Polis

Lupi a Wall Street.
Agnelli su Broadway

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«Nessuno qui conosce realmente l’andamento della borsa, è tutto fugace, non è reale, polvere di stelle. Noi non creiamo un cazzo, non costruiamo niente...». Lo sospettavamo da sempre, ma sentirlo dire dal lupo di Wall Street Jordan Belfort, nella superba incarnazione cinematografica di Leonardo Di Caprio, fa un certo effetto. Non cercare l’etica negli affari. Quando l’economia tira, è inutile. Quando c’è la crisi, è un lusso. La morale del film, purtroppo incontestabile, è che non c’è nessuna morale. Meno che mai nel turbo-capitalismo di carta di questi anni. Ma al di là degli avidi lupi che gonfiano le bolle, le fanno esplodere e poi si nutrono di quello che resta tra le macerie, l’America è un posto dove molto si distrugge, ma molto si continua a creare. Twitter schianta in borsa perché nell’ultimo trimestre ha aggiunto «solo» altri 9 milioni al suo popolo di utenti (ora a quota 241 milioni) e il suo tasso di crescita è stato «solo» del 3,8% rispetto al 3,4 dei rivali di Facebook (ormai a quota 1,23 miliardi di utenti). L’hi-tech, l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo sul Web: il primato Usa, su questa frontiera, resta inattaccabile e lo sarà per i prossimi 25 anni. Qual è invece il nostro «primato»? Eccolo: secondo le stime di S&P Capital IQ, negli ultimi tre anni in Italia sono state concluse 198 fusioni e/o acquisizioni di aziende tricolori da parte di gruppi stranieri per un controvalore di 53,9 miliardi. Abbiamo ceduto su tutto, dall’alimentare di Parmalat all’alta moda di Bulgari. A completare il quadro ci mancavano ancora le ultime due «bandiere bianche», sventolate da altrettanti italiani che di fatto si arrendono alle sirene d’oltrefrontiera. Luca di Montezemolo, grande ambasciatore del made in Italy, cede Poltrona Frau agli americani di Haworth. Sergio Marchionne, manager dei due mondi, trasferisce la sede legale e fiscale della Fiat ad Amsterdam e a Londra. Due vicende diverse, ma in fondo non poi così tanto. Perché tutte e due confermano quello che tutti ormai verifichiamo ogni giorno. Il Paese si impoverisce e si deindustrializza. Eccolo, un altro primato: secondo Prometeia-Intesa Sanpaolo, solo nel 2013 la manifattura italiana ha bruciato 25 miliardi di ricavi. L’establishment si preoccupa, ma non se ne occupa. Letta dovrebbe, ma probabilmente ha altre necessità: per ora si accontenta dell’elemosina da 500 milioni elargita dagli sceicchi del Kuwait. Renzi potrebbe, ma evidentemente ha altre priorità: all’ultima direzione del Pd si è detto «colpito», con due settimane di ritardo, della «mancata discussione» intorno alla scelta di Fiat di trasferire le sedi in Inghilterra e in Olanda. Lupi a Wall Street, come racconta Scorsese. Agnelli su Broadway, come cantavano i Genesis. E intanto l’Italia che fine fa?
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