Quasi gemelli. "Il nostro tennis, il mio e quello di Andy, è praticamente uguale. Anche nella strategia. Siamo cresciuti insieme e ci conosciamo benissimo. Rivali da sempre sul campo e ottimi amici fuori dal campo", aveva detto Nole Djokovic venerdì sera dopo la vittoria in semifinale su Juan Monaco. Nelle stesse ore Murray aveva già incassato il forfait di Rafa Nadal per infortunio e stava studiando con il suo coach, Ivan Lendl, come contrastare il numero 1 al mondo nella finale del Sony Ericsson Open.
Quasi gemelli. Entrambi sono nati di venerdì. Dei due, il più giovane (22 maggio 1987) è il serbo, e forse prenderle da uno più giovane faceva più male all'altro quand'erano ancora ragazzi. Poi, per forza di cose, il più vecchio, lo scozzese (15 maggio 1987: esattamente una settimana prima), un po' aveva fatto il callo alle sconfitte, un po' s'era preso delle belle soddisfazioni. Per esempio, aveva vinto tre delle quattro finali che avevano raggiunto insieme in carriera, Miami 2009 (6-2 7-5), Cincinnati 2008 (7-6 7-6) e 2011 (6-4 3-0 ritiro). Il colpo grosso l'aveva però fatto l'altro con lo slam di Melbourne 2011 (6-4 6-2 6-3). Complessivamente, il bilancio won-lost era quasi in equilibrio: il "giovane" Nole a quota 7 vittorie, il "vecchio" Andy fermo a 5.
Da oggi però il serbo prende il largo. Con il successo al Masters 1000 della East Coast (che vale mille punti ATP e seicentomila dollari), incassa l'ottavo successo sul gemello/avversario e smentisce chi lo pronosticava sconfitto dallo scozzese per la quarta volta in una finale sul sintetico americano.
Il risultato del primo set (6-1 per Novak Djokovic in 46 minuti) è in parte bugiardo. Lunghi scambi e prudenza nelle forzature, game sempre consumati ai vantaggi come si conviene quando gli avversari giocano allo stesso modo, uno lo specchio dell'altro, con una predilezione condivisa per l'efficacia della risposta al servizio. Solo l'ultimo game vede il serbo dominare, mentre i due break arrivano alla fine di una serie di vantaggi reciproci.
Nessuna bugia nel secondo set, dove l'equilibrio diventa massimo e si sposta dal gioco al risultato. Nole e Andy mantengono i propri turni di servizio fino al 6 pari, con qualche affanno lo scozzese (mediamente, quando batte lui stanno in campo poco più di 5 minuti), senza mai rischiare il serbo (3 minuti e rotti). Arrivare al tie-break è comunque percorso da quasi un'ora e mezza, durante il quale Murray accelera, sbaglia di più ma riesce anche a piazzare numerosi vincenti. Djokovic perde un po' in lucidità pur rimanendo costante nel giocare lungo e incrociato, non forza, si limita a controllare, forse consapevole che tocca al numero 4 del ranking ATP prendersi i rischi. Come con Ferrer nei quarti e con Monaco in semi, appare a tratti incapace di piazzare i colpi risolutivi. Murray non ne approfitta e, subito dopo, il tie break è quasi una formalità per Nole (7-4)
È stata una delle finali più intense degli ultimi tempi, da cui, pur perdendo, Andy esce confermando d'essere di diritto uno dei Fab Four e di meritare i complimenti del "gemello più giovane", che non è più il caimano affamato della scorsa stagione. Ora il circo varca l'Atlantico. Si ricomincia da Montecarlo, primo dei tornei sulla terra rossa amata da Nadal dove un anno fa Djokovic non lasciò nemmeno le briciole agli avversari. Ma l'anno è cominciato e continua nel segno dell'equilibrio. Per fortuna.
Mail c. giua@kataweb. it
Twitter @claudiogiua
Quasi gemelli. Entrambi sono nati di venerdì. Dei due, il più giovane (22 maggio 1987) è il serbo, e forse prenderle da uno più giovane faceva più male all'altro quand'erano ancora ragazzi. Poi, per forza di cose, il più vecchio, lo scozzese (15 maggio 1987: esattamente una settimana prima), un po' aveva fatto il callo alle sconfitte, un po' s'era preso delle belle soddisfazioni. Per esempio, aveva vinto tre delle quattro finali che avevano raggiunto insieme in carriera, Miami 2009 (6-2 7-5), Cincinnati 2008 (7-6 7-6) e 2011 (6-4 3-0 ritiro). Il colpo grosso l'aveva però fatto l'altro con lo slam di Melbourne 2011 (6-4 6-2 6-3). Complessivamente, il bilancio won-lost era quasi in equilibrio: il "giovane" Nole a quota 7 vittorie, il "vecchio" Andy fermo a 5.
Da oggi però il serbo prende il largo. Con il successo al Masters 1000 della East Coast (che vale mille punti ATP e seicentomila dollari), incassa l'ottavo successo sul gemello/avversario e smentisce chi lo pronosticava sconfitto dallo scozzese per la quarta volta in una finale sul sintetico americano.
Il risultato del primo set (6-1 per Novak Djokovic in 46 minuti) è in parte bugiardo. Lunghi scambi e prudenza nelle forzature, game sempre consumati ai vantaggi come si conviene quando gli avversari giocano allo stesso modo, uno lo specchio dell'altro, con una predilezione condivisa per l'efficacia della risposta al servizio. Solo l'ultimo game vede il serbo dominare, mentre i due break arrivano alla fine di una serie di vantaggi reciproci.
Nessuna bugia nel secondo set, dove l'equilibrio diventa massimo e si sposta dal gioco al risultato. Nole e Andy mantengono i propri turni di servizio fino al 6 pari, con qualche affanno lo scozzese (mediamente, quando batte lui stanno in campo poco più di 5 minuti), senza mai rischiare il serbo (3 minuti e rotti). Arrivare al tie-break è comunque percorso da quasi un'ora e mezza, durante il quale Murray accelera, sbaglia di più ma riesce anche a piazzare numerosi vincenti. Djokovic perde un po' in lucidità pur rimanendo costante nel giocare lungo e incrociato, non forza, si limita a controllare, forse consapevole che tocca al numero 4 del ranking ATP prendersi i rischi. Come con Ferrer nei quarti e con Monaco in semi, appare a tratti incapace di piazzare i colpi risolutivi. Murray non ne approfitta e, subito dopo, il tie break è quasi una formalità per Nole (7-4)
È stata una delle finali più intense degli ultimi tempi, da cui, pur perdendo, Andy esce confermando d'essere di diritto uno dei Fab Four e di meritare i complimenti del "gemello più giovane", che non è più il caimano affamato della scorsa stagione. Ora il circo varca l'Atlantico. Si ricomincia da Montecarlo, primo dei tornei sulla terra rossa amata da Nadal dove un anno fa Djokovic non lasciò nemmeno le briciole agli avversari. Ma l'anno è cominciato e continua nel segno dell'equilibrio. Per fortuna.
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