"Brigatismo giudiziario". "Ostruzionismo efferato". Il linguaggio del presidente del Consiglio e dei suoi "bravi" assume toni ogni giorni più violenti e avvilenti. Nella guerra sulla giustizia la maggioranza non sente ragioni e non fa prigionieri. Ogni arma è lecita. Le leggi ad personam e i ricatti. Il conflitto di attribuzione e l’ intimidazione. Berlusconi agisce per ubbìe individuali, la sua maggioranza opera con schizofrenie ordinamentali. Il combinato disposto dei due fattori rende geneticamente non credibile qualunque ipotesi di "riforma della giustizia" formulata da questa destra, cesarista e populista. E non per una pregiudiziale ideologica, ma per un’evidenza fattuale.
L’ ultimo esempio è di queste ore. E la dice lunga sugli infiniti e contraddittori "piani" sui quali la coalizione forzaleghista sta conducendo le sue "battaglie". La Camera è militarizzata per il dibattito intorno al disegno di legge sul processo breve, anzi "europeo", come ora Berlusconi ha imposto di chiamarlo a tutti i suoi luogotenenti. Un provvedimento che contiene il famigerato accorciamento della prescrizione per gli incensurati, grazie al quale il premier si salverà nel processo Mills, estinto prima dell’ estate se il ddl sarà convertito in legge entro i termini previsti. Norme spacciate all’ opinione pubblica con la seguente motivazione: non è un Paese degno e moderno, quello nel quale un processo penale dura in media otto anni, e un processo civile quattro anni. L’ Europa ci chiede di essere più rapidi ed efficienti: per questo ci servono processi velocizzati e prescrizioni "accorciate". Motivazioni false, richiami strumentali alla Ue. Il processo breve, come conferma il Csm, è in realtà una vera e propria "amnistia", che nega la giustizia, non l’afferma. Ma tant’è: a giustificarlo, almeno sulla carta falsa usata dal Cavaliere, c’è il principio dell’ economia processuale.
Al Senato, in questi stessi giorni, i figuranti della Pdl si lanciano in un offensiva di segno completamente diverse. Meglio, diametralmente opposto. Se a Montecitorio la parola d’ ordine è "processo breve", a Palazzo Madama il grido di battaglia è "processo lungo". In commissione Giustizia il capogruppo pidiellino Franco Mugnai ha infatti presentato due emendamenti al testo sul giudizio abbreviato, con i quali si stabilisce il divieto di utilizzare le sentenze definitive come prova dei fatti in esse accertati e si afferma la facoltà della difesa di presentare liste infinite di testimoni, anche superflui, oltre che di far ripetere prove già assunte senza che il giudice possa impedirlo. In altri termini, con queste norme si sancisce il diritto delle difese, con tutte le tecniche possibili e immaginabili, di intralciare il corso del procedimento e di dilazionare quanto più possibile le sentenze. Appunto: processo lungo. Anzi lunghissimo. E non processo "europeo", ma processo "levantino". Qui non conta più l’ economia processuale, ma l’ ipertrofia procedurale.
Il cortocircuito logico è evidente. Il cinismo politico è patente. Il collasso etico è eclatante. Eppure, agli italiani, vendono l’ intero "pacchetto" come "una riforma della giustizia epocale".
L’ ultimo esempio è di queste ore. E la dice lunga sugli infiniti e contraddittori "piani" sui quali la coalizione forzaleghista sta conducendo le sue "battaglie". La Camera è militarizzata per il dibattito intorno al disegno di legge sul processo breve, anzi "europeo", come ora Berlusconi ha imposto di chiamarlo a tutti i suoi luogotenenti. Un provvedimento che contiene il famigerato accorciamento della prescrizione per gli incensurati, grazie al quale il premier si salverà nel processo Mills, estinto prima dell’ estate se il ddl sarà convertito in legge entro i termini previsti. Norme spacciate all’ opinione pubblica con la seguente motivazione: non è un Paese degno e moderno, quello nel quale un processo penale dura in media otto anni, e un processo civile quattro anni. L’ Europa ci chiede di essere più rapidi ed efficienti: per questo ci servono processi velocizzati e prescrizioni "accorciate". Motivazioni false, richiami strumentali alla Ue. Il processo breve, come conferma il Csm, è in realtà una vera e propria "amnistia", che nega la giustizia, non l’afferma. Ma tant’è: a giustificarlo, almeno sulla carta falsa usata dal Cavaliere, c’è il principio dell’ economia processuale.
Al Senato, in questi stessi giorni, i figuranti della Pdl si lanciano in un offensiva di segno completamente diverse. Meglio, diametralmente opposto. Se a Montecitorio la parola d’ ordine è "processo breve", a Palazzo Madama il grido di battaglia è "processo lungo". In commissione Giustizia il capogruppo pidiellino Franco Mugnai ha infatti presentato due emendamenti al testo sul giudizio abbreviato, con i quali si stabilisce il divieto di utilizzare le sentenze definitive come prova dei fatti in esse accertati e si afferma la facoltà della difesa di presentare liste infinite di testimoni, anche superflui, oltre che di far ripetere prove già assunte senza che il giudice possa impedirlo. In altri termini, con queste norme si sancisce il diritto delle difese, con tutte le tecniche possibili e immaginabili, di intralciare il corso del procedimento e di dilazionare quanto più possibile le sentenze. Appunto: processo lungo. Anzi lunghissimo. E non processo "europeo", ma processo "levantino". Qui non conta più l’ economia processuale, ma l’ ipertrofia procedurale.
Il cortocircuito logico è evidente. Il cinismo politico è patente. Il collasso etico è eclatante. Eppure, agli italiani, vendono l’ intero "pacchetto" come "una riforma della giustizia epocale".