Mettetevi nei panni di Rafael Nadal: in poco meno di cinque anni, da metà 2006 a fine 2010, solo sette sconfitte con Novak Djokovic contro sedici vittorie. Per lui, allora, il serbo non era un osso più duro di altri. Poi, nel 2011, sei finali perse di fila, tra le quali i due ultimi slam, Indian Wells, Miami, Madrid, Roma e, appunto, Wimbledon e New York. Sedici successi contro tredici, dunque, e adesso il rischio di perdere tre slam consecutivi con lo stesso avversario - un record negativo senza precedenti - e di trovarsi Nole a quota quattordici.
Ecco, mettetevi nei panni di Rafa e immaginate come si sentiva alla vigilia della finale degli Australian Open: timore di soffrire, con Djokovic, della "sindrome di Federer" quando contro di lui lo svizzero entrava in campo attanagliato dal terrore di non farcela; fiducia, al termine del bel torneo disputato a Melbourne, nella chance di interrompere la serie negativa; voglia di dimostrare che nel 2012 potrebbe tornare numero 1 del ranking ATP; paura di certificare, con una propria sconfitta, che quel serbo così irriverente è stabilmente il tennista più forte al mondo.
E Djokovic come doveva sentirsi sabato? Da un anno condannato - felicemente condannato - al ruolo di favorito di ogni torneo, sapeva che molti si aspettano da lui un 2012 trionfale, addirittura da Grande Slam dopo che l'anno scorso c'è andato vicino (trionfatore a Melbourne contro Murray, a Wimbledon e agli US Open contro Nadal, fuori in semifinale a Parigi per mano di Federer). Lasciarsi sfuggire ora gli Australian Open avrebbe significato dare un segno diverso alla stagione appena cominciata. Peraltro, venerdì Nole aveva dovuto combattere per aver ragione di Andy Murray, riuscendoci solo al termine di un rocambolesco quinto set. A dimostrazione che è intatta la sua fame di vittoria.
I primi due set, lunghissimi (un'ora e venti e un'ora e sei minuti), rappresentano fedelmente timori e speranze di Rafael e Nole. Concentrati, attenti a tenere bassi i tassi di errore, poco propensi a concedere numeri circensi al pubblico della Rod Laver Arena eppure in grado di esprimere un tennis di eccellente livello. Il numero 1 e il numero 2 al mondo sono separati da un niente di forza, resistenza, intelligenza, tenuta psicologica. Nadal passa per 7-5, Djokovic risponde con un 6-4.
Nel terzo set sale la fiducia di Nole e altrettanto fa la paura di Rafa. Lo spagnolo non riesce più a controllare il gioco con il rovescio in back in attesa di lanciare il vincente. Il serbo invece osa di più, tiene le palle lunghe e cerca sempre gli angoli. Finisce 6-2 in soli 45 minuti.
Paura contro fiducia, un duello tutto intimo che pesa più dei colpi dell'avversario. E che a noi che guardiamo la finale sembra quasi di poter misurare secondo dopo secondo. Soprattutto nel quarto set, quando si capisce che Nadal si libera del timore di sbagliare e pompa il rischio nel proprio gioco. Djokovic si limita a contenere ma sta mezzo metro più avanti dello spagnolo, con i piedi sulla riga di fondocampo. Entrambi tengono il servizio fino al 4-3 per Nole, servizio di Rafa. Il numero 1 decide di attaccare pesante, ha tre palle di break ma vengono tutte annullate da un Nadal disperato. 4 pari e inatteso colpo di scena: comincia a piovere a catinelle. Si deve chiudere la copertura della Rod Laver Arena. Rafa e Nole vanno negli spogliatoi.
Alla ripresa, all'inizio Nadal sembra aver perso la carica agonistica accumulata nel game precedente ma poi ricaccia via la paura e torna ad aver fiducia. Tie-break. Dove l'equilibrio della paura e della fiducia si sposta di nuovo, come un pendolo. Nole sbaglia e non rischia, Rafa fa un paio di miracoli. Soprattutto, conferma di avere nel servizio un'arma finalmente sicura. Si va al quinto set, dopo 80 minuti sosta compresa.
Sesta ora di finale, il serbo appare più stanco e anche sfiduciato, Nadal sente vicina la vittoria che attende dalle Master Finals londinesi del 2010 (7-5 6-2). Paura e fiducia, fiducia e paura. Il pendolo, che non si è mai fermato per tutta la partita, s'arresta dalla parte dello spagnolo, che nel sesto game ha una palla di break, e Djokovic la butta fuori. 4-2 e servizio a favore, la partita sembra segnata: Rafa dovrebbe solo gestire il vantaggio. Invece no, il pendolo torna ad oscillare, a turno entrambi trovano in luoghi nascosti delle loro menti e fisici risorse che non sanno d'avere. Il serbo riesce a ottenere due break rocamboleschi e va a servire sul 6-5. Paura e fiducia, come sempre. La paura di vincere di Nole, la fiducia di poter recuperare di Rafa, che ha una palla break. Nole chiede aiuto Lassù con un plateale segno della croce e arriva il match point. Servizio e sventagliata di diritto, terzo Slam consecutivo ad danni di Nadal. Ora Djokovic può davvero puntare al Grande Slam nel 2012.
[email protected]
Ecco, mettetevi nei panni di Rafa e immaginate come si sentiva alla vigilia della finale degli Australian Open: timore di soffrire, con Djokovic, della "sindrome di Federer" quando contro di lui lo svizzero entrava in campo attanagliato dal terrore di non farcela; fiducia, al termine del bel torneo disputato a Melbourne, nella chance di interrompere la serie negativa; voglia di dimostrare che nel 2012 potrebbe tornare numero 1 del ranking ATP; paura di certificare, con una propria sconfitta, che quel serbo così irriverente è stabilmente il tennista più forte al mondo.
E Djokovic come doveva sentirsi sabato? Da un anno condannato - felicemente condannato - al ruolo di favorito di ogni torneo, sapeva che molti si aspettano da lui un 2012 trionfale, addirittura da Grande Slam dopo che l'anno scorso c'è andato vicino (trionfatore a Melbourne contro Murray, a Wimbledon e agli US Open contro Nadal, fuori in semifinale a Parigi per mano di Federer). Lasciarsi sfuggire ora gli Australian Open avrebbe significato dare un segno diverso alla stagione appena cominciata. Peraltro, venerdì Nole aveva dovuto combattere per aver ragione di Andy Murray, riuscendoci solo al termine di un rocambolesco quinto set. A dimostrazione che è intatta la sua fame di vittoria.
I primi due set, lunghissimi (un'ora e venti e un'ora e sei minuti), rappresentano fedelmente timori e speranze di Rafael e Nole. Concentrati, attenti a tenere bassi i tassi di errore, poco propensi a concedere numeri circensi al pubblico della Rod Laver Arena eppure in grado di esprimere un tennis di eccellente livello. Il numero 1 e il numero 2 al mondo sono separati da un niente di forza, resistenza, intelligenza, tenuta psicologica. Nadal passa per 7-5, Djokovic risponde con un 6-4.
Nel terzo set sale la fiducia di Nole e altrettanto fa la paura di Rafa. Lo spagnolo non riesce più a controllare il gioco con il rovescio in back in attesa di lanciare il vincente. Il serbo invece osa di più, tiene le palle lunghe e cerca sempre gli angoli. Finisce 6-2 in soli 45 minuti.
Paura contro fiducia, un duello tutto intimo che pesa più dei colpi dell'avversario. E che a noi che guardiamo la finale sembra quasi di poter misurare secondo dopo secondo. Soprattutto nel quarto set, quando si capisce che Nadal si libera del timore di sbagliare e pompa il rischio nel proprio gioco. Djokovic si limita a contenere ma sta mezzo metro più avanti dello spagnolo, con i piedi sulla riga di fondocampo. Entrambi tengono il servizio fino al 4-3 per Nole, servizio di Rafa. Il numero 1 decide di attaccare pesante, ha tre palle di break ma vengono tutte annullate da un Nadal disperato. 4 pari e inatteso colpo di scena: comincia a piovere a catinelle. Si deve chiudere la copertura della Rod Laver Arena. Rafa e Nole vanno negli spogliatoi.
Alla ripresa, all'inizio Nadal sembra aver perso la carica agonistica accumulata nel game precedente ma poi ricaccia via la paura e torna ad aver fiducia. Tie-break. Dove l'equilibrio della paura e della fiducia si sposta di nuovo, come un pendolo. Nole sbaglia e non rischia, Rafa fa un paio di miracoli. Soprattutto, conferma di avere nel servizio un'arma finalmente sicura. Si va al quinto set, dopo 80 minuti sosta compresa.
Sesta ora di finale, il serbo appare più stanco e anche sfiduciato, Nadal sente vicina la vittoria che attende dalle Master Finals londinesi del 2010 (7-5 6-2). Paura e fiducia, fiducia e paura. Il pendolo, che non si è mai fermato per tutta la partita, s'arresta dalla parte dello spagnolo, che nel sesto game ha una palla di break, e Djokovic la butta fuori. 4-2 e servizio a favore, la partita sembra segnata: Rafa dovrebbe solo gestire il vantaggio. Invece no, il pendolo torna ad oscillare, a turno entrambi trovano in luoghi nascosti delle loro menti e fisici risorse che non sanno d'avere. Il serbo riesce a ottenere due break rocamboleschi e va a servire sul 6-5. Paura e fiducia, come sempre. La paura di vincere di Nole, la fiducia di poter recuperare di Rafa, che ha una palla break. Nole chiede aiuto Lassù con un plateale segno della croce e arriva il match point. Servizio e sventagliata di diritto, terzo Slam consecutivo ad danni di Nadal. Ora Djokovic può davvero puntare al Grande Slam nel 2012.
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