Questioni di gusto

di Eleonora Cozzella

Sapori e idee, storie di cibo e di viaggi, di chef e ingredienti, alla scoperta della gastronomia che cambia. Raccontata da una giornalista curiosa (e golosa). Ogni giovedì il podcast di Eleonora Cozzella su Repubblica

Il pranzo di Pasqua

Natale con i tuoi e Pasqua… pure: con i tuoi. In questo periodo inedito in cui l’allarme Covid-19 ci tiene tutti in casa a osservare da dietro le finestre una primavera che ci appare quasi inutilmente tiepida e serena, anche le festività pasquali verranno trascorse in famiglia. E ancora una volta la cucina e la tavola saranno i simboli di una stagione che non possiamo godere appieno, se non nel piatto.

La speranza è che porti con sé una rinascita anche in senso sociale, di essere preludio al ritorno alla vita fuori casa. Questa festa rappresenta per i cristiani la resurrezione di Gesù, ma prima ancora del cristianesimo, corrispondeva alle celebrazioni per il risveglio della natura dopo l’inverno, non a caso in menu non possono mancare le primizie della terra come carciofi, fave, asparagi, pisellini ed erbette di campo.

Per la religione cattolica si tratta anche della rivincita dell’appetito dopo le privazioni della Quaresima, quindi tanti vegetali, sì, ma anche dolci, salumi, carni.

Se il nuovo coronavirus ha unito i balconi d’Italia con canti e bandiere tricolore, ci unisce da sempre la tradizione gastronomica, e ambasciatore dell’Italia Unita ai fornelli è considerato Pellegrino Artusi, di cui quest’anno si celebra il bicentenario. Il suo menu per la pasqua d’uovo (da non confondere con la pasqua di rose che è la Pentecose, cioè 50 giorni dopo la Pasqua) prevede: Minestra in brodo, poi fritto di Carciofi, animelle e bocconi di pane ripieni, un manicaretto di piccioni, soufflé di farina di patate o gnocchi alla romana, agnello Arrosto e insalata, per dolci il latte alla portoghese e la stiacciata alla livornese.

Ma per quanto ci si possa impegnare con amore e pazienza a reperire gli ingredienti giusti e prepararli impiegando tempo e fatica, per i bambini la pasqua è l’uovo di cioccolato. Ma da dove viene quest’abitudine? Perché si donano uova? È un’usanza antichissima. Per gli Egizi l'uovo era l'origine di tutto, fulcro dei quattro elementi naturali (aria, acqua, terra e fuoco). I Persiani amavano regalarsi proprio delle uova, simbolo di nuova vita, in Primavera stagione in cui la natura risorge.

Nel Medioevo I bambini, nel pomeriggio del sabato santo, portavano in chiesa cestelli colmi di uova per la benedizione. L’uovo benedetto diventava così il dono per familiari e amici. Anche in Germania era una pratica diffusa tra il popolo: qui le uova erano avvolte in foglie e fiori e bollite, in modo che si colorassero naturalmente. Gli aristocratici invece se ne scambiavano di preziose, di argento, platino o oro. Col tempo vengono decorate in modo sempre più curato, e ne resta traccia negli involucri delle attuali di cioccolato. Ma quando nasce l’idea di inserire una sorpresa al loro interno? La paternità è controversa. Alcuni vogliono sia merito di Peter Carl Fabergé (1846-1920), dell'orafo di corte in Russia, incaricato a fine ‘800 dallo zar Alessandro III di preparare per la zarina delle uova decorate . Il primo della celebre collezione è stato realizzato in platino smaltato di bianco. Al suo interno conteneva un altro uovo, d’oro, con dentro due doni: una riproduzione della corona imperiale e un pulcino dorato. Ma alcuni storici ricordano che già nel Settecento a Torino era di moda inserire un piccolo dono nelle uova di cioccolato, create dai maestri cioccolatieri Piemontesi.

Tanta storia dunque dietro un piccolo gesto. Perché sia ancora più dolce scegliamo magari quello di associazioni di volontariato. Sono numerose quelle che contribuiscono alla raccolta fondi per la ricerca, anche contro il coronavirus.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/questioni-di-gusto/2020/04/08/audio/il_pranzo_di_pasqua-423007823/

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