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Senza soffrire e vincere
lo sport è soltanto noia

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Un film già visto. Bellissimo, comunque. L'americano è sempre lui, "Long John" Isner, il francese di turno è Paul-Henry Mathieu non Nicolas Mahut come due anni fa a Wimbledon. Allora, nei tre giorni del match più lungo della storia, l'americano prevalse al quinto set per 70-68. Da allora il ragazzone di Greensboro ne ha fatta di strada, fino a diventare il decimo del ranking ATP.

Mathieu, 30 anni, l'anno scorso non ha  giocato per una serie di gravi infortuni; nel 2008, di questi tempi, era il numero 12 al mondo. Ha sofferto molto prima di rientrare nel giro e ora, dopo alcuni buoni tornei, è lontano lontano, sul gradino 261 della classifica ATP. Al Roland Garros ha ottenuto una wild card della federazione francese ma, almeno sulla carta, la sua corsa si sarebbe dovuta fermare al secondo turno, boccone non indigesto per un Isner in recente grande spolvero. Invece i primi quattro set sono stati molto equilibrati: 7-6 4-6 4-6 6-3, con entrambi che si prendono 21 giochi. La partita e il quinto set in particolare sono diventati poco a poco lo psicodramma del gigante yankee dal servizio devastante e del braccio buono di Strasburgo che mette la palla dove vuole. Dei due, è stato Mathieu ad avere più palle break (anche tre nello stesso game), ma Isner è sempre riuscito a recuperare. Fino al trentaquattresimo game, quando il francese chiude 18-16. La faccia sofferente e felice di Mathieu sarebbe da mostrare nelle scuole tennis.

Con il divertimento e l'agonismo, la sofferenza è componente irrinunciabile di ogni sport. Più degli individuali che di quelli a squadre, direi. Nel lontano passato la sofferenza dei maratoneti e dei ciclisti s'è spesso trasformata in leggenda. Quella dei pugili in dramma. Il tennis si esalta nella sofferenza delle sfide continue, giorno dopo giorno, torneo dopo torneo, del giocatore che non ritrova più sè stesso, del favorito abbattuto da un improvviso guaio fisico, dell'outsider che riesce nell'impresa impossibile grazie a una forza di volontà scovata chissà dove. Era già accaduto, prima di Isner-Mathieu, quando in mattinata sul 4-0 del primo set sul campo principale dell'Open di Francia, il Chatrier, s'era capito che davvero qualcosa non girava e anch'io m'ero chiesto: "Chi glielo fa fare ad Andy Murray d'andare avanti?". Le gambe non lo reggevano, le palle corte e quelle piazzate sulle righe da Jarkko Nieminem, 31 anni, 48 nel ranking ATP, dovevano sembrargli tanto irraggiungibili da non meritare nemmeno l'accenno di uno scatto. A un certo punto m'era sembrato che stesse per gettare la spugna. Invece no: l'asciugamano con i colori verde e rosso del Roland Garros finiva sì a terra, ma solo per far stendere lo scozzese numero 4 al mondo, bisognoso quant'altri mai dell'intervento del fisioterapista per lenire il micidiale mal di schiena che lo tormenta da Monte Carlo. Gli esperti di lettura delle labbra giurano che Andy avrebbe detto: "Non riesco a muovermi". Brutta faccenda, visto che prima dell'incontro gli avevano fatto alcune iniezioni di cortisone per consentirgli di affrontare il match.

Una scena non infrequente. Il campione in difficoltà, l'avversario che faceva i calcoli su chi gli sarebbe toccato al turno successivo, sicuro che Murray si sarebbe ritirato a minuti. Io, invece, cercavo di ragionare sull'effetto che un addio così anticipato allo slam francese avrebbe significato per il prosieguo della stagione del più forte e amato tennista britannico: un disastro. Intanto il fisoterapista ci dava sotto e sussurrava qualcosa al ragazzone, forse la rassicurazione che la sola terapia era quella di scaldare i muscoli e attendere l'azione dell'antidolorifico.

Dopo la lunga sosta, Murray sembrava all'ignorante osservatore esattamente come dieci minuti prima: rigido, immobile, in grado solo di buoni rovesci di rimessa, con un servizio - forse il suo colpo decisivo - che viaggiava a 140 chilometri l'ora anziché ai soliti 210. Nieminen, invece, appariva del'età che ha e che non dimostra (nel senso che gli daresti quarant'anni almeno). Il primo set si chiudeva 6-1 per il finlandese e faceva presagire un anticipato rientro di entrambi negli spogliatoi. Stesso copione nel secondo set, con Nieminem che approfittava della situazione per portarsi sul 4-2 e Andy che però ritrovava un minimo di mobilità.

Improvvisamente la partita girava. Le palle di servizio di Murray erano tornate a superare i 170 l'ora, la schiena s'era raddrizzata, il campo ritrovava una geometria a lui familiare. Il finlandese, invece, cominciava a sbagliare (in tutto, 51 errori), a mettere a rete, a non capire se quello che aveva di fronte era un numero 4 acciaccato (come le smorfie di dolore di Murray lasciavano intendere) o un azzoppato che stava tornando a giocare da numero 4 (a questo facevano pensare le sempre più frequenti discese a rete dello scozzese). Nell'incertezza, metteva dall'altra arte della rete palle senza peso su cui Andy andava a nozze. Finiva con Nieminem quasi in preda a una crisi di nervi e lo scozzese rinfrancato da un risultato ottenuto contrastando nel modo migliore la sofferenza.

Sofferenza anche nel secondo giorno del lungo match tra Fabio Fognini e Viktor Troicki e nel bel match tra Francesca Schiavone e la bulgara Tsvetana Pironkova. Entrambi hanno temuto di non farcela, entrambi andranno avanti nel torneo. Per la loro e la nostra soddisfazione.
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