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Tutti al call center

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"Un posto di lavoro qualunque è meglio di nessun lavoro". Nell’invito "moderno" del ministro Sacconi alla Generazione Tradita riecheggia la semplificazione antica di Benedetto Croce: "Il problema dei giovani è diventare adulti". I due messaggi contengono un certo grado di realismo, ma un grado ancora maggiore di cinismo. E in ogni caso, un grande filosofo può anche liquidare una difficile condizione esistenziale con un calembour. Un politico serio non può permettersi gli stessi lussi. Chi ha una responsabilità di governo non può cavarsela con un’ovvietà di rito. Ha il dovere di fornire risposte articolate a problemi complessi. Ha l’obbligo, soprattutto, di offrire una prospettiva a chi consuma l’oggi senza sapere se può costruirsi un domani. È esattamente questo il messaggio di Zigmunt Bauman, quando sostiene che ai giovani abbiamo "intossicato il futuro".

È chiaro che fare qualcosa è meglio che non fare nulla. Raccattare qualunque forma di occupazione è meglio che starsene a bighellonare tutto il giorno tra la casa di famiglia e il bar degli amici. Ma questo modo di intendere la cosiddetta "modernità" del lavoro è una parte del problema, e non certo la soluzione. I giovani già fanno da tempo quello che il ministro del Welfare li sollecita ad accettare. Quanti sono i neo-laureati, anche con voti di eccellenza in facoltà tecnico-scientifiche, che si acconciano a prendere quello che trovano, nell’attesa che il "sistema" consenta loro di svolgere l’attività per la quale hanno studiato e investito risorse intellettuali, fisiche e anche economiche? Quanti sono i lavoratori precari e temporanei, che si adattano a qualunque forma contrattuale, nei call center e nelle micro-aziende del Nord, pur di sbarcare il lunario? E quanti sono i falsi "autonomi" costretti ad aprire la partita Iva, pur fornendo a tutti gli effetti una prestazione da lavoro dipendente, solo perché questa è l’unica soluzione che l’azienda gli offre per iniziare o per continuare a rimanere nell’"organico"

L’Italia ha un drammatico problema di qualificazione del suo capitale umano. Ed è esattamente su questo crocevia che la sedicente riforma della Pubblica Istruzione, a livello universitario e di scuola secondaria superiore, incontra la deprimente condizione dei disoccupati e dei sub-occupati. Questo, soprattutto, interroga oggi le responsabilità della politica, che non può limitarsi ad accettare gli effetti perversi della globalizzazione anche nel mondo del lavoro, e a pagare senza battere ciglio il dumping sociale imposto dai paesi emergenti. Basta leggere l’ultimo Quaderno dell’Associazione Treelle sul "Lifelong learning" per toccare con mano il disastro attuale e quello prossimo venturo. Secondo le previsioni dell’European Centre for Development of Vocational Training sul mercato del lavoro, di qui al 2020 i due terzi dell’occupazione europea si concentreranno nel terziario, quasi tutta l’occupazione aggiuntiva e sostitutiva sarà caratterizzata da lavori ad alta intensità di conoscenze e di competenze tecniche, e cresceranno i livelli di istruzione/formazione richiesti in tutti i tipi di lavoro, comprese molte occupazioni "elementari".

In questa cornice, il quadro italiano è a tinte fosche. Per tre ragioni. 1) Insieme al Portogallo, sarà il Paese col più alto peso di forze lavoro con bassi livelli di qualificazione (37,1% contro una media Ue del 19,5%). 2) Sconterà un relativo allineamento alla media europea sui livelli intermedi (45,4% contro il 48,5 della Ue). 3) Pagherà una carenza fortissima di forze di lavoro altamente qualificate (17,5% contro il 32% della Ue). Questo è lo scenario. Già oggi i pochi lavori che si trovano sono a bassa intensità di innovazione e di valore aggiunto. Nel prossimo futuro i lavori che si troveranno saranno sempre più di bassa qualità. Ecco perché nell’invito di Sacconi risuona il danno, oltre alla beffa. Non solo inchioda chi non ha lavoro oggi, ma lo condanna a vivere "senza domani". A restare variamente e provvisoriamente "occupato" con quello che passa il convento. Perché fuori dal convento c’è solo il nulla

È la stessa logica che caratterizza la Dottrina Marchionne nella vicenda Pomigliano-Mirafiori: accontentati di questo posto, con meno diritti, meno rappresentenza e meno qualità del lavoro, perché l’alternativa è la chiusura dell’azienda. Qui il ragionamento è: accontentati di un lavoro purchessia, malpagato, provvisiorio e dequalificato, perché l’alternativa è finire in mezzo alla strada. Ecco la "proposta" dell’attuale classe dirigente alle nuove generazioni. Altro che "scambio" politico. Questo è un "patto scellerato". Dove una delle controparti non può negoziare, ma solo capitolare.