A me il vento non dà fastidio, forse perché sono cresciuto in un posto della Pianura Padana - cari leghisti, sommersi come siete da latrocinii domestichi e paghette familiari, forse la finirete di chiamarla Padania - dove non soffia quasi mai. Quando ce n'è un po', è un diversivo quasi piacevole. I giocatori di tennis, come David Foster Wallace ha spiegato meglio di tutti, invece odiano il vento, perché sconvolge ogni loro schema. Di certo, li innervosisce. Come dimostra quanto sta accadendo agli Internazionali d Roma, dove la tramontana la fa da padrona da tre giorni, con gravi conseguenze sull'umore e le reazioni di chi sta in campo.
A pezzi, l'ha fatta letteralmente a pezzi: se la sua racchetta fa una fine così, vuol dire che qualcosa non va in Novak Djokovic. Per 55 minuti sbuffa, fatica a concentrarsi, sbaglia tanto dove non sbagliava mai (con il rovescio, per esempio), lancia in alto la palla per il servizio e poi rinuncia perché il vento la sposta, guarda sconsolato all'angolo del suo team. Va invece tutto bene per Juan "Pico" Monaco, numero 15 del ranking ATP. Impone il gioco, non mette mai fuori, è concentrato nei momenti decisivi, ha lucidità e braccio felicissimo. L'argentino porta via così (6-4) per la seconda volta nella vita un set all'attuale numero uno al mondo, che nei precedenti cinque match aveva un record di 12 set a 1, appunto.
Il pubblico romano, che negli ultimi anni è maturato fino a diventare tra i più corretti e competenti del tour (segue gli scambi in religioso silenzio, come non succede né al Roland Garros né a Flushing Meadows), non gradisce il massacro dell'attrezzo di lavoro e fischia all'indirizzo del serbo, peraltro tra i più amati. L'altra sera la nostra tennista più titolata, Francesca Schiavone, aveva fatto altrettanto nella partita persa con la Makarova e s'era sentita in dovere di scusarsi in conferenza stampa: "La racchetta è la mia migliore amica, mi dà da vivere. Non ho dato un buon esempio ai bambini che iniziano a giocare". E sul vento: "Sì, c'era e dava noia. Ma soffiava sia per me sia per la mia avversaria". Rassegnata.
Non so se a Tandil, dove Monaco è nato 28 anni fa, tira vento come al Foro Italico quest'anno (so però che è un posto prolifico in quanto a sportivi: sono di lì Juan Martín del Potro e Mariano Zabaleta, oltre al campione del mondo azzurro Mauro Camoranesi). Certo che anche all'inizio del secondo set Pico gioca imperterrito mentre si alzano vortici di polvere mentre Nole appare sempre più irritato dalle folate, tira calci all'aria, impreca in una delle tante lingue che conosce, chiede continuamente conferme ai suoi coach e preparatori. Va sotto 1-2. Poi però l'argentino perde lo smalto e smette d'essere impeccabile come è stato per i dodici game in cui ha costretto il numero uno ATP a inseguirlo. Arranca prima di cedere di schianto. E' 6-2 per il serbo. Dopo un'ora e 40 minuti finalmente Nole si tranquillizza, torna a scrivere lui la trama della partita anche se continua a sembrare al 70-80 per cento di forma rispetto al giocatore che un anno fa sullo stesso Centrale dominava in lungo e in largo. Chiude il match come si conviene, 6-3 al terzo, e prima di andarsene negli spogliatoi passa due minuti a spolverare con l'asciugamano le sacche, le racchette, perfino la panchina. Compulsivo, a conferma che qualcosa non va.
Resta aperta la questione sul nervosismo collettivo di questi giorni, che certo non può essere solo una forma di meteoropatia: perché molti giocatori sono così tesi? Per le polemiche di Madrid sulla terra sintetica, che ha lasciato inattesi strascichi psicologici (Nadal si presenta in conferenza stampa sempre più cupo)? Per l'irrisolta faccenda del calendario troppo fitto? Per la pressione dovuta al grande equilibrio di vertice sia tra gli uomini che tra le donne? Forse, visto che qualcuno sostiene che il ritiro dal torneo della numero 1 WTA Victoria Azarenka non sia dovuto solo a un problema alla spalla. La bielorussa, battuta ieri sera l'israeliana Peer per 6-1 6-2, dà il via libera verso i quarti alla slovacca Dominika Cibulkova. E si risparmia per Parigi.
Mail [email protected]
Twitter @claudiogiua
A pezzi, l'ha fatta letteralmente a pezzi: se la sua racchetta fa una fine così, vuol dire che qualcosa non va in Novak Djokovic. Per 55 minuti sbuffa, fatica a concentrarsi, sbaglia tanto dove non sbagliava mai (con il rovescio, per esempio), lancia in alto la palla per il servizio e poi rinuncia perché il vento la sposta, guarda sconsolato all'angolo del suo team. Va invece tutto bene per Juan "Pico" Monaco, numero 15 del ranking ATP. Impone il gioco, non mette mai fuori, è concentrato nei momenti decisivi, ha lucidità e braccio felicissimo. L'argentino porta via così (6-4) per la seconda volta nella vita un set all'attuale numero uno al mondo, che nei precedenti cinque match aveva un record di 12 set a 1, appunto.
Il pubblico romano, che negli ultimi anni è maturato fino a diventare tra i più corretti e competenti del tour (segue gli scambi in religioso silenzio, come non succede né al Roland Garros né a Flushing Meadows), non gradisce il massacro dell'attrezzo di lavoro e fischia all'indirizzo del serbo, peraltro tra i più amati. L'altra sera la nostra tennista più titolata, Francesca Schiavone, aveva fatto altrettanto nella partita persa con la Makarova e s'era sentita in dovere di scusarsi in conferenza stampa: "La racchetta è la mia migliore amica, mi dà da vivere. Non ho dato un buon esempio ai bambini che iniziano a giocare". E sul vento: "Sì, c'era e dava noia. Ma soffiava sia per me sia per la mia avversaria". Rassegnata.
Non so se a Tandil, dove Monaco è nato 28 anni fa, tira vento come al Foro Italico quest'anno (so però che è un posto prolifico in quanto a sportivi: sono di lì Juan Martín del Potro e Mariano Zabaleta, oltre al campione del mondo azzurro Mauro Camoranesi). Certo che anche all'inizio del secondo set Pico gioca imperterrito mentre si alzano vortici di polvere mentre Nole appare sempre più irritato dalle folate, tira calci all'aria, impreca in una delle tante lingue che conosce, chiede continuamente conferme ai suoi coach e preparatori. Va sotto 1-2. Poi però l'argentino perde lo smalto e smette d'essere impeccabile come è stato per i dodici game in cui ha costretto il numero uno ATP a inseguirlo. Arranca prima di cedere di schianto. E' 6-2 per il serbo. Dopo un'ora e 40 minuti finalmente Nole si tranquillizza, torna a scrivere lui la trama della partita anche se continua a sembrare al 70-80 per cento di forma rispetto al giocatore che un anno fa sullo stesso Centrale dominava in lungo e in largo. Chiude il match come si conviene, 6-3 al terzo, e prima di andarsene negli spogliatoi passa due minuti a spolverare con l'asciugamano le sacche, le racchette, perfino la panchina. Compulsivo, a conferma che qualcosa non va.
Resta aperta la questione sul nervosismo collettivo di questi giorni, che certo non può essere solo una forma di meteoropatia: perché molti giocatori sono così tesi? Per le polemiche di Madrid sulla terra sintetica, che ha lasciato inattesi strascichi psicologici (Nadal si presenta in conferenza stampa sempre più cupo)? Per l'irrisolta faccenda del calendario troppo fitto? Per la pressione dovuta al grande equilibrio di vertice sia tra gli uomini che tra le donne? Forse, visto che qualcuno sostiene che il ritiro dal torneo della numero 1 WTA Victoria Azarenka non sia dovuto solo a un problema alla spalla. La bielorussa, battuta ieri sera l'israeliana Peer per 6-1 6-2, dà il via libera verso i quarti alla slovacca Dominika Cibulkova. E si risparmia per Parigi.
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