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Le larghe intese
non parlano l'inglese

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MILANO - Più che il "governo del fare", sembra il "governo del dire". Le parole sono chiare, ma i fatti possono aspettare. Le Larghe Intese si confermano un laboratorio di lunghe attese. Si decide di decidere, ma ogni decisione vera è rinviata all'autunno. La Legge di Stabilità si trasforma nel momento della verità: in quell'imbuto dovranno confluire decisioni fondamentali per le tasche dei cittadini: l'aumento delle aliquote Iva, la riformulazione dell'Imu, la ridefinizione della Tares, il destino della Tobin Tax e dei ticket sanitari, il finanziamento delle missioni all'estero e il perfezionamento dell'acquisto dei cacciabombardieri da 150 milioni a pezzo. Un ingorgo spaventoso, e pericoloso. Una specie di "fiscal cliff" tricolore. La strana maggioranza lo affronta senza una strategia precisa. Compra tempo. La Grande Coalizione all'italiana, come nella poesia di Montale, solo questo può dirti: cioè che non &egra…
MILANO - Più che il "governo del fare", sembra il "governo del dire". Le parole sono chiare, ma i fatti possono aspettare. Le Larghe Intese si confermano un laboratorio di lunghe attese. Si decide di decidere, ma ogni decisione vera è rinviata all'autunno. La Legge di Stabilità si trasforma nel momento della verità: in quell'imbuto dovranno confluire decisioni fondamentali per le tasche dei cittadini: l'aumento delle aliquote Iva, la riformulazione dell'Imu, la ridefinizione della Tares, il destino della Tobin Tax e dei ticket sanitari, il finanziamento delle missioni all'estero e il perfezionamento dell'acquisto dei cacciabombardieri da 150 milioni a pezzo. Un ingorgo spaventoso, e pericoloso. Una specie di "fiscal cliff" tricolore. La strana maggioranza lo affronta senza una strategia precisa. Compra tempo. La Grande Coalizione all'italiana, come nella poesia di Montale, solo questo può dirti: cioè che non è, ciò che non vuole essere. Non è una Grande Coalizione alla tedesca, dove destra e sinistra si uniscono per fare insieme ciò che non riuscirebbero mai a fare divisi. Non vuole essere un governo del cambiamento, che impone al Paese le riforme di struttura di cui ha davvero bisogno. Enrico Letta, giustamente, ripete "non vogliamo sfasciare il bilancio pubblico perché siamo ancora dentro una tempesta finanziaria". Ha perfettamente ragione. Ma al premier è richiesto uno sforzo di fantasia e un supplemento di coraggio. Non si può scongiurare l'aumento di un'imposta anticipando il versamento di un'altra imposta. Non si può rispostare il prelievo dalle cose alle persone, dopo aver professato per anni l'esigenza di fare l'esatto contrario. Soprattutto, non si può più rimandare un piano serio per ridurre la pressione fiscale e per abbattere la spesa pubblica. Non la spesa sociale, che semmai va ottimizzata e in qualche caso persino aumentata. Ma la spesa corrente, che invece dal 2000 è aumentata al ritmo del 3% l'anno. In Europa c'è un modello da seguire. La Gran Bretagna di Cameron sta svolgendo un ruolo nefasto sull'integrazione europea e sull'Unione bancaria, ma sul taglio alla spesa corrente sta facendo miracoli. Il governo di Londra ha appena varato la sesta manovra che riduce il perimetro delle uscite dello Stato per 11,5 miliardi di sterline. Si riduce il costo del lavoro dei dipendenti pubblici, si riduce il costo della macchina dello Stato, si tagliano persino i rimborsi sul carburante e il riscaldamento per i cittadini britannici che vivono nei Paesi caldi. In compenso, con i risparmi si riducono le imposte e si aumenta addirittura la spesa per la sanità. È un buon esempio, che l'Italia non seguirà. Le Larghe Intese non parlano il tedesco, ma neanche l'inglese.
m.giannini@repubblica.it