Questioni di gusto

di Eleonora Cozzella

Sapori e idee, storie di cibo e di viaggi, di chef e ingredienti, alla scoperta della gastronomia che cambia. Raccontata da una giornalista curiosa (e golosa). Ogni giovedì il podcast di Eleonora Cozzella su Repubblica

Ristoranti chiusi

In molti avevano comunque già chiuso. Perché un ristorante che non apre la sera non può vivere; perché un ristorante dove si va per condividere un’esperienza, un momento di convivialità, non può funzionare se manca il senso della sicurezza. E dunque del benessere.

Chiudere è stato per molti uno choc culturale. Perché base della loro filosofia è l’essere sempre disponibili per i clienti. Come l’Osteria Brunello a Milano. Non dovevi guardare il calendario per sapere se fosse aperta. Non dovevi telefonare o controllare su Google. Perché dal 15 gennaio 2015, era sempre stata aperta. A pranzo e a cena, tutta la settimana. 1.877 giorni, 3.754 servizi, come puntigliosamente racconta Tunde, anima e socia del locale. Così, quando hanno dovuto arrendersi al senso di responsabilità ed è stato il momento di chiudere, quasi non sapevano come si abbassa la saracinesca.

Molti altri da inizio settimana a Milano avevano fatto lo stesso. Come Alberto Tasinato, che aveva scelto l’identica parola d’ordine per l’avventura della sua Alchimia. “Ci piace essere aperti. Alle cose, alle persone, alla vita. La parola chiusura proprio non fa per noi, ma in questo momento è giusto prevalga il senso civico”, ha scritto su Facebook.

Prima ancora della legge, insomma, che progressivamente ha portato a serrare tutti i luoghi d’incontro, che possono fare da incubatore al virus che ha cambiato la nostra vita sociale. Una chiusura collettiva senza precedenti. Che sconvolge anche emotivamente i ristoratori che hanno l’arte dell’accoglienza e del prendersi cura nel Dna. Fin dalla notte dei tempi. In fondo nel Vangelo secondo Luca il buon samaritano che soccorse il viandante aggredito dai briganti, lo curò e lo accompagnò in una locanda.  E lasciando i denari all'oste, gli disse: “Prenditi cura di lui”.

Ma oggi ancora di più prendersi cura vuol dire salvaguardare soprattutto la salute, come ha raccontato Alberto Gipponi, chef patron del ristorante Dina di Gussago: “Non resta che chiudere… una parte di me – ha confidato - non vorrebbe: ma devo e lo farò”.

Di ora in ora l’elenco delle chiusure si è allargato in un attimo, in tutto il Paese, diventato zona protetta. Per molti con la preoccupazione di riuscire a capire come traghettare la propria azienda verso il futuro. Il rischio di non riuscire a ritirarla su, quella saracinesca, è grande e all’improvviso l’occhio dovrà essere rivolto non tanto alla cucina e alla voglia di sperimentare nuovi piatti, ma a Roma e Bruxelles e agli aiuti che arriveranno per le piccole e medie imprese.

Alla fine non resta che provare a credere al re degli chef. A Massimo Bottura, numero uno al mondo, che a Modena ha chiuso tutti i suoi locali con una promessa e un invito: Stay safe, stay positive. Ma soprattutto: Torneremo più forti di prima. Ecco. Ci ritroveremo. Davanti a un piatto, un calice di vino, a un aperitivo. Tutti simboli della nostra socialità. 

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/questioni-di-gusto/2020/03/11/audio/ristoranti_chiusi-423007819/

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