Tocca ai lettori raccontarci
gli insegnamenti degli Us Open
Gli US Open sono stati una sorta di spartiacque per il tennis del secondo decennio del secolo. Anzitutto lo slam americano ha dimostrato che il livello dei migliori tennisti al mondo si è alzato. Novak Djokovic è straordinario perché limita al minimo gli errori gratuiti, ha aumentato la consistenza del dritto e ha una preparazione atletica inarrivabile. Roger Federer adesso gioca un rovescio d'attacco che prima non aveva ed è migliorato nelle risposte. Rafael Nadal, pur fortissimo, non può limitarsi allo scambio da fondo. Dei tre, è lui quello che è rimasto più ancorato al suo gioco d'un tempo: dal 2008, quando sconfisse Federer in finale a Wimbledon, ha fatto pochi progressi tecnici e fisici. Battere Djokovic con il suo tipo di gioco è impresa improba, deve inventarsi altro. Magari migliorare il servizio e provare qualche "serve and volley".
La finale di Flushing ha inoltre confermato che il tennis non può…
La finale di Flushing ha inoltre confermato che il tennis non può…
Gli US Open sono stati una sorta di spartiacque per il tennis del secondo decennio del secolo. Anzitutto lo slam americano ha dimostrato che il livello dei migliori tennisti al mondo si è alzato. Novak Djokovic è straordinario perché limita al minimo gli errori gratuiti, ha aumentato la consistenza del dritto e ha una preparazione atletica inarrivabile. Roger Federer adesso gioca un rovescio d'attacco che prima non aveva ed è migliorato nelle risposte. Rafael Nadal, pur fortissimo, non può limitarsi allo scambio da fondo. Dei tre, è lui quello che è rimasto più ancorato al suo gioco d'un tempo: dal 2008, quando sconfisse Federer in finale a Wimbledon, ha fatto pochi progressi tecnici e fisici. Battere Djokovic con il suo tipo di gioco è impresa improba, deve inventarsi altro. Magari migliorare il servizio e provare qualche "serve and volley".
La finale di Flushing ha inoltre confermato che il tennis non può più essere "pallettoni contro pallettoni", due o tre dritti di pregio e stop. Anche perché, a New York, Nadal non era in una forma tale da reggere i contropallettoni di Nole 2011 e inventare schemi in grado di impensierirlo. Più tecnica, please, come chiedono a piena voce i 'federermaniaci'.
Ancora: visto il crescente dispendio di energie soprattutto da parte di Nadal, diventa più urgente chiedersi quanto, con una fisicitá così accentuata, possa realisticamente durare la carriera di un tennista di prima fascia. Le ginocchia, le anche, la schiena, sottoposte a tali sollecitazioni, specialmente sulla maledetta superficie veloce, andranno rimpiazzate in un paio d'anni o giù di lì. A meno che le partite degli slam non si accorcino a tre set anche per i maschi. A 25 anni ci dicevano "hai tutta la vita davanti". Era vero solo per alcuni, purtroppo. Con la medicina sportiva potremo (spero) allungare la carriera degli atleti, ma non basterà. E' bene che l'ITF e l'ATP comincino a preoccuparsene.
Ultima lezione. Il bello del tennis resta la sua capacità d'insegnare a chi lo pratica a prendersi le proprie responsabilità. Sei da solo sul campo, coach o non coach. E' giusto che l'arbitro della finale abbia ripreso Nadal per "illegal coaching". Chissà se gli US Open non segnino la fine del rapporto con lo zio coach, Toni, che mi sembra un po' lo zio dello Schiaccianoci, la racchetta invece del bambolotto, il trofeo invece del principe... E tra le responsabilità di un campione c'è anche quella di ritrovare un nuovo equilibrio quando arriva un altro giocatore e dice, senza barare, "I'm the strongest guy in the room". Federer c'è riuscito quando sei anni fa "in the room" spuntò Rafa, al quale tocca fare lo stesso adesso che lo "strongest guy" è Djokovic.
Ci divertiremo molto, a partire dai tornei di Shanghai e Parigi per arrivare al master londinesi di fine stagione. Intanto, però, concentriamoci sulla Davis.
Ringrazio Elisabetta, Paolo, Gianluca, Giovanni e gli altri lettori che mi hanno mandato via mail le note che avete letto: di mio, qui sopra, non c'è nemmeno una parola. Mi sono limitato a dare una sequenza logica alle loro osservazioni.
c.giua@kataweb.it
La finale di Flushing ha inoltre confermato che il tennis non può più essere "pallettoni contro pallettoni", due o tre dritti di pregio e stop. Anche perché, a New York, Nadal non era in una forma tale da reggere i contropallettoni di Nole 2011 e inventare schemi in grado di impensierirlo. Più tecnica, please, come chiedono a piena voce i 'federermaniaci'.
Ancora: visto il crescente dispendio di energie soprattutto da parte di Nadal, diventa più urgente chiedersi quanto, con una fisicitá così accentuata, possa realisticamente durare la carriera di un tennista di prima fascia. Le ginocchia, le anche, la schiena, sottoposte a tali sollecitazioni, specialmente sulla maledetta superficie veloce, andranno rimpiazzate in un paio d'anni o giù di lì. A meno che le partite degli slam non si accorcino a tre set anche per i maschi. A 25 anni ci dicevano "hai tutta la vita davanti". Era vero solo per alcuni, purtroppo. Con la medicina sportiva potremo (spero) allungare la carriera degli atleti, ma non basterà. E' bene che l'ITF e l'ATP comincino a preoccuparsene.
Ultima lezione. Il bello del tennis resta la sua capacità d'insegnare a chi lo pratica a prendersi le proprie responsabilità. Sei da solo sul campo, coach o non coach. E' giusto che l'arbitro della finale abbia ripreso Nadal per "illegal coaching". Chissà se gli US Open non segnino la fine del rapporto con lo zio coach, Toni, che mi sembra un po' lo zio dello Schiaccianoci, la racchetta invece del bambolotto, il trofeo invece del principe... E tra le responsabilità di un campione c'è anche quella di ritrovare un nuovo equilibrio quando arriva un altro giocatore e dice, senza barare, "I'm the strongest guy in the room". Federer c'è riuscito quando sei anni fa "in the room" spuntò Rafa, al quale tocca fare lo stesso adesso che lo "strongest guy" è Djokovic.
Ci divertiremo molto, a partire dai tornei di Shanghai e Parigi per arrivare al master londinesi di fine stagione. Intanto, però, concentriamoci sulla Davis.
Ringrazio Elisabetta, Paolo, Gianluca, Giovanni e gli altri lettori che mi hanno mandato via mail le note che avete letto: di mio, qui sopra, non c'è nemmeno una parola. Mi sono limitato a dare una sequenza logica alle loro osservazioni.
c.giua@kataweb.it