Ammettiamolo. Ci siamo un po’ “distratti” con lo scandalo Alitalia. Ma ne avevamo ben donde. Non si può definire in un altro modo l’epilogo prima drammatico e poi patetico della compagnia di bandiera, «salvata» da un assegno arrivato per «Posta aerea» a un passo dalla bancarotta. Facciamo due conti. Il «salvataggio» del 2008, giocato con il consueto cinismo dal Cavaliere nel poker elettorale, è costato 6-7 miliardi. Da allora Alitalia ha perso altri 1,2 miliardi. Oggi il povero Sarmi, per un’operazione che non si è mai vista in nessun’altra parte del mondo, cala altri 75 milioni di risparmi dei suoi ignari correntisti. Poi, chissà, toccherà a Fintecna, con un altro pacco di milioni. Totale a spanne: 8-9 miliardi di denaro pubblico. Ci sarebbe solo una cosa da fare: spedire la «fattura» a Berlusconi, che da Palazzo Grazioli ha strumentalmente concepito l’orrida «Fenice», e a Corrado Passera, che da Banca Intesa l’ha volenterosamente partorita. Paghino loro, non gli incolpevoli contribuenti. Ma da che cosa ci siamo distratti? Da un altro scandalo, quello di Telecom, l’altro grande «campione nazionale» che, a un passo dal crack, dovrebbe essere a sua volta «salvato», non con le toppe delle Poste, ma con le pezze a colori di Telefonica. Su Telecom succedono due cose. La prima cosa è incoraggiante. Al Senato, grazie a Massimo Mucchetti, passa una mozione no-partisan sottoscritta da tutti i gruppi, tranne i soliti grillini abbarbicati ai loro tetti fisici e ideologici. Impone al governo di rivedere al più presto, con lo strumento della decretazione d’urgenza, la legge sull’Opa obbligatoria. E punta a introdurre la fatidica «seconda soglia», grazie alla quale, ad esempio in un caso come Telecom, gli spagnoli «controllori» a pieno titolo di Telecom sarebbero costretti a lanciare l’Offerta anche senza aver superato il 30% del capitale. Un passo nella modernità, che speriamo Letta si affretti a compiere. La seconda cosa è inquietante. In attesa che inizi la corrida di Alierta, e che si proceda a sostituire Bernabè, il titolo è finito nella spazzatura, com’era largamente prevedibile. Ma il downgrading di Moody’s, anziché affossare le quotazioni, le ha letteralmente incendiate. In una settimana Telecom è cresciuta di oltre il 7%, dopo un exploit che viaggiava a due cifre già da metà settembre. Soprattutto, è passato di mano oltre il 35% del capitale. Una cifra colossale, e francamente ingiustificabile, sia pur considerando la sottovalutazione pregressa e la grande attesa del mercato sulle mosse di Madrid in casa nostra e in Brasile. Chi sta comprando, a parte Blackrock che dopo l’ultimo acquisto ha in pancia più titoli italiani di quelli posseduti da tutti i fondi d’investimento tricolore? E perché sta comprando? Un sasso nello stagno, che speriamo la Consob si affretti a scandagliare.
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