Qualcuno avrebbe dovuto avvertirti, Anastasia: non si diventa Francesca Schiavone per caso, soprattutto quando non ci si ritrova un fisico come il tuo, che sembra fatto per il tennis moderno, 1.78 di altezza per 72 chili; quando a 17 anni non si sperava nemmeno di poter un giorno conquistare, come hai fatto tu nel 2009, il terzo turno del Roland Garros e qualcuno scommetteva già su un tuo futuro da numero uno del circuito; quando a nemmeno vent'anni si era ben lontani dallo status di quindicesima più forte giocatrice al mondo, come invece sei tu ora, e si remava duro nei tornei minori. Quando, insomma, non si è una predestinata dell'Olimpo tennistico e invece poi ci si arriva, lassù. E ci si rimane saldi, a più di trent'anni d'età. Non ti avevano avvertita, Anastasia Pavlyuchenkova, che "growing up takes a long time", crescere è una faccenda che prende un sacco di tempo ma alla fine ti dà forza ed esperienza. Ecco perché Francesca Schiavone, numero 5 del ranking WTA, combatterà la semifinale di Parigi e tu invece no.
Francesca ha giocato e vinto una partita tesissima, confermando che la terra di Parigi è quella su cui sa dare il meglio di sé. Un match da antologia. Sotto di brutto nel primo set, durante il quale la giovane russa di Samara, classe 1991, non la fa entrare mai in partita, si ritrova 1-6 in 26 minuti.
Un incubo il secondo set, che inizia nel peggiore dei modi: si va 1-4, la campionessa di Parigi 2010 sembra destinata a un'uscita di scena rapida e dolorosa. Poi, la riscossa: lotta su ogni palla, non concede più nulla alla ragazzona. Recupera e va sul 4-4. Al decimo game Anastasia ritrova la verve della prima partita: 4-5 a suo vantaggio e 30 pari. "Due passi dal baratro", commenta Ubaldo Scanagatta, una vita a scrivere di tennis. Un ace centrale e un dritto vincente riportano in vita l'azzurra, che raggiunge il 5-5. Break e turno di battuta, finisce 7-5.
Terzo set che sembra il precedente allo specchio: la Schiavone s'invola e la Pavlyuchenkova non tiene più la palla in campo. Ma no, si deve soffrire: il pubblico del Philippe Chatrier ammutolisce quando si accorge che Francesca ha un black-out che, sul 5-2 per lei suo servizio, le impedisce di reagire al ritorno della russa. Che infila tre game consecutivi e si riporta in pari. Come la Schiavone dirà più tardi in conferenza stampa, è qui che "ho usato i miei trent'anni e la mia esperienza per venirne a capo". Nuovo break e poi al servizio per mettere il sigillo al match: ma Anastasia non ci sta, si procura una palla per il 6-6 e non la sfrutta, Francesca invece chiude al terzo match ball e si china ad accarezzare la terra rossa del campo più amato. Un'altra volta.
Mai nessuna italiana era arrivata due volte in semifinale in uno Slam. Dunque Francesca è di fatto la più forte tennista azzurra di sempre.
Negli ultimi mesi molti avevano sottovoce criticato la Schiavone e la sua scelta di rinunciare, per la prima volta in carriera, alla Fed Cup. A 31 anni aveva voluto pensare solo a sè, puntando soprattutto a ripetere a Parigi la favolosa cavalcata di un anno fa. Ora l'impresa è vicinissima, ma se anche non dovesse farcela dobbiamo dirlo: aveva ragione lei, come peraltro aveva capito la persona che più di chiunque l'ha aiutata nelle ultime stagioni, quelle del ritrovato orgoglio tennistico italiano per merito suo. E' il suo capitano in nazionale, Corrado Barazzutti, che è stato un grande atleta ed è anche un uomo speciale. Grazie ad entrambi.
In un torneo del tutto anomalo, dove le prime tre teste di serie sono già tornate a casa, per la Schiavone la strada verso la finale resta comunque in salita. Decisivo, per lei, è mantenere alta la pressione, non mollare mai, sapere che ogni partita presenta incognite non prevedibili. Peccato che a farci sognare sia rimasta da sola, dopo il forfait forzato per infortunio di Fabio Fognini. Che lo sciovinismo francese aveva bollato come propenso alla sceneggiata mentre l'ecografia ha mostrato che aveva subìto, prima di vincere l'epica partita con Montanes, una lesione al retto femorale di primo grado. Scendere in campo per onore di firma contro Djokovic sarebbe stato stupido e forse anche pericoloso. Va bene così, per ora. Fabio ha dimostrato di poter competere con i più forti. Ha 24 anni, può dare grandi soddisfazioni a chi ama il tennis.
Francesca ha giocato e vinto una partita tesissima, confermando che la terra di Parigi è quella su cui sa dare il meglio di sé. Un match da antologia. Sotto di brutto nel primo set, durante il quale la giovane russa di Samara, classe 1991, non la fa entrare mai in partita, si ritrova 1-6 in 26 minuti.
Un incubo il secondo set, che inizia nel peggiore dei modi: si va 1-4, la campionessa di Parigi 2010 sembra destinata a un'uscita di scena rapida e dolorosa. Poi, la riscossa: lotta su ogni palla, non concede più nulla alla ragazzona. Recupera e va sul 4-4. Al decimo game Anastasia ritrova la verve della prima partita: 4-5 a suo vantaggio e 30 pari. "Due passi dal baratro", commenta Ubaldo Scanagatta, una vita a scrivere di tennis. Un ace centrale e un dritto vincente riportano in vita l'azzurra, che raggiunge il 5-5. Break e turno di battuta, finisce 7-5.
Terzo set che sembra il precedente allo specchio: la Schiavone s'invola e la Pavlyuchenkova non tiene più la palla in campo. Ma no, si deve soffrire: il pubblico del Philippe Chatrier ammutolisce quando si accorge che Francesca ha un black-out che, sul 5-2 per lei suo servizio, le impedisce di reagire al ritorno della russa. Che infila tre game consecutivi e si riporta in pari. Come la Schiavone dirà più tardi in conferenza stampa, è qui che "ho usato i miei trent'anni e la mia esperienza per venirne a capo". Nuovo break e poi al servizio per mettere il sigillo al match: ma Anastasia non ci sta, si procura una palla per il 6-6 e non la sfrutta, Francesca invece chiude al terzo match ball e si china ad accarezzare la terra rossa del campo più amato. Un'altra volta.
Mai nessuna italiana era arrivata due volte in semifinale in uno Slam. Dunque Francesca è di fatto la più forte tennista azzurra di sempre.
Negli ultimi mesi molti avevano sottovoce criticato la Schiavone e la sua scelta di rinunciare, per la prima volta in carriera, alla Fed Cup. A 31 anni aveva voluto pensare solo a sè, puntando soprattutto a ripetere a Parigi la favolosa cavalcata di un anno fa. Ora l'impresa è vicinissima, ma se anche non dovesse farcela dobbiamo dirlo: aveva ragione lei, come peraltro aveva capito la persona che più di chiunque l'ha aiutata nelle ultime stagioni, quelle del ritrovato orgoglio tennistico italiano per merito suo. E' il suo capitano in nazionale, Corrado Barazzutti, che è stato un grande atleta ed è anche un uomo speciale. Grazie ad entrambi.
In un torneo del tutto anomalo, dove le prime tre teste di serie sono già tornate a casa, per la Schiavone la strada verso la finale resta comunque in salita. Decisivo, per lei, è mantenere alta la pressione, non mollare mai, sapere che ogni partita presenta incognite non prevedibili. Peccato che a farci sognare sia rimasta da sola, dopo il forfait forzato per infortunio di Fabio Fognini. Che lo sciovinismo francese aveva bollato come propenso alla sceneggiata mentre l'ecografia ha mostrato che aveva subìto, prima di vincere l'epica partita con Montanes, una lesione al retto femorale di primo grado. Scendere in campo per onore di firma contro Djokovic sarebbe stato stupido e forse anche pericoloso. Va bene così, per ora. Fabio ha dimostrato di poter competere con i più forti. Ha 24 anni, può dare grandi soddisfazioni a chi ama il tennis.