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Lo Stato padrone
e la caverna di Platone

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Funziona così, ormai da parecchi anni. Quando non sanno più che fare rilanciano il mantra delle privatizzazioni. Lo hanno fatto un po’ tutti i governi, dal 1992-1993 ad oggi. Gli ultimi che privatizzarono sul serio furono i governi di Amato e di Ciampi. Vendettero tutto il vendibile, dal Pignone alla Stet, dalla Comit al Credit. In qualche caso andò bene, in qualche altro caso un po’ meno. Ci fu qualche svendita e qualche buon affare. Ma furono comunque privatizzazioni vere, che fecero uscire lo Stato dalla stanza dei bottoni e fecero entrare nelle sue casse stremate 100 miliardi di euro. Da allora più nulla. Molti annunci, niente fatti. Berlusconi, profeta bugiardo del finto liberismo, non ha privatizzato neanche una spilla. Prodi, condizionato da una cattiva letteratura su Draghi Grande Svenditore a bordo del Britannia, ha molto liberalizzato per merito di Bersani, ma poco privatizzato per colpa di Bertinotti. Ora ci risiamo. L’Italia è impegnata in un risanamento difficilissimo, e inchiodata a un patto leonino con l’Europa. Il governo non riesce a ridurre le tasse come potrebbe perché non riesce a tagliare le spese come dovrebbe. E allora che fa? Si butta sulle privatizzazioni. Enrico Letta, persona esperta sui temi dell’economia pubblica e privata, ha ribadito il suo piano di dismissioni, già anticipato prima dell’estate agli investitori internazionali riuniti a Londra, e ora fissato per l’autunno. Prendiamo per buono l’impegno del premier, che sta dando il suo «sangue», come giura lui stesso, per dimostrare che questo è il governo del fare e non solo del dire. Ma il piano privatizzazioni, in questo momento, non è una cosa seria. Con la crisi, le Spa pubbliche quotate valgono pochi spiccioli, e regalarle agli avvoltoi di oltrefrontiera non sembra un’idea così geniale. Le società non quotate o i grandi patrimoni immobiliari non hanno domanda interna, piatta ormai da un paio d’anni. La vendita di Sace o Fincantieri, Fs o Finmeccanica, ove mai qualcuno ci stesse pensando, dovrebbe essere al servizio di un progetto organico di politica industriale. E la vendita delle quote di Eni ed Enel è un sacrificio troppo grande per il Tesoro, che ogni anno dai due colossi energetici incassa un monte dividendi da 1,6 miliardi. E infine c’è un ultimo equivoco. Con l’aria che tira, più che di privatizzazioni si profilano nuove pubblicizzazioni. Cos’altro è l’acquisto della rete Telecom da parte della Cdp, sempre più simile a una nuova Iri? Cos’altro c’è nel futuro di Alitalia, che in 51 mesi dal varo della disgraziatissima operazione Fenice ha bruciato un miliardo e tuttora perde 1,75 milioni al giorno? E che ne sarà di Enel, che nel silenzio dei più ha cumulato ormai un debito colossale da 60 miliardi? Le vendite dello Stato padrone sono come le ombre nella caverna di Platone. Solo una mente prigioniera può credere che siano vere.
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