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L'oligarchia dei migliori
fa il bene del tennis

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Era come se già al primo turno, dieci giorni fa, non ci fossero più dubbi: i quattro più forti tennisti del mondo - e non da adesso, come diremo poi - sarebbero tutti arrivati alle soglie delle semifinali degli Open australiani, avendo come unici ostacoli plausibili un franco-congolese fisicamente incontenibile come Jo-Wilfried Tsonga e il gigante argentino tutt'ora convalescente Juan Martin Del Potro. Usciti di scena entrambi, per Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer e Andy Murray è stata (quasi) una passeggiata. L'accesso alla finale di domenica nella Rod Laver Arena se lo contenderanno dunque Djokovic e Murray, che qui l'anno scorso s'affrontarono per il titolo, e Federer e Nadal, che invece si massacrarono fino al quinto set all'ultimo atto del 2009, restando in campo 4 ore e 23 minuti. La sequenza dei vincitori dal 2006 al 2011 è illuminante: Federer, Federer, Djokovic, Nadal, Federer, Djokovic. Murray è stato finalista nel 2010 e nel 2011. Il tennis migliore continua a rimanere roba loro.

Per la cronaca, riassumiamo i risultati dei quarti di finale giocati ieri e oggi: lo svizzero, numero 3 del ranking ATP, ha travolto Del Potro (ATP 11) per 6-4 6-3 6-2; lo spagnolo (2) ha penato un po' per aver ragione del ceco Tomas Berdych (7), che ha avuto anche la chance di  condurre per due set a zero (6-7 7-6 6-4 6-3); lo scozzese (4) non ha fatto quasi toccare palla alla sorpresa giapponese Kei Nishikori (24), liquidata con un 6-3 6-3 6-1; il serbo (1) ha invece faticato con il coriaceo spagnolo David Ferrer (7), che nel secondo set ha perfino illuso qualcuno di poter dire la sua (6-4 7-6 6-1). Solo Nadal ha perso un set. Impressionanti.

E impressionanti, i quattro, lo sono da molto tempo. Lo dimostrano i numeri. Prendiamo gli Slam degli ultimi otto anni, dal 2OO4 al 2011. I 64 finalisti dei 32 tornei disputati sono stati 17, cioè i Fab Four più tredici tra campioni e meteore. Tra i primi mettiamo l'americano Andre Agassi (finale a Flushing Meadows a fine carriera  nel 2005), il russo Marat Safin (una vittoria e una finale), Del Potro (una vittoria), Andy Roddick (quattro finali), l'australiano Lleyton Hewitt (due finali), lo svedese Robin Soderling (due finali), Tsonga e Berdych (una finale a testa). Tra le meteore, gli argentini Gaston Gaudio (una vittoria), Guillermo Coria e Mariano Puerta (entrambi una finale), come il cileno Fernando Gonzalez e il cipriota Marcos Baghdatis. Considerando che Murray ha già disputato e perso tre finali (in due occasioni con Federer, in una con Djokovic), di 42 delle 64 finali considerate sono stati protagonisti Federer e/o Nadal e/o Djokovic. Per la precisione, due dei tre si sono affrontati, in questi otto anni, 12 volte in finale. E, a meno che Murray non si confermi finalista a Melbourne come nel 2010 e 2011, è probabile che accadrá anche stavolta. Negli stessi otto anni, infine, Federer ha vinto 15 Slam, Nadal 10, Djokovic 4.

Sono i numeri di un'oligarchia, del dominio di pochi che caratterizza il tennis di questi anni. Non è la prima volta che accade, anche se per ritrovare fenomeni di analoghe dimensioni bisogna risalire agli anni sessanta della scuola australiana di Rod Laver, Ken Rosewall, Tony Roche e Roy Emerson. Ma negli  sport individuali le oligarchie come queste sono una benedizione. Cosa sarebbero stati il ciclismo senza Coppi, Bartali e il terzo incomodo Magni, lo sci senza Thoeni e Stenmark, la formula 1 senza Ayrton Senna e Alain Prost?
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