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La sfida di Wimbledon
era anche tra i coach

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Ogni finale di slam ha molte ottime ragioni per ritenersi speciale. Ma questa di Wimbledon 2012 ne aveva di più. Anzitutto era Federer vs. Murray, il Genio contro l'eroe di Sant'Andrea, patrono della Scozia. Poi, Andy voleva/doveva essere il primo suddito di Her Majesty da 76 anni in qua a prevalere negli Championships mentre per Federer era l'occasione, forse irripetibile, di tornare numero 1 al mondo e diventare recordman di permanenza alla cima del ranking ATP. Motivazioni forti.

Se avete visto la sfida dell'anno in tv, vi siete fatti una vostra opinione su quale fosse la più forte. Altrimenti, potete leggere altrove la cronaca, perché non racconterò che pochi particolari del match, che è stato teso, spettacolare, incerto, divertente, per alcuni versi drammatico, brillante, molto tattico. Uno spot pubblicitario del tennis migliore. Il primo set ha visto prevalere di un soffio (4-6 in 57 minuti) lo scozzese, partito con più grinta dello svizzero. Nel secondo set (7-5 per Federer in 54 minuti) va isolato l'ultimo game, con il tocco vincente di rovescio sottorete del ritrovato leader della classifica mondiale: un colpo da andarsi a vedere e rivedere su YouTube. Il terzo set (6-3 per lo svizzero in 49 minuti più 40 di stop) è stato segnato dalla sosta per l'esasperante chiusura del tetto della Centre Court dopo il puntuale arrivo della pioggia, che ha consentito a Federer di riposarsi e al campo di asciugare ma non troppo. Il game decisivo è stato il sesto, servizio di Murray, durato 20 minuti e chiuso da Federer alla settima palla di break. Il quarto set s'è sbloccato al quinto gioco, ancora servizio di Murray, chiuso da un bellissimo rovescio incrociato di Federer sul 30-40. Roger s'è poi limitato a contenere la sfuriata di Andy ed è andato a servire per il titolo sul 5-4. In testa, forse gli incubi di recenti match già in tasca e poi persi, ma Andy ha buttato fuori al secondo match point contro. Finita.

È stata anche la sfida dei due coach, Paul Annacone per Federer, Ivan Lendl per Murray. Entrambi sono entrati nei team dei finalisti in tempi recenti, nell'agosto 2010 il primo, lo scorso San Silvestro il ceco-americano ex numero 1 al mondo. Due storie molto diverse. Annacone, classe 1963, già allenatore di Pete Sampras e Tim Henman, è stato giocatore da quarti di finale a Wimbledon nel 1984, numero 12 della classifica ATP l'anno successivo. Eccellente doppista, ha vinto gli Australian Open nel 1985 ed è stato finalista a Flushing Meadows nel 1990. Tre anni dopo aver lasciato il circuito prof, nel 1995 è diventato coach di Pete Sampras, di fatto seguendolo fino al termine della carriera. Poi ha lavorato per Tin Henman, il più forte britannico dell'era pre-Murray. Federer l'ha assunto dopo aver fatto a meno per sette anni di un coach a tempo pieno, mentre negli anni della scalata al vertice del tennis aveva avuto accanto lo svedese Peter Lundgren e successivamente erano stati suoi collaboratori part-time Darren Cahill, Jose Higueras e Tony Roche. All'inizio di quest'anno Paul aveva stupito con una dichiarazione molto esplicita: "Ho delle buone sensazioni. Roger è consapevole di quello che è in grado di fare. Tornare a vincere uno Slam significherebbe molto. Non so dire però cosa preferisca tra Olimpiadi e Slam. In ogni caso credo che tornerà numero 1". Aveva ragione. Io, povero dilettante, avevo scommesso con un amico che non ci sarebbe riuscito. Invece Annaccone ha portato a livelli straordinari il gioco e la capacità di concentrazione del suo assistito sia nella seconda parte del 2011, sia adesso, nel mese di Wimbledon raddoppiato, slam più iride. L'ha ammesso anche Roger mentre commentava il suo settimo titolo a Wimbledon, tanti quanti Sampras: "Non giocavo così bene da tempo". Indirettamente, un gigantesco thank you a Paul.

Lo sconfitto di oggi, Ivan Lendl, 52 anni, è stato uno dei più grandi campioni della storia del tennis, con otto vittorie negli slam su diciannove finali disputate tra il 1981 e il 1991, 94 tornei ATP vinti in carriera, 270 settimane da numero 1 del mondo: solo Federer, sicuro nuovo recordman con almeno 289, e Sampras, 286, hanno fatto di meglio. Lasciato il tennis nel 1994 e ottenuta la cittadinanza americana, s'è dedicato a tempo pieno al golf. Per anni ha inutilmente sperato di trasformare una delle cinque figlie in una campionessa di buche, green e ferro 5. Forse deluso da questo fallimento (abituato com'era a raggiungere ogni obiettivo), nel 2010 è tornato sui campi da tennis per incontri tra campioni veterani, a cominciare da Wilander e McEnroe, che contrariamente a lui non sono mai usciti dal giro tennistico. Dopo aver accettato la proposta di Andy Murray, disse di lui all'inizio di gennaio: "Sta vivendo la mia situazione di quando avevo 24 anni. Avevo dei problemi, scelsi  Tony Roche che cambiò la mia carriera. Spero di poter fare la stessa cosa per Andy, di fargli vincere degli slam". Da allora è l'osservato speciale tra i coach, comunque il più taciturno del circuito. Oggi, occhiali scuri parcheggiati sulla fronte, non ha mai dato alcun segno d'emozione nel corso di una partita che era la prima chance di realizzare il suo programma. Come quando in campo era lui. Gelido.  Alla fine del match, però, mentre Andy piangeva come una fontana, s'è commosso anche lui. Ha perso, hanno perso ma il futuro è nelle mani di Ivan e di Andy.

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