I quotidiani londinesi si stanno attrezzando, così come i più seguiti siti, le radio e le televisioni britanniche. Cronisti, troupe, segugi sono già al lavoro, scavano negli archivi e s'appostano per strada. Mai come quest'anno il più atteso e prestigioso torneo tennistico, gli Championships di Wimbledon, avrà una copertura minuto per minuto, game dopo game, parola per parola, volée per volée, come on! per come on! . Almeno finché sarà in gara un giocatore: Andy Murray, scozzese di 24 anni, numero 4 al mondo, tre volte finalista in uno Slam (Usa 2008, Australia 2010, Australia 2011) e altrettante volte sconfitto, lo scorso gennaio per mano di Novak Djokovic, le altre due per quella magica di Roger Federer.
Murray ha vinto lunedì, a una settimana esatta dal primo turno a Wimbledon, il torneo AEGON sull'erba del Queen's Club battendo il redivivo francese Jo-Wilfried Tsonga per 3-6 7-6 6-4. Quanto basta, a Londra e in Scozia, dov'è nato, per fare di Andy il favorito d'obbligo degli Championships. Anche perché nel recente passato in quattro occasioni chi ha vinto al Queen's s'è imposto poi a Wimbledon: Sampras nel 1995 e nel 1999, Hewitt nel 2002, Nadal nel 2008. Precedenti che vengono dissezionati in lungo e largo per spiegare ad Andy cosa deve fare e, soprattutto, come deve prepararsi in questi stressanti cinque giorni di vigilia.
Non avrebbero mai immaginato tanta pressione mediatica i gentiluomini dell'All England Croquet and Tennis Club che, esattamente 134 anni fa, stavano organizzando "un torneo di tennis, aperto a tutti i dilettanti, per lunedì, 9 luglio e nei giorni seguenti. Tassa d'ingresso una sterlina e uno scellino. Due premi vengono assegnati, uno in oro al vincitore e uno in argento al secondo classificato", come scrisse la rivista Field. Qualcuno di quei signori corrucciati e baffuti era ancora vivo il 13 giugno 1915 quando in California, ad Oakland, nasceva J. Donald Budge, detto per semplicità Don, che nel 1938 fu il primo a conquistare il Grande Slam ed è ora giudicato il più forte giocatore di sempre da Sidney Wood, anch'egli vincitore a Wimbledon nel 1931. Nel suo libro appena uscito postumo (è morto, novantottenne, due anni fa) intitolato "The Wimbledon final that never was", Wood scrive: "Il colpo decisivo di Don era il rovescio, l'arma tennisticamente più distruttiva mai vista". Essendo il padre di Don Budge scozzese, qualità etnica che in questi giorni di Murray-mania alimenta la passione britannica, l'interesse per un evento altrimenti minore come l'uscita di un volume di memorie molto datate sta lievitando su siti e giornali.
Non sappiamo se mai verrà pubblicato un libro di memorie di Romina Oprandi. Ma c'è da augurarselo. Della ragazza e della sua determinazione a tornare vincente in campo dopo il grave incidente di quattro anni fa, quando stava diventando una delle più competitive italiane del tennis, hanno scritto in molti, compresi noi poche settimane fa durante gli Internazionali romani. Ieri la sua storia s'è arricchita di un successo inatteso, e dunque più bello, con la numero 2 del ranking WTA, la belga Kim Clijsters. Per di più sull'erba di 's-Hertogenbosch, l'unica "abilitata" ad ospitare un torneo di rango lontano dal sacro suolo britannico.
Kim, infortunata alla caviglia un paio di mesi fa, non è certo al massimo della forma, ma il risultato ottenuto dall'azzurra non lascia dubbi: 7-6 6-3. Chi ha visto la partita parla di una condotta molto intelligente dell'attuale numero 82 al mondo. Individuata nella scarsa mobilità il punto debole dell'avversaria, l'italo-svizzera ha giocato sempre più corto. E, alla fine del primo set, ha anche piazzato due micidiali ace. Nel secondo, un break e via. Un buon viatico per Wimbledon e, per Romina, la gioia di poter direa se stessa: "Ce l'ho fatta".
c. giua@kataweb. it
Murray ha vinto lunedì, a una settimana esatta dal primo turno a Wimbledon, il torneo AEGON sull'erba del Queen's Club battendo il redivivo francese Jo-Wilfried Tsonga per 3-6 7-6 6-4. Quanto basta, a Londra e in Scozia, dov'è nato, per fare di Andy il favorito d'obbligo degli Championships. Anche perché nel recente passato in quattro occasioni chi ha vinto al Queen's s'è imposto poi a Wimbledon: Sampras nel 1995 e nel 1999, Hewitt nel 2002, Nadal nel 2008. Precedenti che vengono dissezionati in lungo e largo per spiegare ad Andy cosa deve fare e, soprattutto, come deve prepararsi in questi stressanti cinque giorni di vigilia.
Non avrebbero mai immaginato tanta pressione mediatica i gentiluomini dell'All England Croquet and Tennis Club che, esattamente 134 anni fa, stavano organizzando "un torneo di tennis, aperto a tutti i dilettanti, per lunedì, 9 luglio e nei giorni seguenti. Tassa d'ingresso una sterlina e uno scellino. Due premi vengono assegnati, uno in oro al vincitore e uno in argento al secondo classificato", come scrisse la rivista Field. Qualcuno di quei signori corrucciati e baffuti era ancora vivo il 13 giugno 1915 quando in California, ad Oakland, nasceva J. Donald Budge, detto per semplicità Don, che nel 1938 fu il primo a conquistare il Grande Slam ed è ora giudicato il più forte giocatore di sempre da Sidney Wood, anch'egli vincitore a Wimbledon nel 1931. Nel suo libro appena uscito postumo (è morto, novantottenne, due anni fa) intitolato "The Wimbledon final that never was", Wood scrive: "Il colpo decisivo di Don era il rovescio, l'arma tennisticamente più distruttiva mai vista". Essendo il padre di Don Budge scozzese, qualità etnica che in questi giorni di Murray-mania alimenta la passione britannica, l'interesse per un evento altrimenti minore come l'uscita di un volume di memorie molto datate sta lievitando su siti e giornali.
Non sappiamo se mai verrà pubblicato un libro di memorie di Romina Oprandi. Ma c'è da augurarselo. Della ragazza e della sua determinazione a tornare vincente in campo dopo il grave incidente di quattro anni fa, quando stava diventando una delle più competitive italiane del tennis, hanno scritto in molti, compresi noi poche settimane fa durante gli Internazionali romani. Ieri la sua storia s'è arricchita di un successo inatteso, e dunque più bello, con la numero 2 del ranking WTA, la belga Kim Clijsters. Per di più sull'erba di 's-Hertogenbosch, l'unica "abilitata" ad ospitare un torneo di rango lontano dal sacro suolo britannico.
Kim, infortunata alla caviglia un paio di mesi fa, non è certo al massimo della forma, ma il risultato ottenuto dall'azzurra non lascia dubbi: 7-6 6-3. Chi ha visto la partita parla di una condotta molto intelligente dell'attuale numero 82 al mondo. Individuata nella scarsa mobilità il punto debole dell'avversaria, l'italo-svizzera ha giocato sempre più corto. E, alla fine del primo set, ha anche piazzato due micidiali ace. Nel secondo, un break e via. Un buon viatico per Wimbledon e, per Romina, la gioia di poter direa se stessa: "Ce l'ho fatta".
c. giua@kataweb. it