Aveva 86 anni quando pronunciò la sua frase più citata: "Ha voluto arrivare primo anche stavolta". Tano Belloni parlava di Costante Girardengo, il suo rivale più acerrimo, quello che per 26 volte lo aveva battuto lasciandogli il "posto d'onore", come usavano scrivere allora i cronisti sportivi. Girardengo primo grande campione italiano di ciclismo negli anni venti, Belloni eterno secondo alle sue spalle: quasi due figure retoriche, il vincitore e lo sconfitto. Di fatto, Tano era stato capace in carriera di prendersi un Giro d'Italia (1920), di conquistarne dodici tappe tra il '20 e il '29, di mettere tutti sotto in due epiche Milano-Sanremo ('17 e '20) e in tre Giri di Lombardia ('15, '18 e '28). Insomma, era uno che aveva vinto tanto anche se i giornalisti l'avevano etichettato per decenni come quello che finiva sempre secondo. Quando Belloni pronunciò la sua famosa battuta, nel '78, Costante Girardengo l'aveva comunque fregato un'altra volta morendo per primo. Eppure, se la rise il vecchio Tano, chissenefrega, no?
Andy Murray rischia di diventare il Tano Belloni del tennis del ventunesimo secolo. Lo scozzese anche questa volta ha vinto un grande torneo (a Shangai, dove aveva trionfato già l'anno scorso, oggi ha battuto in finale lo spagnolo David Ferrer per 7-5 6-4), portando a otto il bottino complessivo nei Master 1000, contro gli undici - per dire - del numero 1 ATP Novak Djokovic. Anche questa volta ha ottenuto il massimo risultato in una competizione dov'era presente il numero 2 Rafael Nadal, eliminato negli ottavi dal tedesco Florian Mayer. E questa volta, in più, gli è riuscito il grande salto, superando Roger Federer nel nuovo ranking ATP (attenzione: lo svizzero, ora numero 4 come nel luglio 2003, e il serbo hanno saltato l'appuntamento cinese). Eppure, per qualsiasi appassionato di tennis un "grande" è tale solo quando vince un torneo dello Slam. Altrimenti nel ricordo collettivo resta un eterno secondo, appunto.
Andy Murray il brivido dello Slam lì a portata di mano l'ha provato tre volte. L'8 settembre 2008 a Flushing Meadows, umiliato in finale da Roger Federer per 2-6 5-7 2-6; il 31 gennaio 2010 a Melbourne, sempre con Federer (3-6 4-6 6-7); il 30 gennaio scorso ancora a Melbourne con Novak Djokovic e ancora sconfitto in tre set (4-6 2-6 3-6). Tre finali, nemmeno un set vinto da incorniciare.
Ora però Andy sembra pronto nel fisico e nella tenuta nervosa. A Shangai non ha dato alcuna chance a Ferrer, come mostrano i record della partita: 86 per cento dei punti sul primo servizio, 7 aces e 24 vincenti. Nella seconda metà 2011 ha vinto con Djokovic in finale a Cincinnati e con Nadal a Tokio la scorsa settimana. Non li teme più come in passato, uno Slam è alla sua portata.
Ci proverà in gennaio in Australia, sulla superficie che gli è più congeniale, ma soprattuto ci punterà a Wimbledon, in giugno, sull'erba che non vede un trionfatore britannico dal 1936, quando a conquistarsi l'eterna gratitudine dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club fu Fred Perry, quello delle polo concorrenti di un altro mito dei gesti bianchi, il francese Henry Lacoste. Nell'anno delle olimpiadi londinesi, sarebbe un evento irripetibile.
[email protected]
Andy Murray rischia di diventare il Tano Belloni del tennis del ventunesimo secolo. Lo scozzese anche questa volta ha vinto un grande torneo (a Shangai, dove aveva trionfato già l'anno scorso, oggi ha battuto in finale lo spagnolo David Ferrer per 7-5 6-4), portando a otto il bottino complessivo nei Master 1000, contro gli undici - per dire - del numero 1 ATP Novak Djokovic. Anche questa volta ha ottenuto il massimo risultato in una competizione dov'era presente il numero 2 Rafael Nadal, eliminato negli ottavi dal tedesco Florian Mayer. E questa volta, in più, gli è riuscito il grande salto, superando Roger Federer nel nuovo ranking ATP (attenzione: lo svizzero, ora numero 4 come nel luglio 2003, e il serbo hanno saltato l'appuntamento cinese). Eppure, per qualsiasi appassionato di tennis un "grande" è tale solo quando vince un torneo dello Slam. Altrimenti nel ricordo collettivo resta un eterno secondo, appunto.
Andy Murray il brivido dello Slam lì a portata di mano l'ha provato tre volte. L'8 settembre 2008 a Flushing Meadows, umiliato in finale da Roger Federer per 2-6 5-7 2-6; il 31 gennaio 2010 a Melbourne, sempre con Federer (3-6 4-6 6-7); il 30 gennaio scorso ancora a Melbourne con Novak Djokovic e ancora sconfitto in tre set (4-6 2-6 3-6). Tre finali, nemmeno un set vinto da incorniciare.
Ora però Andy sembra pronto nel fisico e nella tenuta nervosa. A Shangai non ha dato alcuna chance a Ferrer, come mostrano i record della partita: 86 per cento dei punti sul primo servizio, 7 aces e 24 vincenti. Nella seconda metà 2011 ha vinto con Djokovic in finale a Cincinnati e con Nadal a Tokio la scorsa settimana. Non li teme più come in passato, uno Slam è alla sua portata.
Ci proverà in gennaio in Australia, sulla superficie che gli è più congeniale, ma soprattuto ci punterà a Wimbledon, in giugno, sull'erba che non vede un trionfatore britannico dal 1936, quando a conquistarsi l'eterna gratitudine dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club fu Fred Perry, quello delle polo concorrenti di un altro mito dei gesti bianchi, il francese Henry Lacoste. Nell'anno delle olimpiadi londinesi, sarebbe un evento irripetibile.
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