Questioni di gusto

di Eleonora Cozzella

Sapori e idee, storie di cibo e di viaggi, di chef e ingredienti, alla scoperta della gastronomia che cambia. Raccontata da una giornalista curiosa (e golosa). Ogni giovedì il podcast di Eleonora Cozzella su Repubblica

Il caffè sospeso

“Divino caffè il cui gusto rimane tutto il giorno in bocca”, diceva Arthur Rimbaud che ne era appassionato. Difficile non pensarla come lui, specie qui in Italia dove ne abbiamo fatto un culto. E quindi speriamo di no: speriamo che qualcosa, il vaccino anti Covid-19 o una cura, ci porti insieme con la salute anche la sicurezza delle semplici relazioni interpersonali della vita di tutti i giorni. Perché altrimenti il rito tutto italiano di un caffè al bar “al volo” scomparirà per sempre.

Un’abitudine del Belpaese che solo da poco si è diffusa anche all’estero, grazie alla cultura dell’espresso: corto, da bere in un sorso, era fino a pochi anni fa un modo sconosciuto all’estero per consumare il caffè. Basta pensare alle dimensioni delle tazze per capirlo. Mentre per gli stranieri è una bevanda di socialità, che bollente e lunga richiede molto tempo, seduti a un tavolino, paradossalmente nel Paese più conviviale del mondo, può essere momento solitario e frettoloso: ristretto, scossa di energia, sorso corroborante. Va giù in un minuto ed è  –  anzi, era – un piccolo rituale  per concedersi un momento di relax tra l’uscita di casa e l’arrivo al lavoro. O per spezzare le ore di tensione tra un impegno e l’altro nella giornata.

Lo si faceva quasi distrattamente: “un caffè per favore”. Tra l’ingresso nel locale, la richiesta ad alta voce rivolta al barista mentre si fa lo scontrino e la bevuta, il tutto non richiede più di tre minuti. Si fa al bar della stazione mentre il treno arriva, all’aeroporto prima che aprano il gate, sotto l’ufficio prima di passare il badge. Un micro-lusso di inconscio benessere. Un gesto pratico, veloce, economico, e soprattutto ritenuto in alcune aree talmente indispensabile che a Napoli esiste da sempre il poetico fenomeno del caffè sospeso. Pagando il proprio si poteva lasciare un caffè pagato in più per chi non poteva permetterselo. Come dire: il caffè al bar non è solo un piacere, è un bene essenziale che tutti hanno il diritto di godere.

Il caffè che non a caso chiamiamo al volo era fino al lockdown un gesto compiuto circa 26 milioni di volte al giorno. Tanti infatti, secondo i dati dell’Istituto Espresso Italiano, erano i caffè serviti complessivamente nei 149mila bar sparsi in tutta la Penisola. Secondo Coffee Monitor, il recente focus di Nomisma e Datalytics, l’espresso viene scelto dal 93% dei consumatori di caffè. E anche se il suo consumo non è relegabile in un solo luogo, perché prevale la cosiddetta modalità “multi-luogo”, il bar resta comunque quello preferito, scelto dal 72% del target di riferimento. Milioni di donne e uomini sono oggi, e chissà per quanto, privati di quella pausa tutta per sé, di quel breve inebriamento da sobri, di quel pizzicotto di vitalità. E, forse anche peggio, migliaia di addetti rischiano di perdere il loro posto di lavoro, se come pare, cambierà per sempre il modo di frequentare un bar. Non più al bancone, non più gomito a gomito con altre persone desiderose della dose di sprint per cominciare bene la giornata.

Niente più ironia nel sentire ordinare un decaffeinato macchiato freddo di soia, niente più “mi passa lo zucchero per favore”, niente più “mi metto in fila per il caffè”. Ricorderemo quel gesto normalissimo come cosa straordinaria, mentre non resta che consolarsi col caffè a casa. Che, buono o meno che sia, resta una gran conforto. Perché, come diceva David Lynch anche un pessimo caffè è meglio di nessun caffè.
 

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/questioni-di-gusto/2020/04/15/audio/il_caffe_sospeso-423007821/

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