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L'acchiappa fantasmi
dei capitali in fuga

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Ci risiamo. Ogni volta che sono con l'acqua alla gola, a corto di soldi e di idee, si mettono ad acchiappare i fantasmi. Servono una decina di miliardi, di qui a fine anno, per finanziare tutto quello che è stato promesso nella Legge di Stabilità. Dalla Cassa integrazione alla soppressione della seconda rata dell'Imu. E tutti, tra governo e maggioranza, giocano a chi la spara più grossa. Per un Alfano che sogna la manna fiscale invocando a sproposito il 'contrasto di interessi' all'americana, c'è un Renzi che vede la panacea previdenziale evocando il contributo di solidarietà sulle pensioni. Pannicelli caldi stesi sulle ferite del bilancio pubblico. O prosciutti freschi applicati sugli occhi del contribuente confuso. Con tutta la buona volontà, è difficile raccapezzarsi con un governo che i giorni pari, per bocca del suo ministro dell'Economia, annuncia giustamente un piano antievasione incardinato sui limiti all'uso del contante, e che i giorni dispari, per bocca del suo vicepremier, definisce quel piano sbagliato e irricevibile. Ma tra gli acchiappa-fantasmi brillano soprattutto i cacciatori di capitali in fuga. Un altro mito tricolore, cullato nelle fasi di sconforto collettivo. Dal Tesoro trapela un progetto per il rimpatrio dei fiumi di denaro rimasti oltre frontiera anche dopo l'ultimo scandaloso scudo fiscale della premiata ditta Berlusconi-Tremonti. Si parla di almeno 200 miliardi. Una cifra enorme, concentrata soprattutto in Svizzera (dove si orienta almeno il 60% dei flussi in uscita), e poi Lussemburgo, San Marino, Monaco e in forte ascesa Hong Kong e Singapore. Se si riuscisse a riportarne a casa anche solo un terzo, ci sarebbero risorse per finanziare un taglio vero del cuneo fiscale e contributivo. Ma è realistico inseguire i fantasmi del capitale? Lo sarebbe, in teoria. La fuga di queste enormi quantità di ricchezza misura lo sfacelo etico della nazione e la bancarotta morale della sua 'borghesia'. L'Ocse e la Ue suggeriscono di far rimpatriare i capitali facendo pagare sanzioni che vanno da una forchetta minima del 3-15% a una massima del 6-30% (per i paesi della cosiddetta black list). Ma chi e come potrebbe costringere o convincere i tanti italiani che in questi anni hanno nascosto il denaro all'estero a riportarlo in patria, pagando al Fisco una 'multa' molto più seria dell'obolo che il governo di destra introdusse nel 2009? E poi c'è un altro problema. In Italia, per chi ha patrimoni da investire, non c'è quasi più niente da comprare. La Borsa è quello che è, fiaccata oltre tutto da una Tobin Tax mal congegnata che da marzo ad oggi ha fatto calare gli scambi di un buon 15%. I fondi comuni impiegano solo il 7,8% del proprio portafoglio in azioni italiane, mentre il 22,1% va nel resto d'Europa, il 12,1% in Nord America e l'8,4% in Asia. Una volta rientrati (e opportunamente tassati) i capitali bisognerebbe anche farli restare. Altrimenti, come direbbe Leo Di Caprio ai poveri ghostbusters tricolori, prova a prenderli.
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