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I Fab Four perdono Roger
E Pippa si tinge di rosso

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Mai come quest'anno Wimbledon sembrava mostrare plasticamente la differenza tra il tennis maschile e femminile. Tra le donne, si sa, non c'è più una leadership personale o di gruppo come fu ai tempi antichi della King, della Evert, della Navratilova, della Seles, della Graf e in quelli più recenti delle Williams, di Justine Henin e di Kim Clijsters. Ciò significa che ciascun torneo fa storia a sè, che alla fine prevale chi è più in forma o ha più  feeling con la superficie di gioco e il pubblico. In altre parole: è un vero azzardo prevedere chi raggiungerà le semifinali femminili,  figurarsi azzeccare chi conquisterà il titolo.

Infatti, delle quattro ragazze che hanno agguantato, tra urla e botte di rovescio bimane, le semifinali degli Championships, gli scommettitori dieci giorni fa davano scarse chance a Victoria Azarenka, a Maria Sharapova e a Petra Kvitova, teste di serie numero 4, 5 e 8. Più alla russa che alla bielorussa e alla ceca, a dire il vero, visto che Maria era reduce dal bel successo agli Internazionali romani.  E forse anche perché è lei la sola, con la francese Mauresmo (2006), ad aver tentato d'interrompere, nel 2004, il decennio 2000-2010 di regno wimbledoniano delle sorelle Williams. Chi ha osato puntare forte fin dalla vigilia su Sabine Lisicki, la tedesca che ha travolto la francese Marion Bartoli, ha fatto il colpo della vita.

Tra gli uomini il poker di supercampioni sembrava invece lassù assiso, apparentemente fuori dalla portata degli altri, tennisti da comparsata. Negli ultimi mesi i giornali, le tv e persino il dilettante che scrive questa noticina si sono divertiti a chiamarli "i Fab Four", come i favolosi John, Paul, George e Ringo (ma chi è John? Federer o Nadal? E Ringo?  Djokovic o Murray? Mandatemi per mail  i vostri accoppiamenti, che poi ci ragioniamo insieme). Insomma, pareva scritto nelle tavole della legge tennistica che tutti e quattro sarebbero arrivati ai quarti di finale dello Slam sull'erba. Invece no. Murray ha stracciato Feliciano Lopez, Djokovic e Nadal hanno lasciato un solo set a Tomic e Fish. A tradire le attese - e se stesso - è stato ancora una volta il divino (ex?) Roger, messo sotto da Jo-Wilfried Tsonga.

L'andamento della partita lascia esterrefatti. Il francese parte un sacco contratto e Federer va avanti 3-0 senza la minima fatica.  Entrambi tengono i servizi e si finisce sul 6-3 per lo svizzero. Secondo set dominato dai servizi, niente vantaggi e si arriva al tie-break, chiuso sul 7-3 per Roger. Terzo set: sull'1-1 due palle break per il francese ben annullate, poi - alla terza -  a uno schiaffo al volo di dritto risponde Tsonga col passante di diritto che prende un filo di riga (confermata dal "falco" chiesto da Federer). Avanti sul 4-2, Tsonga bombarda con i servizi e chiude 6-4. Nel quarto Tsonga spinge col diritto in maniera impressionante, Federer perde subito il break sull'1-1 e Tsonga va 3-1. Poi di nuovo servizi imprendibili e si va avanti fino al 6-4. Nel quinto Federer chiede di andare in bagno, torna e si fa breakkare nel primo gioco, da lì non concede più nulla ma non basta: anche qui finisce 6-4.

Paolo, il mio assistente personale per le statistiche, mi segnala una sostanziale parità tra i due: 70 per cento contro 75 la percentuale delle prime d iservizio, 18 a 17 gli aces, 63 contro 57 i vincenti. Di fatto, Federer ha servito più prime e ha fatto più punti sia sulla prima che sulla seconda. Ha però sonnecchiato nei due-tre game che gli sono costati i break decisivi. Chissà come si sente ora, unico dei Four che rischia di non essere più Fab. Mentre Tsonga potrebbe arrivare per la seconda volta in carriera a una finale di Slam (Australia 2008). Quella contro Djokovic sarà la sua terza semifinale (le altre sono Australia 2008, ovviamente, e 2010).

All'altra semifinale, quella di Murray contro Nadal, forse venerdì tornerà anche la ragazza più ammirata dell'anno, la real cognata Pippa Middleton che oggi, nel royal box, ha sfoggiato un vestito rosso.  Come la muleta dei toreri.