E' l'ora dei trentenni
(ma quanta fatica...)
Come dev'essere scendere in campo sapendo che tutti, ma proprio tutti pensano (e forse sperano) che il tuo avversario vincerà in quattro e quattr'otto? Se sei dei pochi che si esaltano quando il confronto è impari, va bene. Altrimenti, sono guai. Agnieszka Radwanska, alla sua prima finale in uno slam, che è tra l'altro "lo slam" per definizione, è tra quei pochi. Beata lei.
D'altra parte, la beniamina del pubblico della Central Court all'ultimo atto dei Championships 2012 non poteva che essere Serena Williams, qui alla sua settima finale di cui quattro vinte, l'appuntamento da lei più atteso dall'aggressione della Grande Sfortuna subita tra il 2010 e il 2011, dopo la sua ultima vittoria a Wimbledon: prima si era ferita un piede con una scheggia di vetro in un ristorante di Monaco, poi era stata ricoverata d'urgenza a Los Angeles per un coagulo di sangue che le aveva bloccato le arterie polmonari.
Il primo set ha dato ragione a pubblico …
D'altra parte, la beniamina del pubblico della Central Court all'ultimo atto dei Championships 2012 non poteva che essere Serena Williams, qui alla sua settima finale di cui quattro vinte, l'appuntamento da lei più atteso dall'aggressione della Grande Sfortuna subita tra il 2010 e il 2011, dopo la sua ultima vittoria a Wimbledon: prima si era ferita un piede con una scheggia di vetro in un ristorante di Monaco, poi era stata ricoverata d'urgenza a Los Angeles per un coagulo di sangue che le aveva bloccato le arterie polmonari.
Il primo set ha dato ragione a pubblico …
Come dev'essere scendere in campo sapendo che tutti, ma proprio tutti pensano (e forse sperano) che il tuo avversario vincerà in quattro e quattr'otto? Se sei dei pochi che si esaltano quando il confronto è impari, va bene. Altrimenti, sono guai. Agnieszka Radwanska, alla sua prima finale in uno slam, che è tra l'altro "lo slam" per definizione, è tra quei pochi. Beata lei.
D'altra parte, la beniamina del pubblico della Central Court all'ultimo atto dei Championships 2012 non poteva che essere Serena Williams, qui alla sua settima finale di cui quattro vinte, l'appuntamento da lei più atteso dall'aggressione della Grande Sfortuna subita tra il 2010 e il 2011, dopo la sua ultima vittoria a Wimbledon: prima si era ferita un piede con una scheggia di vetro in un ristorante di Monaco, poi era stata ricoverata d'urgenza a Los Angeles per un coagulo di sangue che le aveva bloccato le arterie polmonari.
Il primo set ha dato ragione a pubblico e bookmaker. Serena, pur senza forzare e accettando scambi di media durata, va in pochi minuti sul 5-0. In questo momento tra le due c'è una differenza di qualità, potenza e velocità che non è nemmeno inversamente proporzionale alle rispettive posizioni nel ranking WTA pre-Wimbledon (3 Radwanska, 6 Serena): vale - si direbbe - 20 scalini almeno. Il servizio di Serena è incomparabilmente più efficace di quello di Agnieszka. Il sesto game vede la polacca riaversi dallo shock, recuperare lo svantaggio di due set point, piazzare un paio di eccellenti servizi vincenti, prendersi l'unico gioco del primo set. È infatti una parentesi: mentre comincia a piovere, Williams chiude d'autorità sul proprio servizio. L'arbitro manda le giocatrici negli spogliatoi, cambia idea, le richiama in campo dopo quindici minuti. Si ricomincia.
La sosta forzata favorisce la polacca, che si conquista senza fatica il primo gioco. Poi Serena riprende a smistare palle profonde a destra e a sinistra, arrivando con tempismo sui colpi di rimessa di Agnieszka. Impressiona soprattutto la capacità dell'americana di posizionarsi su ogni colpo, alzando raramente i piedi da terra e quindi imprimendo alla palla potenza e precisione. Fa il break, il match sembra segnato. Tuttavia c'è più equilibrio, Serena lascia che la polacca faccia vedere qualche sprazzo di classe - che non le manca - in particolare quando gli scambi diventano più lunghi. Si ha la sensazione che Serena non abbia più il controllo totale della partita. Radwanska è mobilissima e si difende con notevole efficacia. E' però il clamoroso errore di un giudice di linea che chiama fuori una palla dell'americana dentro di cinque centimetri a consentirle di portarsi sul 4 pari.
È un'altra partita, adesso. Agnieszka arriva a prendersi il proprio servizio a zero e a condurre per 6-5. E' l'arma del servizio, di solito, a salvare Serena: invece è quella che le manca nel momento decisivo e la Radwanska si prende così il secondo set. Il pubblico si divide: il fascino dell'underdog, della sfavorita che può farcela, ora buca il muro pro-Williams.
C'è una curiosa inversione dei ruoli, che nessuno si aspettava. Quei venti scalini di gap qualitativo che, solo un'ora prima, sembravano insuperabili sono scomparsi. All'inizio del terzo set quanti - non molti - hanno osato puntare qualche sterlina su Agnieszka cominciano a sperare davvero nel colpaccio. La sorella minore delle più forti tenniste d'inizio millennio non ha più le gambe che servirebbero per stare al ritmo della giovane polacca. Che ora comanda gli scambi.
Serena capisce che il sogno della conquista del quattordicesimo slam in carriera sta andando a pezzi. Stringe i denti, forse le sovviene che lei, classe 1981, può essere la prima ultratrentenne a vincere a Wimbledon dal 1990, quando il trofeo d'argento andò a Martina Navratilova, che di anni ne aveva 33. Ottiene il break sul 2 pari, va a servire sapendo di non avere più margini d'errore. Risale in cattedra, ritrova la grinta, sfrutta con una deliziosa smorzata l'ultima di quattro palle di break. Va sul 5-2. E vince. Il piatto d'argento, il quinto, è suo. Adesso può andare a giocarsi anche la finale di doppio, con la sorella Venus.
Mail c.giua@kataweb.it
Twitter @claudiogiua
D'altra parte, la beniamina del pubblico della Central Court all'ultimo atto dei Championships 2012 non poteva che essere Serena Williams, qui alla sua settima finale di cui quattro vinte, l'appuntamento da lei più atteso dall'aggressione della Grande Sfortuna subita tra il 2010 e il 2011, dopo la sua ultima vittoria a Wimbledon: prima si era ferita un piede con una scheggia di vetro in un ristorante di Monaco, poi era stata ricoverata d'urgenza a Los Angeles per un coagulo di sangue che le aveva bloccato le arterie polmonari.
Il primo set ha dato ragione a pubblico e bookmaker. Serena, pur senza forzare e accettando scambi di media durata, va in pochi minuti sul 5-0. In questo momento tra le due c'è una differenza di qualità, potenza e velocità che non è nemmeno inversamente proporzionale alle rispettive posizioni nel ranking WTA pre-Wimbledon (3 Radwanska, 6 Serena): vale - si direbbe - 20 scalini almeno. Il servizio di Serena è incomparabilmente più efficace di quello di Agnieszka. Il sesto game vede la polacca riaversi dallo shock, recuperare lo svantaggio di due set point, piazzare un paio di eccellenti servizi vincenti, prendersi l'unico gioco del primo set. È infatti una parentesi: mentre comincia a piovere, Williams chiude d'autorità sul proprio servizio. L'arbitro manda le giocatrici negli spogliatoi, cambia idea, le richiama in campo dopo quindici minuti. Si ricomincia.
La sosta forzata favorisce la polacca, che si conquista senza fatica il primo gioco. Poi Serena riprende a smistare palle profonde a destra e a sinistra, arrivando con tempismo sui colpi di rimessa di Agnieszka. Impressiona soprattutto la capacità dell'americana di posizionarsi su ogni colpo, alzando raramente i piedi da terra e quindi imprimendo alla palla potenza e precisione. Fa il break, il match sembra segnato. Tuttavia c'è più equilibrio, Serena lascia che la polacca faccia vedere qualche sprazzo di classe - che non le manca - in particolare quando gli scambi diventano più lunghi. Si ha la sensazione che Serena non abbia più il controllo totale della partita. Radwanska è mobilissima e si difende con notevole efficacia. E' però il clamoroso errore di un giudice di linea che chiama fuori una palla dell'americana dentro di cinque centimetri a consentirle di portarsi sul 4 pari.
È un'altra partita, adesso. Agnieszka arriva a prendersi il proprio servizio a zero e a condurre per 6-5. E' l'arma del servizio, di solito, a salvare Serena: invece è quella che le manca nel momento decisivo e la Radwanska si prende così il secondo set. Il pubblico si divide: il fascino dell'underdog, della sfavorita che può farcela, ora buca il muro pro-Williams.
C'è una curiosa inversione dei ruoli, che nessuno si aspettava. Quei venti scalini di gap qualitativo che, solo un'ora prima, sembravano insuperabili sono scomparsi. All'inizio del terzo set quanti - non molti - hanno osato puntare qualche sterlina su Agnieszka cominciano a sperare davvero nel colpaccio. La sorella minore delle più forti tenniste d'inizio millennio non ha più le gambe che servirebbero per stare al ritmo della giovane polacca. Che ora comanda gli scambi.
Serena capisce che il sogno della conquista del quattordicesimo slam in carriera sta andando a pezzi. Stringe i denti, forse le sovviene che lei, classe 1981, può essere la prima ultratrentenne a vincere a Wimbledon dal 1990, quando il trofeo d'argento andò a Martina Navratilova, che di anni ne aveva 33. Ottiene il break sul 2 pari, va a servire sapendo di non avere più margini d'errore. Risale in cattedra, ritrova la grinta, sfrutta con una deliziosa smorzata l'ultima di quattro palle di break. Va sul 5-2. E vince. Il piatto d'argento, il quinto, è suo. Adesso può andare a giocarsi anche la finale di doppio, con la sorella Venus.
Mail c.giua@kataweb.it
Twitter @claudiogiua