Se, al primo game, percepisci che l'incertezza è massima, vuol dire che sarà una bella partita. E così è stato per entrambe le semifinali di Wimbledon. Ci siamo divertiti. Tanto da rendere quasi marginali i risultati finali. Scriveva ieri Ubaldo Scanagatta: "Quando gli equilibri sono così ravvicinati, tutto dipende - più che da effettive supremazie di questo su quello - dal piede con cui ciascuno scende dal letto. Dalla giornata di vena, o di luna se preferite". Oggi il piede, la vena e la luna migliori sono stati quelli di Roger Federer e di Andy Murray, che domenica si contenderanno l'orribile trofeo d'argento degli Championships e il milione e passa di sterline che va al vincitore. A Londra e in tutte le isole britanniche la tensione è senza precedenti a memoria d'uomo, visto che l'ultimo suddito di Sua Maestà a vincere una finale sull'erba era stato nel 1936 Fred Perry - più noto in seguito per le polo similLacoste - che in quell'anno ottenne il suo terzo titolo consecutivo.
Tra Djokovic e Federer, comunque, alla vigilia non c'erano dubbi, almeno per me: il favorito era il numero 1 ATP, che in tutto il torneo aveva lasciato solo un set a un avversario (Stepanek, terzo turno, 4-6 6-2 6-2 6-2). Federer ne aveva invece persi tre, due con Bennetau al terzo turno e uno con Malisse al quarto. Con il belga era stata partita vera, con il primo set ripreso per la collottola al tie break e il terzo ceduto malamente (7-6 6-1 4-6 6-3). Soprattutto, contro lo svizzero testimoniavano i recenti testa-a-testa, con risultati negativi in sei delle sette partite delle ultime due stagioni, sempre in semifinale esclusa Dubai, finale 2011. L'ultimo successo di Roger, peraltro splendido, era stato l'anno scorso a Parigi (7-6 6-3 3-6 7-6). Il più recente match, ancora a Parigi un mese fa, s'era invece concluso con una severa lezione: 6-4 7-5 6-3 per il serbo.
Il prato londinese ha invece stabilito che il numero 2 (chi dei due?, visto che, se vincesse domenica, lo scettro passerebbe a Roger) e il numero 1 sono divisi da un nulla. E quel nulla è a favore dello svizzero. Perfino sulla lunga distanza, che dovrebbe penalizzarlo, il "vecchio" Federer è in questo momento il più forte. Punto.
Primo set. Come talvolta gli accade, Nole fatica a ingranare e concede il break al sesto game, che Federer si guadagna grazie al ricorso intensivo al lungolinea estremo. Finisce 6-3. Secondo set allo specchio, con il serbo che cerca lo scambio prolungato da fondo, mentre Federer entra in campo per chiudere in fretta. Il break per Nole è in apertura, poi si vola via rapidamente, con il 6-3 a suo favore dopo 54 minuti di gioco complessivi.
La chiave della partita - che in tutto durerà due ore e 19 minuti - è la velocità, come Roger aveva annunciato. Di grande intensità il terzo set. Federer rischia di subire un break sul 4 pari e si salva con un servizio centrale che Djokovic non controlla. Poi è lui a breakkare, dopo aver conquistato due palle del set: sulla seconda, comanda il gioco, scende a rete e chiude con lo smash: 6-4. È la svolta. Il quarto set è di straordinaria rapidità, con Federer che va sul 3-0 e poi tiene alto il ritmo. Finisce in crescendo sul 6-3, dimostrando di avere nelle gambe e nella testa, a quasi 31 anni, quel che serve per riprendersi la testa del ranking.
La seconda semifinale è il trionfo dell'orgoglio britannico, con il pubblico della Centre Court e quello della nazione che sostengono e sospingono Andy verso la finale attesa da 74 anni (Bunny Austin 1938, sconfitto da Don Budge). Lo scozzese, 25 anni, testa di serie numero 4, in piena trance nazional-agonistica domina i primi due set (6-3 6-4). Sbaglia pochissimo: nel secondo set si contano dieci suoi vincenti e un errore gratuito, contro undici vincenti ma altrettanti gratuiti di Jo-Wilfried Tsonga, numero 4 del seed.
L'incantesimo si spezza nel terzo set. Il poderoso ragazzone francese d'origine congolese - quasi 27 anni, alto 1.88 per 91 chili - parte a razzo e va sul 3-0. Improvvisamente, il segno del match cambia, con Murray falloso e Tsonga che alterna colpi tanto potenti quanto precisi a servizi molto efficaci. In breve si issa sul 6-3, mentre l'elegante ma soverchiante tifo inglese s'acquieta.
Quarto set da manuale. Murray sembra involarsi, Tsonga l'insegue e lo riagguanta, equilibrio perfetto fino al 5 pari quando lo scozzese si prende il suo servizio grazie agli errori dell'avversario e va a rispondere per andare a domenica. E ci riesce, conquistando due match point e sfruttando il primo. 7-5. L'impresa di Andy realizza il sogno di un paese intero.
Tra 48 ore nel palmares di Federer le vittorie a Wimbledon potrebbero diventare sette, le stesse di Sampras. E così da lunedì sarebbe lui il numero uno al mondo (i miei conti di due giorni fa erano sbagliati a suo danno: ma erano fatti su un pezzo di carta). E, nel caso, Roger supererebbe anche l'antico record di Pete di permanenza, con 286 settimane, alla testa del ranking ATP. Ma il più emozionato sulla Centre Court sarà Andy, chiamato alla partita della vita.
Solite due righe finali sugli altri match che ci riguardano. E' come se Flavia Pennetta e Francesca Schiavone, trentenni che come Roger non mollano mai, avessero deciso che non è il caso di lasciare campo libero a Sara Errani e Roberta Vinci, già date come favorite in coppia alle Olimpiadi, su questi stessi campi a brevissimo. Opposte in semifinale alle ceche Andrea Hlavackova e Lucie Hradecka - che avevano eliminato proprio le altre due italiane - le nostre più blasonate tenniste hanno lottato fino al terzo set, poi si sono arrese (6-2 3-6 4-6). Comunque, un bel torneo, il loro. La testa di serie numero uno del torneo junior, già vincitore lo scorso anno, l'australiano Luke Saville, ha infine fermato in semifinale la corsa di Gianluigi Quinzi (6-3 6-4). Peccato, ma va benissimo così: il ragazzo c'è, sta facendo i passi giusti per crescere.
Mail [email protected]
Twitter @claudiogiua
Tra Djokovic e Federer, comunque, alla vigilia non c'erano dubbi, almeno per me: il favorito era il numero 1 ATP, che in tutto il torneo aveva lasciato solo un set a un avversario (Stepanek, terzo turno, 4-6 6-2 6-2 6-2). Federer ne aveva invece persi tre, due con Bennetau al terzo turno e uno con Malisse al quarto. Con il belga era stata partita vera, con il primo set ripreso per la collottola al tie break e il terzo ceduto malamente (7-6 6-1 4-6 6-3). Soprattutto, contro lo svizzero testimoniavano i recenti testa-a-testa, con risultati negativi in sei delle sette partite delle ultime due stagioni, sempre in semifinale esclusa Dubai, finale 2011. L'ultimo successo di Roger, peraltro splendido, era stato l'anno scorso a Parigi (7-6 6-3 3-6 7-6). Il più recente match, ancora a Parigi un mese fa, s'era invece concluso con una severa lezione: 6-4 7-5 6-3 per il serbo.
Il prato londinese ha invece stabilito che il numero 2 (chi dei due?, visto che, se vincesse domenica, lo scettro passerebbe a Roger) e il numero 1 sono divisi da un nulla. E quel nulla è a favore dello svizzero. Perfino sulla lunga distanza, che dovrebbe penalizzarlo, il "vecchio" Federer è in questo momento il più forte. Punto.
Primo set. Come talvolta gli accade, Nole fatica a ingranare e concede il break al sesto game, che Federer si guadagna grazie al ricorso intensivo al lungolinea estremo. Finisce 6-3. Secondo set allo specchio, con il serbo che cerca lo scambio prolungato da fondo, mentre Federer entra in campo per chiudere in fretta. Il break per Nole è in apertura, poi si vola via rapidamente, con il 6-3 a suo favore dopo 54 minuti di gioco complessivi.
La chiave della partita - che in tutto durerà due ore e 19 minuti - è la velocità, come Roger aveva annunciato. Di grande intensità il terzo set. Federer rischia di subire un break sul 4 pari e si salva con un servizio centrale che Djokovic non controlla. Poi è lui a breakkare, dopo aver conquistato due palle del set: sulla seconda, comanda il gioco, scende a rete e chiude con lo smash: 6-4. È la svolta. Il quarto set è di straordinaria rapidità, con Federer che va sul 3-0 e poi tiene alto il ritmo. Finisce in crescendo sul 6-3, dimostrando di avere nelle gambe e nella testa, a quasi 31 anni, quel che serve per riprendersi la testa del ranking.
La seconda semifinale è il trionfo dell'orgoglio britannico, con il pubblico della Centre Court e quello della nazione che sostengono e sospingono Andy verso la finale attesa da 74 anni (Bunny Austin 1938, sconfitto da Don Budge). Lo scozzese, 25 anni, testa di serie numero 4, in piena trance nazional-agonistica domina i primi due set (6-3 6-4). Sbaglia pochissimo: nel secondo set si contano dieci suoi vincenti e un errore gratuito, contro undici vincenti ma altrettanti gratuiti di Jo-Wilfried Tsonga, numero 4 del seed.
L'incantesimo si spezza nel terzo set. Il poderoso ragazzone francese d'origine congolese - quasi 27 anni, alto 1.88 per 91 chili - parte a razzo e va sul 3-0. Improvvisamente, il segno del match cambia, con Murray falloso e Tsonga che alterna colpi tanto potenti quanto precisi a servizi molto efficaci. In breve si issa sul 6-3, mentre l'elegante ma soverchiante tifo inglese s'acquieta.
Quarto set da manuale. Murray sembra involarsi, Tsonga l'insegue e lo riagguanta, equilibrio perfetto fino al 5 pari quando lo scozzese si prende il suo servizio grazie agli errori dell'avversario e va a rispondere per andare a domenica. E ci riesce, conquistando due match point e sfruttando il primo. 7-5. L'impresa di Andy realizza il sogno di un paese intero.
Tra 48 ore nel palmares di Federer le vittorie a Wimbledon potrebbero diventare sette, le stesse di Sampras. E così da lunedì sarebbe lui il numero uno al mondo (i miei conti di due giorni fa erano sbagliati a suo danno: ma erano fatti su un pezzo di carta). E, nel caso, Roger supererebbe anche l'antico record di Pete di permanenza, con 286 settimane, alla testa del ranking ATP. Ma il più emozionato sulla Centre Court sarà Andy, chiamato alla partita della vita.
Solite due righe finali sugli altri match che ci riguardano. E' come se Flavia Pennetta e Francesca Schiavone, trentenni che come Roger non mollano mai, avessero deciso che non è il caso di lasciare campo libero a Sara Errani e Roberta Vinci, già date come favorite in coppia alle Olimpiadi, su questi stessi campi a brevissimo. Opposte in semifinale alle ceche Andrea Hlavackova e Lucie Hradecka - che avevano eliminato proprio le altre due italiane - le nostre più blasonate tenniste hanno lottato fino al terzo set, poi si sono arrese (6-2 3-6 4-6). Comunque, un bel torneo, il loro. La testa di serie numero uno del torneo junior, già vincitore lo scorso anno, l'australiano Luke Saville, ha infine fermato in semifinale la corsa di Gianluigi Quinzi (6-3 6-4). Peccato, ma va benissimo così: il ragazzo c'è, sta facendo i passi giusti per crescere.
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