La Consob ci riprova. Dopo anni di torpore ispirato da Lamberto Cardia, "sacerdote" del laissez faire di culto lettiano, il docile watchdog della Borsetta italiana tenta per l'ennesima volta di fare la faccia feroce. Stamattina Giuseppe Vegas e i suoi uomini hanno convocato negli uffici di Piazza Verdi i vertici della Saipem. Vogliono capire come sia stato possibile l'ultimo scandalo che, insieme a quello del Montepaschi, ha riprecipitato nel fango il già opaco mercato finanziario tricolore. Un profit warning che, dalla sera alla mattina, taglia del 50 per cento le stime sugli utili attesi. E soprattutto, nel frattempo, quel pacco del 2,3 per cento di azioni Saipem vendute a caro prezzo sul mercato da un misterioso Fantomas, prima che il titolo precipitasse del 34 per cento. Si sospetta il temuto "market abuse", quel magnifico reato di abuso di mercato di recente conio per il quale in Italia, del resto, non viene condannato quasi mai nessuno. Non sappiamo cosa racconteranno alla Commissione Alberto Meomartini e Umberto Vergine, presidente e amministratore delegato del gruppo controllato dall'Eni. I manager, nel colloquio con Luca Pagni che pubblichiamo oggi, cercano di fornire qualche spiegazione sul collasso dei profitti, ma difficilmente potranno dire qualcosa sull'audace colpo messo a segno da qualche occhiuto investitore, poco prima che la società bruciasse di lì a poco un terzo della capitalizzazione e trascinasse nell'abisso l'intero listino. Solo un gonzo può credere che si sia trattato di una coincidenza.
Chi ha venduto quei titoli era a conoscenza dell'annuncio che Saipem stava per fare. Come sempre, tutti gli indiziati smentiscono di aver avuto parte nel delitto. Smentisce l'Eni, smentisce Fidelity. Il colpevole, come nei gialli di serie B, sarà il solito maggiordomo. Nell'attesa, purtroppo verosimilmente vana, che la Consob e la magistratura vengano a capo del misfatto, viene da fare un'altra riflessione, più generale, che riguarda il senso di responsabilità e l'accountability delle tanto celebrate "classi dirigenti". Prendiamo per buone le rassicurazioni dell'Eni, che si chiama totalmente fuori dalla vicenda. Ma viene in mente un paragone, che dovrebbe insegnare qualcosa. Tutti conosciamo il bagno di sangue di Facebook. Il prezzo per azione del colosso dei social network, prima con l'Ipo e poi con la quotazione a Wall Street, è crollato in tre mesi da 38 a meno di 17 dollari. Innescando psico-drammi, class action e sospetti di ogni tipo. Zuckerberg non ci ha pensato due volte: ha rassicurato soci e dipendenti, e ha ricomprato 101 milioni di azioni, per un valore di 1,9 miliardi di dollari. Al prezzo di collocamento. Bene: se oggi a tenere il guinzaglio del cane a sei zampe ci fosse uno come Zuckerberg, magari farebbe la stessa cosa.
Chi ha venduto quei titoli era a conoscenza dell'annuncio che Saipem stava per fare. Come sempre, tutti gli indiziati smentiscono di aver avuto parte nel delitto. Smentisce l'Eni, smentisce Fidelity. Il colpevole, come nei gialli di serie B, sarà il solito maggiordomo. Nell'attesa, purtroppo verosimilmente vana, che la Consob e la magistratura vengano a capo del misfatto, viene da fare un'altra riflessione, più generale, che riguarda il senso di responsabilità e l'accountability delle tanto celebrate "classi dirigenti". Prendiamo per buone le rassicurazioni dell'Eni, che si chiama totalmente fuori dalla vicenda. Ma viene in mente un paragone, che dovrebbe insegnare qualcosa. Tutti conosciamo il bagno di sangue di Facebook. Il prezzo per azione del colosso dei social network, prima con l'Ipo e poi con la quotazione a Wall Street, è crollato in tre mesi da 38 a meno di 17 dollari. Innescando psico-drammi, class action e sospetti di ogni tipo. Zuckerberg non ci ha pensato due volte: ha rassicurato soci e dipendenti, e ha ricomprato 101 milioni di azioni, per un valore di 1,9 miliardi di dollari. Al prezzo di collocamento. Bene: se oggi a tenere il guinzaglio del cane a sei zampe ci fosse uno come Zuckerberg, magari farebbe la stessa cosa.