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Il tennis dei trenini elettrici
e quello del Frecciarossa

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Venti giorni senza ragionare di tennis sono tanti, anche se ad accorgersene è solo chi scrive questa rubrica, non i suoi lettori che hanno ben altro a cui pensare. Eppure sono stati giorni che, almeno in parte, ho dedicato solo al tennis: quello sudato e affannato perché giocato davvero, compresa la partecipazione a un piccolo campionato pomposamente definito "mondiale dei giornalisti tennisti" che ogni anno riunisce sulla terra rossa centocinquanta signore e signori in età non più verde che il resto dell'anno faticano nei giornali, nelle tv, negli uffici stampa di mezza Europa, soprattutto dell'Est (stavolta si giocava in Montenegro). Tutto questo per dire che non si può raccontare la politica senza averla fatta almeno a livello locale, scrivere di cucina senza saper preparare una buona frittata di erbe o di ciclismo non avendo mai affrontato una delle salite della Tre Valli Varesine. Trovarsi davanti, dall'altra parte della rete, un figuro bulgaro che tira mazzate o un azzimato polacco che ti sfinisce a furia di smorzate aiuta a capire meglio il tennis, anche se quanto ho visto e mostrato sui campi montenegrini sta al tennis di Nadal e della Schiavone come un trenino elettrico sta al Frecciarossa.

Intanto altrove sono successi altri fatti differentemente significativi. Per esempio, è arrivata la conferma che Flavia Pennetta è tra le atlete più in forma del lotto WTA. A Pechino ha ripetuto l'exploit degli USA Open, dove aveva messo alle corde e poi ko Maria Sharapova; stavolta ha sconfitto a sorpresa la numero uno del ranking, la danese Carolina Wozniacki, raggiungendo la semifinale, persa poi nettamente con la polacca Agnieszka Radwanska. Il problema della brindisina, salita ora al numero 18 (+8) della classifica mondiale, resta quello di sapersi ripetere immediatamente dopo ogni eccellente risultato, dando continuità alla tensione agonistica e nervosa necessaria a mantenere il suo gioco allo stesso alto livello per un lungo periodo.

Altro fatto da segnalare è l'ormai acquisita certezza che Roger Federer è forse definitivamente il quarto dei moschettieri che da due anni monopolizzano il vertice del tennis maschile. Se infatti si considerano solo i risultati dal primo gennaio in poi - come si fa nella classifica per gli otto qualificati alle finali londinesi dell'ATP World Tour, dal 20 al 27 novembre - i primi tre del mondo sono Djokovic, Nadal e Murray. Questo significa che, a meno di sorprese nei grandi tornei rimasti più il Master 1000 di Bercy all'inizio di novembre e il torneo superstar di Londra, Federer sarà la testa di serie numero 4 agli Australian Open in gennaio: non accadeva dal 2003, quando a Melbourne lo svizzero era il sesto del seed, dietro Hewitt, Agassi, Safin, Ferrero e Moya. Un secolo fa. (Speriamo che in Australia faccia il suo esordio in uno slam l'italiano più promettente del 2011, lo spezzino ventunenne Alessandro Giannessi, una settimana fa 143 nel ranking ATP dopo aver scalato 351 posizioni in nove mesi).

L'ultima notazione prima dei fuochi d'artificio di chiusura della stagione, che saranno accesi anche dalle finali WTA di Istanbul (da cui Francesca Schiavone, ormai numero 12 del ranking, rischia d'essere esclusa), riguarda lo scarso rilievo che stanno ottenendo sulla stampa ma anche tra il pubblico locale i tornei autunnali dell'estremo Oriente. A Tokio, a Pechino e a Shanghai gli spalti sembrano sempre desolatamente vuoti. Giocare solo per gli sponsor non dev'essere una bella esperienza per nessuno dei top player. I cinesi pagano bene, ma forse bisogna rivedere qualcosa per evitare l'effetto straniamento che hanno vissuto anche Milan e Inter nella finale di Supercoppa italiana giocata all'inizio di agosto. Il grande tennis ha bisogno di calore, di pubblico attento e appassionato. Senza, mette un po' tristezza. 

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