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Il Fondo Strategico
e la moda di Stato

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In principio fu Colbert. Per qualche ragione il sincretico Giulio Tremonti, liberalstatalista, si mise in testa che anche in Italia dovesse nascere un colosso pubblico che investe nell'economia privata. Una sorta di Super-cassa depositi e prestiti, da mettere in campo nei settori più o meno strategici dell'industria e della finanza tricolori. Una specie di Iri 2.0, da usare come 'leva' del governo per le operazioni più disparate (e in molti casi disperate). I modelli erano due. La tedesca Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, nata nel dopoguerra come banca della ricostruzione che amministrava i fondi del Piano Marshall, poi diventata un polmone finanziario, interamente posseduta dalla Repubblica Federale, per grandi aziende pubbliche e piccole imprese private e dotata di un patrimonio di 500 miliardi di euro. Poi il francese Fonds Strategique d'Investissement, costituito nel 2008 dal governo Fillon con 20 miliardi di euro in dotazione, usati per aiutare le imprese transalpine nella ricerca di investitori stabili e per finanziarne i progetti di sviluppo. Del velleitarismo tremontiano, oggi, ci restano la Cdp e il suo braccio armato, il famoso Fondo Strategico d'Investimenti. Ma quale sia la missione dell'una e dell'altro, in tutta franchezza, non è ancora chiaro. Le ultime mosse dell'Fsi destano più di una perplessità. Lasciamo stare il fatto che la politica lo chiama in causa per qualunque carrozzone di cui non sa come disfarsi, primo tra tutti l'Alitalia, con ciò tradendo un'attrazione inerziale e quasi sempre fatale verso fallimenti giganteschi a carico dei contribuenti, nel solco storico dell'Efim. Finora Fsi ha concluso operazioni per circa 1,3 miliardi, investendo in un pacchetto consistente di titoli di Generali e poi in aziende come Kedrion e Metroweb. Altri 1,2 miliardi sono in ballo per operazioni avviate e non ancora concluse, come Ansaldo Energia, Hera e Valvitalia. Le ultime novità sono due, una più sorprendente dell'altra. La prima è che il Fondo ha comprato il 59,3% di Sia, la Società di servizi tecnologici per le istituzioni finanziarie, per 453,6 milioni di euro: un affarone non tanto per il Fondo, ma sicuramente per le banche, da Intesa a Unicredit, da Mps a Bnl, che hanno incassato lauti extra-profitti e migliorato i ratios patrimoniali. La seconda novità è che il Fondo si è inserito nella corsa per entrare con una quota intorno al 20% nel gruppo Versace. Non è detto che alla fine ci riesca, visto che i competitor privati sono agguerriti (a partire dal fondo Clessidra). Ma la domanda è: ha senso un'operazione del genere? Perché nella Seconda Repubblica dovremmo avere una 'moda di Stato', così come nella Prima esisteva il 'panettone di Stato'?
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