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Sardinia Felix per gli azzurri
i play off ora sono più vicini

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Quand'ero bambino, il tennis era la Davis, perfino più di Wimbledon. Mi ricordo le vacanze di Natale del 1960 e del 1961 ad attendere davanti alla radio le notizie da Sidney e da Melbourne sulla finale raggiunta, per due volte consecutive, dai grandi italiani di allora, Nicola Pietrangeli, Orlando Sirola e Fausto Gardini. Delusioni assicurate, perché la conquista dell'insalatiera era una faccenda che, dal 1899, riguardava i britannici, i francesi, gli americani e, negli anni Cinquanta e Sessanta, gli stellari australiani, Rod Laver, Roy Emerson, Neale Fraser e, fino al 1956, Ken Rosewall, che poi scelse il professionismo. Riguardava solo loro anche perché per noi l'erba australiana era letteralmente come le onde del Capo di Buona Speranza per un pescatore del lago di Garda. Però eravamo lì, a combattere duro fino a riuscire, nel 1976, a vincere con Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli per 4-1in casa del Cile violentato dai golpisti di Pinochet. L'Italia poi arrivò in finale altre quattro volte (perdendo con Australia-1977, Stati Uniti-1979, Cecoslovacchia-1980, Svezia-1998) senza mai retrocedere dal dal World Group, che comprende le sedici squadre nazionali più forti del mondo, fino al 2000. Da allora però non è più rientrata tra le migliori, anche se adesso vi fanno parte paesi tennisticamente meno attrezzati come l'Austria, che di fatto conta su Melzer, numero 12 del ranking ATP, e Haider-Maurer (75); il Kazakhistan, con Golubev (45) e Kokushkin (67); l'India, che ha un solo giocatore nei primi cento, Devvarman (63). Tant'è: sono tra queste sedici le due nazionali che s'affronteranno in finale, mentre a noi tocca scalare il Purgatorio per tornare lassù.

Lassù dove conta di salire di nuovo anche la Svizzera, che per riuscirci sta schierando in campo a Berna, in questo Davis Cup's week-end, nientepopodimeno che Roger Federer e Stanislas Wawrinka. I poveri portoghesi Frederico Gil e Rui Machado, rassegnati al cappotto, si sono illusi di poter fare il miracolo quando Machado ha messo in saccoccia il primo set contro il numero tre al mondo. Ma Roger s'è ripreso e alla fine ha lasciato le briciole e, forse, un bel ricordo al lusitano.

Dobbiamo dunque dunque sforzarci e appassionarci, in questi giorni ad Arzechena, al match degli azzurri con la Slovenia, che ha in palio l'accesso ai play off, passaggio obbligato verso il World Group. Un sole che stordisce e i grilli che friniscono all'unisono coprendo, al tramonto, gli incitamenti dei tifosi sugli spalti: forse per questo e per l'emozione di essere il numero uno della squadra, Fabio Fognini, sceso di sei posizioni nella classifiche ATP (38) dopo il forfait per infortunio a Wimbledon, ha dovuto penare un po' troppo, 1-6 6-4 6-4 6-4, contro l'appena passabile Grega Zemlja (139). Potito Storace (52)  ha imitato Fognini: con Blaz Kavcic (80), che a 24 anni ha voglia di lasciare qualche segno nella storia del tennis sloveno, anch'egli è stato costretto al quarto set, chiudendo dopo due ore e 56 minuti. Oggi il doppio, affidato a Bracciali-Bolelli.

Su Fognini ci permettiamo un commento che vuole essere un amichevole suggerimento. Sbattere per terra la racchetta dopo un lungolinea sbagliato, esultare per gli errori di Zemlja non sono bei momenti di sport. Non lo fanno né Djokovic né Nadal, e figuriamoci Federer. Non è obbligatorio essere simpatici per diventare campioni. E' invece più che consigliato dimostrarsi cortesi, disponibili e rispettosi con pubblico e avversari. Se sei antipatico e scortese e, per di più,  ti trovi  1-6 al primo set di una partita che sulla carta avresti dovuto dominare, allora s'affievolisce la speranza che prima o poi darai qualche vera soddisfazione - una semifinale del World Tour dell'ATP? - agli appassionati di tennis italiani. Che pure se la meriterebbero. c. giua@kataweb. it