Viva l’aperi-web
Eleonora CozzellaPer un periodo, complice la Milano da bere e certe mode un po’ esterofile, si è chiamato happy hour, ma il rito dell’aperitivo è italianissimo e ha radici profonde. Sul finire dell’età moderna si impose a partire dalle regioni del Nord di pari passo con la diffusione del vermouth. Era il 1786 quando Antonio Benedetto Carpano creò a Torino questo vino liquoroso aromatizzato e lo chiamò riadattando il termine tedesco Wermut, con il quale si indicava l’Artemisia absinthium o Assenzio maggiore.
La storia ci porta però più indietro nello scoprire l’uso di una bevanda come preliminare di un piacevole incontro gastronomico. Per gli Assiri a far da aperitivo c’era il vino di palma; I Greci e i Romani usavano invece inaugurare i pasti con vini aromatizzati al carciofo o alla genziana; tra i nativi americani era molto apprezzato il succo d’acero fermentato, mentre i Tartari usavano bere latte acido di cavalla.
Con buona pace degli astemi, le bevande – anche solo leggermente - alcoliche, sono sempre state per l’uomo un elemento di speciale, e per dirla con le parole del filosofo Montaigne …. “il dio buono che addolcisce le passioni dell’animo come il ferro è ammorbidito dal fuoco”.
Oggi che l’animo è incenerito dal timore di un virus che ha messo in ginocchio la nostra civiltà, che ci apre davanti lo scenario di un dopoguerra senza guerra dove la ricostruzione delle economie sarà una immensa fatica; oggi che un virus ci ha fatto prigionieri nelle nostre case e ha annullato occasioni fisiche di socialità sopravvive comunque proprio l’aperitivo.
Un bicchiere riempito nella solitudine della propria abitazione che dona un sommario sollievo mentre finisce inquadrato dai nostri cellulari. Mentre siamo collegati in video con amici di vecchia data, amici nuovi, semplici conoscenti. Un brindisi virtuale per dirci che ce la faremo, che forse dovremmo sentirci più spesso, che nella nuova normalità dopo il coronavirus niente sarà uguale e faremo bene a ricordarcelo.
Eccoli allora gli appuntamenti quasi fissi del tardo pomeriggio – sperando che la rete tenga e gli amici si vedano bene nel piccolo schermo dello smartphone – rilanciati poi sulle pagine social per condividere e ricordare. Con i sorrisi e il calice che smorzano un attimo la tensione di giornate scandite dalla difficoltà di adeguarsi all’isolamento, con il dolore che serpeggia nel cuore, per i malati che conosci, per una sensazione di chiusura che si fa sempre più forte. Un aperitivo surrogato di comunità.
E allora viva l’“aperitivus” come lo chiamavano i latini. L’“apéritif” come lo chiamano in Francia dove divenne in voga nel periodo della Rivoluzione, con il bitter, una soluzione d’acqua e alcol, diluita nella soda, e aromatizzata con estratti d’erbe e piante.
Viva l’aperitivo, finalmente vero, semplice. Sì, privato di quel più di abbuffata, l’aperi-cena, che ne aveva un po’ offuscato la sua storica bellezza.