Non le era mai riuscito di trovarsi tra le sedici più forti giocatrici al mondo, quelle che si contendono i quarti di finale di uno Slam. Sara Errani c'era arrivata vicina cinque volte tra il 2009 e il 2010, i suoi anni migliori, quando s'arrampicò sul gradino numero 31 del ranking WTA (ora, a ventiquattr'anni, è a quota 48). Al terzo tentativo in terra australiana, ce l'ha fatta. Salvando l'onore della delegazione italiana agli Open di Melbourne.
Con un'avversaria che certo non difetta nei fondamentali come Sorana Cirstea (ventun'anni, WTA 59 ma addirittura 37 a diciott'anni), il mantra della romagnola è stato: cambia gioco, falla muovere. Le sue carte vincenti sono risultate il rovescio incrociato, il drop difensivo su cui la Cirstea è andata spesso in confusione, la smorzata inattesa da fondocampo. La caratteristica decisiva della sua prova è stata - ma non è una sorpresa - la costanza. Sara è fatta della stessa pasta delle sorelle maggiori Francerca Schiavone, Flavia Pennetta e Roberta Vinci, che le hanno confermato con l'esempio che una tennista di prima fila si può costruire con la volontà e con il lavoro quotidiano, perché di talenti mal gestiti è pieno il mondo.
Il match sullo Show Court 2 di Melbourne Park si racconta in poche righe. Primo set equilibrato, forse con tassi di errore troppo alti per entrambe, tie-break nervoso e un'occasione di prendersi il set sprecata da Sara. Poi dieci game di fila vinti dall'azzurra, un fisiologico calo costato due giochi, un finale partita in cui ha mostrato tutta la sua grinta. Il risultato, 6-7 6-0 6-2, è un eccellente viatico per il quarto di finale di dopodomani contro la cinese Jie Zheng, WTA 38, che oggi ha sconfitto un po' a sorpresa la francese Marion Bartoli (6-3 6-3) e che nelle ultime due settimane è stata prima la bestia nera di Flavia Pennetta nella finale di Auckland, poi di Roberta Vinci, da lei eliminata al secondo turno qui agli Open. La Zheng, già semifinalista negli Slam a Wimbledon nel 2008 e a Melbourne due anni fa, ha un solo precedente con Sara Errani, nel 2010 a New Haven quando perse per 1-6 2-6. Da non farci conto. Gara difficile ma tutt'altro che impossibile, comunque.
Un paio di considerazioni statistiche e tecniche. I sei terzi turni della Errani negli Slam sono stati giocati sul veloce australiano (2009, 2010, oggi), sul veloce di Flushing Meadows (2009, 2010), sull'erba di Wimbledon (2010). Sulla terra del Roland Garros ha invece un record negativo, avendo superato il primo turno una sola volta nel 2008. Delle cinque finali WTA disputate, di cui due vinte, tre sono state sul veloce. Insomma, la romagnola - cresciuta sulla terra rossa di casa e formata su quella spagnola - è più competitiva sulle superfici sintetiche e sull'erba. Poiché altrettanto non si può dire di nessun top player maschio italiano, tutti terraioli indefessi, la Federazione e gli allenatori dovrebbero cercare di capirne le ragioni.
Seconda notazione. Come mi fa notare il mio guru tennistico, Giovanni, a seguire Sara Errani c'è Pier Francesco Parra, responsabile medico del Centro FIT di Tirrenia e delle nazionali di Davis e Fed Cup, che anche oggi era nel team sulle tribune dello Show Court 2. Ai suoi consigli sanitari e alle sue cure hanno invece rinunciato altri italiani, contrariamente a Novak Djokovic, tanto per citare un giocatore con qualche qualità (scherzo). Anche qui potrebbe essere utile una riflessione da parte dei tecnici e degli atleti che hanno fatto scelte diverse.
[email protected]
Con un'avversaria che certo non difetta nei fondamentali come Sorana Cirstea (ventun'anni, WTA 59 ma addirittura 37 a diciott'anni), il mantra della romagnola è stato: cambia gioco, falla muovere. Le sue carte vincenti sono risultate il rovescio incrociato, il drop difensivo su cui la Cirstea è andata spesso in confusione, la smorzata inattesa da fondocampo. La caratteristica decisiva della sua prova è stata - ma non è una sorpresa - la costanza. Sara è fatta della stessa pasta delle sorelle maggiori Francerca Schiavone, Flavia Pennetta e Roberta Vinci, che le hanno confermato con l'esempio che una tennista di prima fila si può costruire con la volontà e con il lavoro quotidiano, perché di talenti mal gestiti è pieno il mondo.
Il match sullo Show Court 2 di Melbourne Park si racconta in poche righe. Primo set equilibrato, forse con tassi di errore troppo alti per entrambe, tie-break nervoso e un'occasione di prendersi il set sprecata da Sara. Poi dieci game di fila vinti dall'azzurra, un fisiologico calo costato due giochi, un finale partita in cui ha mostrato tutta la sua grinta. Il risultato, 6-7 6-0 6-2, è un eccellente viatico per il quarto di finale di dopodomani contro la cinese Jie Zheng, WTA 38, che oggi ha sconfitto un po' a sorpresa la francese Marion Bartoli (6-3 6-3) e che nelle ultime due settimane è stata prima la bestia nera di Flavia Pennetta nella finale di Auckland, poi di Roberta Vinci, da lei eliminata al secondo turno qui agli Open. La Zheng, già semifinalista negli Slam a Wimbledon nel 2008 e a Melbourne due anni fa, ha un solo precedente con Sara Errani, nel 2010 a New Haven quando perse per 1-6 2-6. Da non farci conto. Gara difficile ma tutt'altro che impossibile, comunque.
Un paio di considerazioni statistiche e tecniche. I sei terzi turni della Errani negli Slam sono stati giocati sul veloce australiano (2009, 2010, oggi), sul veloce di Flushing Meadows (2009, 2010), sull'erba di Wimbledon (2010). Sulla terra del Roland Garros ha invece un record negativo, avendo superato il primo turno una sola volta nel 2008. Delle cinque finali WTA disputate, di cui due vinte, tre sono state sul veloce. Insomma, la romagnola - cresciuta sulla terra rossa di casa e formata su quella spagnola - è più competitiva sulle superfici sintetiche e sull'erba. Poiché altrettanto non si può dire di nessun top player maschio italiano, tutti terraioli indefessi, la Federazione e gli allenatori dovrebbero cercare di capirne le ragioni.
Seconda notazione. Come mi fa notare il mio guru tennistico, Giovanni, a seguire Sara Errani c'è Pier Francesco Parra, responsabile medico del Centro FIT di Tirrenia e delle nazionali di Davis e Fed Cup, che anche oggi era nel team sulle tribune dello Show Court 2. Ai suoi consigli sanitari e alle sue cure hanno invece rinunciato altri italiani, contrariamente a Novak Djokovic, tanto per citare un giocatore con qualche qualità (scherzo). Anche qui potrebbe essere utile una riflessione da parte dei tecnici e degli atleti che hanno fatto scelte diverse.
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