Passaparola

Titti Marrone: così racconto il mondo delle badanti

Nel suo romanzo riflettori sul rapporto complesso tra una collaboratrice moldava e la figlia della donna da lei curata

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Alina è un'efficiente badante moldava emigrata nel nostro paese per necessità e determinata a tenersi il lavoro con qualsiasi mezzo. La sua datrice di lavoro, Eleonora, è una professoressa colta e illuminata, una donna borghese che, per assistere la madre in preda a demenza senile, ha bisogno di un aiuto esterno che la scarichi di ogni responsabilità. Una situazione molto diffusa in Italia dove, secondo il Censis, le badanti sono oltre un milione e seicentomila, un esercito poco considerato formato da persone che subiscono lo stravolgimento coatto dell'esistenza. Ma, dietro i numeri, ci sono le storie. Come nel caso dell'incontro-scontro tra Eleonora e Alina, ciascuna chiusa nel proprio mondo e ciascuna alle prese con le proprie esigenze, fragilità, dubbi ed emergenze. La prima, all'apparenza ben inserita nel contesto geografico e famigliare, come spesso appaiono le badanti, è invece in preda a rabbia e sgomento. La seconda, Eleonora, è convinta di essere di ampie vedute e cerca di stabilire un rapporto "democratico" con la badante, offrendo invece solo  contatti superficiali e sbrigativi, quando non addirittura ostili a causa di inconfessate gelosie.

E' l'ossatura di La donna capovolta (Iacobelli ediotre), il nuovo romanzo di Titti Marrone, giornalista e scrittrice che, per raccontare uno degli aspetti meno conosciuti dell'immigrazione,  ha sapientemente pescato nella sua esperienza personale (le tante badanti che si sono avvicendate  in otto anni di malattia di sua madre), offrendo un racconto che, capitolo dopo capitolo, cattura e finisce per uscire dai confini della trama,  stimolando una vasta rosa di interpretazioni e riflessioni .

Alina  è una donna resa dura dallo sconvolgimento obbligato della propria esistenza e dalla lontananza dal marito, dal figlio, dalla nipote. E' convinta che sia meglio per lei non smentire i luoghi comuni e non esita a nascondersi dietro la facciata che ritiene più rassicurante. Lei ha una laurea, potrebbe recitare Dante a memoria, ama la musica e conosce bene la lingua italiana. Eppure parla un italiano stentato e finge di essere ignorante quanto basta. Insomma è chiusa in una maschera che pensa sia la sua difesa. E altrettanto fa Eleonora, delusa dal marito e dalla figlia sulla quale aveva trasferito progetti e aspettative, vive la sua fragilità cercando di barcamenarsi tra la madre malata, con tutti i sensi di colpa che sente per non curarla personalmente, e sua figlia che ha scelto una strada diversa da quella dorata che aveva immaginato per lei. E si sente persa, strappata e non più una donna intelligente e progressista, ritrovandosi, appunto, "capovolta".

La scrittura di Titti Marrone è precisa ed  elegante, il racconto è modulato su tre piani, quello di Eleonora, quello di Alina e il terzo, denominato "Loro", in riferimento agli altri personaggi. Una narrazione indiretta  che solo alla fine concede un colpo scena (e non solo linguistico), con dialoghi serrati tra le due donne, "ambedue ormai capovolte", incrocio simbolico di due donne in fondo simili e di due mondi destinati a incontrarsi oltre che a scontrarsi.
 
Le badanti risolvono i problemi quotidiani di moltissime famiglie italiane. Nel libro è una delle protagoniste, perché?
"Perché le badanti incarnano la tipologia di migranti che tutti crediamo integrate ma è ben lontana dall'esserlo. Vivono nelle nostre case capovolgendo le loro vite, lasciando figli, mariti, affetti e vite complicatissime di cui sappiamo poco o nulla. Il personaggio della moldava Alina evoca quindi un aspetto dell'immigrazione poco considerato: quello di persone in apparenza inserite saldamente nei nostri contesti familiari ma soffocate da condizioni che le obbligano a negare radici e identità. Nel mio romanzo ho cercato di raccontare, con un'ironia forse a volte anche un po' crudele, il suo difficile rapporto con la figlia della vecchia a cui bada: Alina è rimasta legata al modello sovietico e rimpiange la vita nel suo Paese, dove era un ingegnere elettronico. Così ingoia in silenzio i commenti saccenti degli occidentali, entusiasti di  Gorbaciov e disgustati dai 'paesi sotto il tallone dell'Urss'. Ha imparato l'italiano sulla Divina Commedia, di cui conosce interi brani a memoria, ma lo nasconde accuratamente fingendo di non parlar bene la lingua, per adeguarsi allo stereotipo della badante. E guarda alla figlia dell'anziana da lei assistita con tutto l'implacabile peso dei propri giudizi negativi sul 'mondo dei borghesi'."
 
La donna capovolta è soprattutto Eleonora, signora borghese colta e di sinistra, eppure il suo mondo  rimane separato, estraneo rispetto a quello di Alina. Quanto c'è di autobiografico nella storia?
"Di autobiografico c'è un bel po'. E se Alina è una sorta di sintesi delle varie badanti da me incontrate negli otto anni della malattia di mia madre, Eleonora assomiglia a me e alle mie amiche. A quelle di noi entrate in contatto con il mondo ignoto di altre donne adattate a badare ai nostri vecchi senza riuscire a stabilire un rapporto che non sia sbrigativo e reciprocamente utilitaristico. E' una situazione sempre più diffusa: la malattia e la vecchiaia prolungate delle madri ci mettono in relazioni che amplificano  i sensi d'inadeguatezza e di colpa, la voglia di fuggire e la consapevolezza di tradire il patto di accudimento assolto a suo tempo dalla madre verso la figlia, che da adulta si rivela insufficiente. Inoltre, nel malessere materno, la figlia vede l'ineluttabilità del proprio invecchiamento imminente. Eleonora si sente così capovolta rispetto ai progetti di futuro alimentati in lei. Ed è strattonata tra la madre anziana e una giovane figlia da cui si sentirà delusa, anzi tradita, come del resto dal marito. Verso Alina ha sentimenti contraddittori e sempre più negativi. Sentirà spuntare in sé il pregiudizio, con conseguente sgretolamento della maschera di tolleranza e correttezza politica sua e dei suoi amici. Vedendo capovolta anche la sua certezza di essere una donna democratica dalle larghe vedute".

E' possibile l'integrazione. Quale il messaggio contenuto nel romanzo?
"Credo che l'integrazione sia un processo lento, non solo in Italia ben lontano dall'essersi compiuto, che richiede sforzi maggiori anche sul piano culturale e su quello delle relazioni. Quello che ho cercato di raccontare è una specie di "scontro di civiltà" - sottotraccia ma molto diffuso - tra due donne in apparenza assai lontane. L'ho fatto costruendo situazioni a volte comiche, affidando alle voci contrapposte di  Eleonora e Alina il racconto degli avvenimenti, poi ricondotti a sintesi da un narratore impersonale. Nel finale ho pensato di far divampare lo scontro in un dialogo diretto per meglio evocare il corpo a corpo. Eppure le due potrebbero trovare terreni convergenti e a un certo punto sembrano accomunate dai rispettivi destini. Sono più simili di quanto pensino ma a dividerle è la diffidenza, l'ombra del pregiudizio verso l'altro che non risparmia nemmeno Alina. La moldava, badante impeccabile per necessità di guadagno, sarà indotta a cattiverie imperdonabili a causa della sua ansia nel conservarsi il lavoro. Entrambe si scoprono "donne capovolte", cioè destabilizzate dagli svolgimenti della vita.  Ma "capovolti", infine, siamo un po' tutti, uomini e donne, incapaci di metterci in ascolto dell'altro e dei suoi bisogni."

Titti Marrone
La donna capovolta
Iacobelli editore
Pagg. 176, euro 16