centri sa, però, che non è così semplice e che non si può sottrarre alle donne abusate (negando a priori l'amore) il diritto di ragionare e reagire dentro la propria relazione, facendole sentire ulteriormente giudicate, sottovalutate o addirittura disprezzate.

Si torna dunque alla questione controversa del contributo degli uomini. "C'è una parte del femminismo italiano che mantiene una posizione rigidamente separatista, anche se forse la maggioranza è invece più disponibile al dialogo - ragiona in proposito Anna Maria Crispino - sono gli uomini a dover lavorare su se stessi  e alcuni lo stanno già facendo. Occorre ripensare in profondità sia i messaggi che ai bambini arrivano in famiglia, sia l'impostazione delle relazioni tra maschi e femmine a partire dai primissimi anni di scuola: ciò che viene definita 'educazione' ai sentimenti, o al rispetto delle differenze o contro gli stereotipi di genere è a mio avviso una priorità ormai indilazionabile".
 
Femminicidio, fenomeno complesso e planetario. Che cosa è cambiato dopo trent'anni?
È cambiata la consapevolezza delle donne, ovunque. In Italia, ad esempio, se le cifre dei femminicidi restano purtroppo stabili, le giovani denunciano di più molestie e atti di violenza, li 'riconoscono' per così dire, per quello che sono. Ci sono ormai centinaia Centri antiviolenza, molti dei quali 'inventati' da donne che hanno fatto esperienza di femminismo e che affrontano il rapporto con le donne abusate non in termini di 'servizio' assistenziale, bensì con una procedura di ascolto e relazione, senza trattarle come vittime, ma accompagnandole in un percorso che consenta di ricostruire se stesse. A livello globale poi, la questione della violenza e del femminicidio è entrata nell'agenda delle priorità delle agenzie internazionali, tenendo ben conto delle diversità dei contesti. Prima della conferenza di Pechino del 1995, c'era un silenzio assoluto, ora l'importanza della questione violenza è tenuta in conto persino nella composizione delle missioni di pace dell'Onu.
 
Luci e ombre dell'intervento istituzionale.
Molto si è fatto negli ultimi anni in termini di formazione professionale degli operatori, per esempio le forze dell'ordine e il personale sanitario, anche se non dappertutto con lo stesso risultato. Inoltre, i Centri antiviolenza, molti dei quali nati trent'anni fa come luoghi autogestiti, sono ancora sotto-finanziati e il meccanismo della devoluzione dei fondi, dovendo passare per le regioni, è spesso farraginoso e inefficace (dei 30 milioni stanziati a partire dal 2013, circa un terzo non sono stati spesi). Molti Centri rischiano la chiusura, altri di dover ridurre le prestazioni o gli orari di apertura. La ministra Maria Elena Boschi, che ha ricevuto le deleghe sulle Parti Opportunità solo nel maggio scorso, si è impegnata allo sblocco dei fondi non ancora devoluti e ha annunciato un finanziamento aggiuntivo di 20 milioni. Il confronto tra i Centri antiviolenza e la ministra è aperto: dalla manifestazione nazionale delle donne contro la violenza maschile del 26 novembre "Non una di meno"  - e soprattutto dai tavoli di discussione che si terranno il giorno successivo, dovrebbe venir fuori una piattaforma "dal basso" per la definizione di un Piano Nazionale Anti-violenza, da portare alla discussione con la Boschi.
 
È necessaria una rivoluzione culturale; quale può essere il contributo degli uomini?
Si tratta di una questione molto controversa, perché c'è una parte del femminismo italiano che mantiene una posizione rigidamente separatista, anche se forse la maggioranza è invece più disponibile al dialogo. Il problema è come: io credo che la rivoluzione culturale tra le donne ci sia già stata mentre sono gli uomini a dover lavorare su se stessi, perché la violenza è innanzitutto un "loro" problema. Alcuni lo stanno già facendo, ma occorre ripensare in profondità sia i messaggi che ai bambini arrivano in famiglia, sia l'impostazione delle relazioni tra maschi e femmine a partire dai primissimi anni di scuola: ciò che viene definita "educazione" ai sentimenti, o al rispetto delle differenze o contro gli stereotipi di genere è a mio avviso una priorità ormai indilazionabile. Ci sono già delle sperimentazioni in atto su questo terreno ma finora i provvedimenti attesi dal Ministero dell'istruzione sono stati bloccati da una violenta campagna delle organizzazioni cattoliche. Ma va ricordato che è tutto ciò che crea il contesto culturale diffuso - pubblicità, video, giochi, fumetti, Tv, cinema, letteratura, informazione e social - a dover cambiare: troppo spesso sono proprio i media, ad esempio, a tollerare, giustificare, minimizzare atti di violenza espliciti o impliciti. Un processo di maggiore consapevolezza sulla valenza dei messaggi misogini e svalutanti dovrebbe coinvolgere tutti gli operatori, i produttori, i comunicatori: perché quei messaggi arrivano a bambini e bambine ma anche ad adolescenti e adulti.