Sette palle break non sfruttate da David Ferrer: così Rafael Nadal conquista il suo primo punto della semifinale pomeridiana degli Internazionali BNL d'Italia. Venti minuti di pallate tra spagnoli per andare un game pari, mentre la sera precedente Roger Federer aveva impiegato un minuto di meno a chiudere sul 6-1 il primo set con Andreas Seppi.
Seconda semifinale. Settimo gioco del primo set tra Federer e Djokovic. Lo svizzero, al servizio, è sotto di un break, ne subisse un secondo vedrebbe compromessa la possibilità di recupero. Anziché contenere i rischi aspettando l'errore del serbo, il numero due al mondo punta alle righe e mette fuori di millimetri. Il serbo accetta la sfida del gioco al limite e la vince. Nemmeno il tempo di fare due conti che il tabellone mostra un 6-2 bugiardo. Lo stesso accade sul 5-4 per Nole -che batte - nel secondo set. Stavolta Roger rischia e non sbaglia nulla: 5 pari. Si va al tie-break. Che il numero uno ATP si prende di forza.
Sta in numeri e confronti come questi la differenza tra il "parco buoi", senza offesa, del circuito e i più forti, sette nella mia aggiornata graduatoria personale non coincidente con la loro classifica ATP, che metto tra parentesi con i rispettivi punti: 1 Djokovic (ATP 1 - 11560 punti), 2 Federer (ATP 2 - 9790 punti), 3 Nadal (3 - 9420), 4 Berdych (7 - 4500), 5 Ferrer (6 - 4640), 6 Murray (4 - 7500), 7 Tsonga (5 - 4965). Tenete conto che nel Ranking Race, che considera i soli risultati dal primo gennaio, la sequenza è diversa sia da quella principale ATP, sia dalla mia: 1 Djokovic, 2 Federer, 3 Nadal, 4 Ferrer, 5 Berdych, 6 Murray, 7 Del Potro (Tsonga è nono, superato anche da Almagro, mentre Seppi è ventunesimo). A questo punto della stagione le certezze sono dunque che Andy Murray sta progressivamente perdendo terreno nei confronti del gruppetto dei battistrada, che Tomas Berdych e Ferrer sono gli incombenti quarti incomodi, che Juan Martin Del Potro ha ancora qualche chance di rientrare tra gli inseguitori.
Dato che i Fab Four non esistono più, faccio una proposta: d'ora in poi parliamo dei Tre Tenori (Gianni Clerici ha già scelto Trinità dei divini). Che, contrariamente a Madrid, nelle semifinali romane sono stati tutti in campo. A prescindere dai risultati che hanno portato in finale Nadal e Federer, mi sembra utile sottoporli a separati check-up alla vigilia del Roland Garros.
Nadal: solido, tranquillo, poco aggressivo. Nel primo set ha dovuto sempre inseguire Ferrer, davvero strepitoso per dodici giochi, ma al tie-break è passato lui, seppure di un soffio. Come da copione. Rafa si conferma un granitico difensore in grado di riprendersi dopo un errore o un break subìto, efficace nel servizio, capace di sfornare con regolarità micidiali lungolinea. Fisicamente recuperato, psicologicamente a posto dopo la pesca d'altura dello scorso week-end a Barcellona con amici e familiari, è nella condizione ideale - non è il favorito d'obbligo - per affrontare serenamente lo Slam francese. L'unico potenziale handicap è la tendenza a non imporre più il proprio gioco, ad adeguarsi all'avversario individuandone pecche e cedimenti e impostando su quelli la strategia vincente. Con Ferrer ha interpretato a modo suo la danza del gatto con il topo, dando l'illusione d'essere in difficoltà quand'era chiaro che invece alla fine ne avrebbe fatto un boccone: 7-6 6-0. Ma un conto è aver di fronte David il valenciano, un conto gli altri due Tenori.
Federer: elegante, forse troppo. Fa fatica, dopo l'allenamento con Andreas Seppi, a ritrovare il {blocked}ing mood che un match con Djokovic pretende. Da vedere, comunque, è da subito sublime. Nessuno, nemmeno i ragazzi con dieci anni di meno, riesce a coprire il campo con la sua leggerezza. Rispetto a Madrid sembra però avere in testa una dimensione del rettangolo rosso un po' falsata, tanti sono gli errori nel primo set. Il secondo è un'altra storia. Roger ha una consapevolezza della relatività che sarebbe piaciuta a Albert Einstein, svizzero per necessità: in un paio d'occasioni dubita di palle non chiamate dai giudici di linea, s'avvicina con nonchalance e se ne va, silenzioso, scuotendo appena la testa. La vita è altro, sembra dirci.
Djokovic: concreto, attento, essenziale. Non punta a stupire ma a colpire. L'esperienza gli sta sottraendo spettacolarità, e al suo posto vedo massima accortezza. Un anno fa di questi tempi Nole era talmente superiore a chiunque da permettersi sperimentazioni stilistiche e agonistiche. Ora è più "normale", ma nella mobilità laterale e nei tempi della risposta al servizio resta unico. Per diciassette giochi fa in modo di non trovarsi mai in serio pericolo e agguanta al primo colpo ogni occasione. Al diciottesimo, sul 5-4 e servizio a favore, è andata come raccontato sopra. Una brevissima parentesi, poi stacca il biglietto per la finale.
Mail c. giua@kataweb. it
Twitter @claudiogiua
Seconda semifinale. Settimo gioco del primo set tra Federer e Djokovic. Lo svizzero, al servizio, è sotto di un break, ne subisse un secondo vedrebbe compromessa la possibilità di recupero. Anziché contenere i rischi aspettando l'errore del serbo, il numero due al mondo punta alle righe e mette fuori di millimetri. Il serbo accetta la sfida del gioco al limite e la vince. Nemmeno il tempo di fare due conti che il tabellone mostra un 6-2 bugiardo. Lo stesso accade sul 5-4 per Nole -che batte - nel secondo set. Stavolta Roger rischia e non sbaglia nulla: 5 pari. Si va al tie-break. Che il numero uno ATP si prende di forza.
Sta in numeri e confronti come questi la differenza tra il "parco buoi", senza offesa, del circuito e i più forti, sette nella mia aggiornata graduatoria personale non coincidente con la loro classifica ATP, che metto tra parentesi con i rispettivi punti: 1 Djokovic (ATP 1 - 11560 punti), 2 Federer (ATP 2 - 9790 punti), 3 Nadal (3 - 9420), 4 Berdych (7 - 4500), 5 Ferrer (6 - 4640), 6 Murray (4 - 7500), 7 Tsonga (5 - 4965). Tenete conto che nel Ranking Race, che considera i soli risultati dal primo gennaio, la sequenza è diversa sia da quella principale ATP, sia dalla mia: 1 Djokovic, 2 Federer, 3 Nadal, 4 Ferrer, 5 Berdych, 6 Murray, 7 Del Potro (Tsonga è nono, superato anche da Almagro, mentre Seppi è ventunesimo). A questo punto della stagione le certezze sono dunque che Andy Murray sta progressivamente perdendo terreno nei confronti del gruppetto dei battistrada, che Tomas Berdych e Ferrer sono gli incombenti quarti incomodi, che Juan Martin Del Potro ha ancora qualche chance di rientrare tra gli inseguitori.
Dato che i Fab Four non esistono più, faccio una proposta: d'ora in poi parliamo dei Tre Tenori (Gianni Clerici ha già scelto Trinità dei divini). Che, contrariamente a Madrid, nelle semifinali romane sono stati tutti in campo. A prescindere dai risultati che hanno portato in finale Nadal e Federer, mi sembra utile sottoporli a separati check-up alla vigilia del Roland Garros.
Nadal: solido, tranquillo, poco aggressivo. Nel primo set ha dovuto sempre inseguire Ferrer, davvero strepitoso per dodici giochi, ma al tie-break è passato lui, seppure di un soffio. Come da copione. Rafa si conferma un granitico difensore in grado di riprendersi dopo un errore o un break subìto, efficace nel servizio, capace di sfornare con regolarità micidiali lungolinea. Fisicamente recuperato, psicologicamente a posto dopo la pesca d'altura dello scorso week-end a Barcellona con amici e familiari, è nella condizione ideale - non è il favorito d'obbligo - per affrontare serenamente lo Slam francese. L'unico potenziale handicap è la tendenza a non imporre più il proprio gioco, ad adeguarsi all'avversario individuandone pecche e cedimenti e impostando su quelli la strategia vincente. Con Ferrer ha interpretato a modo suo la danza del gatto con il topo, dando l'illusione d'essere in difficoltà quand'era chiaro che invece alla fine ne avrebbe fatto un boccone: 7-6 6-0. Ma un conto è aver di fronte David il valenciano, un conto gli altri due Tenori.
Federer: elegante, forse troppo. Fa fatica, dopo l'allenamento con Andreas Seppi, a ritrovare il {blocked}ing mood che un match con Djokovic pretende. Da vedere, comunque, è da subito sublime. Nessuno, nemmeno i ragazzi con dieci anni di meno, riesce a coprire il campo con la sua leggerezza. Rispetto a Madrid sembra però avere in testa una dimensione del rettangolo rosso un po' falsata, tanti sono gli errori nel primo set. Il secondo è un'altra storia. Roger ha una consapevolezza della relatività che sarebbe piaciuta a Albert Einstein, svizzero per necessità: in un paio d'occasioni dubita di palle non chiamate dai giudici di linea, s'avvicina con nonchalance e se ne va, silenzioso, scuotendo appena la testa. La vita è altro, sembra dirci.
Djokovic: concreto, attento, essenziale. Non punta a stupire ma a colpire. L'esperienza gli sta sottraendo spettacolarità, e al suo posto vedo massima accortezza. Un anno fa di questi tempi Nole era talmente superiore a chiunque da permettersi sperimentazioni stilistiche e agonistiche. Ora è più "normale", ma nella mobilità laterale e nei tempi della risposta al servizio resta unico. Per diciassette giochi fa in modo di non trovarsi mai in serio pericolo e agguanta al primo colpo ogni occasione. Al diciottesimo, sul 5-4 e servizio a favore, è andata come raccontato sopra. Una brevissima parentesi, poi stacca il biglietto per la finale.
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