Replay

Che la terra sia blu o rossa
è tornata l'ora di Roger

2 minuti di lettura
Nella domenica di ping pong mediatico tra Madrid e Roma l'ultima parola è toccata a uno dei due grandi esclusi dalle semifinali spagnole, Novak Djokovic (l'altro, ovviamente, è Rafael Nadal, anch'egli sedicente vittima dell'infida terra sintetica blu come il serbo). Ai giornalisti assiepati nella sala stampa del Foro Italico Nole ha più o meno detto: non ce l'ho con Ion Tiriac (l'ex campione rumeno degli anni '70, ora multimiliardario e patron dell'Open madrileno), la terra blu è completamente diversa dalla rossa, non ci è stato consentito provarla a sufficienza, la fluidità di movimento è la base del nostro sport e su quella superficie non è facile trovare l'equilibrio. In sostanza: mai più esperimenti sulla nostra pelle.

Mentre Nole parlava a Roma, al Masters 1000 di Madrid Mutua Open si contendevano titolo e premio Roger Federer e Tomas Berdych, i due che meglio si sono trovati sul clay anomalo imposto dal vecchio Tiriac. Una finale che non ha davvero deluso. Il ceco domina il primo set senza alcun timore di prendersi tutti i rischi che un avversario come lo svizzero merita. Paga la tensione e lo sforzo nel secondo set, che Federer si porta via grazie al break sul 5 pari. La follia si impadronisce del ceco all'ottavo gioco del terzo set, proprio servizio, 4-3 per Federer. Ecco la sequenza: sotto per 0-40, Berdych recupera con tre ace da manuale e poi infila due doppi falli. Per Roger sembra fatta. Macché. L'uomo di Ostrava mette subito a segno il contro-break. Ma ormai gioca mezzo metro più indietro rispetto a Federer, a cui riesce di nuovo l'impresa del break sul 6-5 esattamente con la stessa sequenza di punti di quattro giochi prima, 0-40, tre ace etc. Il risultato rispecchia appieno l'equilibrio in campo: 3-6 7-5 7-5.

Dalle 19 e 21 di domenica 13 maggio Roger Federer è quindi di nuovo numero 2 al mondo. Per  lui e per le legioni di suoi tifosi, un piccolo sogno realizzato. Uno dei grandi sogni dell'uomo è invece quello d'essere ubiquo, di poter essere contemporaneamente qui e altrove, per godersi tutto o per soddisfare bisogni inconfessabili. Se ti piace il tennis, oggi puoi stare bello comodo al Foro Italico in una poltroncina del Centrale dove Filippo Volandri cerca di passare il primo turno ai danni di Viktor Troicki (non ce la farà) oppure ammaccarti sui gradoni di cemento del Campo 4 a tifare per il sorprendente Marco Cecchinato e, intanto, seguire sull'iPad - grazie a SkyGo - la finale madrilena. Puoi - io c'ho provato - ma dopo un po' non ci capisci più niente. Vedi un passante di rovescio di Filippo e sbirci un ace di Roger, t'entusiasmi per la grinta del nemmeno ventenne Cecchinato e ammiri l'algido coraggio del ceco. Alla fine non riesci a mettere in fila i passaggi determinanti dei diversi match, fai un gran minestrone e ti devi rassegnare: l'ubiquità la lasci ai manager di scuola McKinsey, che ti vorrebbero costringere a "essere multitasking, perché è quello che la crisi pretende".

Così non ho seguito che il primo dei tre set (4-6 6-1 6-2 in due ore e 35 minuti) in cui Marco Cecchinato ha inutilmente tentato di tener testa allo sloveno Blaz Kavcic, da oggi numero 100 ATP. Nelle quali diieri e oggi il palermitano ha mostrato di essere, per maturità e gioco - fantasia, grande mobilità, sangue freddo - una speranza del nostro tennis. Con la buona prestazione romana, entra nei primi quattrocento al mondo. Lo attendiamo ad altre prove.

Ho anche visto due set del match di Paolo Lorenzi, che agli Internazionali si trasforma sempre in un gladiatore: stavolta ha travolto un ex grandissimo, Nikolay Davidenko (6-3 2-6 6-3). Al secondo turno gli toccherà Melzer oppure Gasquet: non è detto che la sua corsa finisca lì.
Mail c. giua@kataweb. it
Twitter @claudiogiua