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La Svizzera ci dà
lezioni di equità

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Nel clima plumbeo che respiriamo in Occidente, i teorici posticci della «decrescita felice» preparano il terreno a un nuovo Medio Evo, dove il denaro torna ad essere lo «sterco del diavolo». Un abbaglio ideologico, contagioso e pericoloso. Ma ben più pericoloso sta ormai diventando il divario tra chi ha poco e chi ha troppo. L’iniquità riduce in carta straccia il contratto sociale, e mina alla radici la tenuta stessa del sistema. Per la prima volta il capitalismo non sembra più l’unico «strumento» conosciuto che consente a un numero sempre maggiore di persone di raggiungere migliori condizioni di vita. Vale nel ciclo di produzione e di distribuzione della ricchezza. Lo dice Luciano Gallino nel suo ultimo libro: nei 15 Paesi Ocse la quota dei salari sul Pil è diminuita di 10 punti percentuali, mentre quella delle rendite e dei profitti è cresciuta di 25 punti. Vale anche nelle aziende. Lo dicono le ultime statistiche: in Italia il divario tra gli stipendi percepiti dai top manager e i salari dei lavoratori dipendenti è pari a 1 su 163. Se un dirigente percepisce un compenso medio pari a 4 milioni 326 mila euro l’anno, un dipendente porta a casa una media di 26 mila euro lordi l’anno. E vale nel privato come nel pubblico. Lo dice l’ultimo rapporto Ocse «Government at a Glance»: in Italia i dirigenti di prima fascia dei sei ministeri più importanti guadagnano in media 650 mila dollari l’anno (contro una media Ocse di 232 mila dollari) , mentre i funzionari si fermano a 69 mila dollari. Queste sono le cifre dell’ingiustizia, che ha ormai trasformato profondamente il concetto e il perimetro della cosiddetta «middle class». Di fronte a tutto questo, domenica prossima, 24 novembre, accadrà in Svizzera un evento per molti versi «rivoluzionario». I cittadini della ricca Confederazione elvetica saranno chiamati a votare un referendum per la modifica della Costituzione secondo il principio «1 a 12». Nessun manager, cioè, potrà avere nella sua azienda una retribuzione mensile superiore a quella che i dipendenti meno pagati della stessa azienda guadagnano in un intero anno. L’esito del voto popolare dovrà comunque essere ratificato da un voto del Parlamento federale. Ma se il referendum passasse sarebbe una svolta epocale. Non solo per la Svizzera, dove il rapporto tra salario minimo dei dipendenti e stipendio massimo dei manager è lievitato da 1 a 6 nel 1984 a 1 a 43 nel 2011, e dove nel 2012 alla Roche l’ad Severin Schwan (con una retribuzione di 15,7 milioni di franchi) ha guadagnato 261 volte lo stipendio del dipendente meno pagato del gruppo. Sarebbe una lezione storica per l’intero pianeta. Soprattutto perché, ad impartircela, non sarebbe la Corea del Nord taglieggiata dai feroci epigoni del socialismo reale, ma la civilissima Svizzera nobilitata dai laboriosi gnomi del capitalismo globale.
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