Ribolle da giorni, e giustamente, il magma della rabbia «padrona». Fare impresa in Italia è sempre più difficile. Stato leviatano e sindacato cileno. Tasse micidiali e infrastrutture medievali. Burocrazia opaca e giustizia lumaca. Come dare torto alle grida del ceto imprenditoriale, colpito da una recessione che in cinque anni ha mietuto la caduta di otto punti di pil e il fallimento di 70 mila aziende solo nella manifattura? A sentire Giorgio Squinzi il punto di rottura non è affatto lontano. Nell’ultima settimana gli anatemi del presidente di Confindustria sono piovuti ogni giorno. Il 5 luglio, da Padova: «Non penso come Saccomanni che a fine anno vedremo la luce, se tutto va bene nel 2014 cresceremo di uno 0,4%...». L’8 luglio, da Milano: «Non c’è nessuna luce in fondo al tunnel ma solo un flebile lumicino: abbiamo il dovere di protestare contro le vessazioni...». Il 9 luglio, alla Camera: «Il rimbalzino della fine dell’anno non creerà occupazione...». L’11 luglio, all’Ance: «La situazione è preoccupante, siamo ancora lontani dalla fine della stagione nera...». Dunque si avvicina anche in Italia quella che Christopher Lasch chiama «la rivolta delle élite»? Sarebbe quasi bello da pensare. Un establishment gagliardo e tosto, pronto a dare battaglia e a difendere i propri interessi nel cuore di una crisi epocale e globale. Una borghesia in parte illuminata, e in parte anche un po’ sgangherata, ma comunque moderna. Capace di concepirsi addirittura come «classe» particolare, ma portatrice di una visione generale da far valere nel confronto con la politica e con il governo. Purtroppo in Italia non c’è niente di tutto questo. L’organo di rappresentanza del mondo produttivo non esce dalle logiche asfittiche e minimaliste di un corporativismo situazionale. Piccola lobby, grandi costi. Volete la prova? È la cena che proprio Confindustria ha organizzato mercoledì scorso, con le alte cariche dello Stato, i presidenti di Camera e Senato, e i capigruppo dei partiti di Montecitorio e Palazzo Madama. Iniziativa irrituale, ma proprio per questo interessante, che lo stesso Squinzi ha giustificato così: «La politica non percepisce le difficoltà dell’economia reale: dobbiamo trovare insieme un percorso di crescita nel più breve tempo possibile». Buon proposito. Ma chi ha partecipato all’evento, racconta di un convivio sconfortante. Squinzi vicino a Boldrini, Grasso vicino a Formigoni, tutti attovagliati alla Foresteria di Via Veneto, a chiacchierare del più e del meno. Brevi cenni sull’universo, e poi un paio d’ore di leggiadro nulla, alla faccia della stagione nera e dell’emergenza industriale e occupazionale. La cena dei «carini», per usare la formula di Crozza. No, questa borghesia italiana non passerà alla storia. Tutt’al più alla geografia.
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