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L'emozione di Lorenzi
nello stadio dei grandi

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Tra vent'anni, i padri lo indicheranno ai figli: "... guardatelo bene quello lì sul campo 2, è uno che ha giocato sul centrale di New York contro Djokovic, era fortissimo, si chiama Lorenzi, Paolo Lorenzi". Sì, perché a furia di challenger e futures ieri il mancato medico senese è arrivato, a 30 anni suonati, a sfidare il numero 2 del mondo nel catino dell'Arthur Ashe Stadium. Felicità pura e tanti timori reverenziali, con sprazzi di classe apprezzati da Nole, felice per la buona sessione d'allenamento di 73 minuti. Il risultato è marginale, sappiate solo che Paolo due-game-due li ha meritatamente conquistati.

Oltre a Lorenzi, dei dieci piccoli italiani agli US Open quattro - Volandri, Burnett, Giorgi e Schiavone - stanno già facendo progetti vacanzieri per il lungo riposo forzato. Cipolla, Fognini, Vinci ed Errani vanno al secondo turno. Oggi l'ultimo dei nostri, Seppi, scende in campo contro Tommy Robredo, ombra del campione che fu: può farcela.

Mi spiace che, avendo deciso di seguire da vicino le nostre due giocatrici più titolate in gara, ho potuto solo sbirciare punteggio e statistiche del lungo match tra Fabio Fognini e il veterano francese Edouard Roger-Vasselin, 28 anni, ATP 104 e mai arrivato tra i primi cinquanta al mondo. Battaglia vera, mi dicono, come certifica il risultato a vantaggio del ligure, 3-6 5-7 6-4 6-4 7-5, che speriamo possa chiudere qui la serie di capitomboli di una stagione da dimenticare che l'ha visto precipitare giù giù fino al gradino 59 del ranking, costringendolo alle qualificazioni a Toronto e a Cincinnati.

Le ragazze, dicevo. Quand'era comparsa all'orizzonte qualche mese fa avevo pensato fosse rumena, francese o belga di origine centrafricana, con quel cognome con tre u. Invece no, Garbine Muguruza è nata a Caracas da padre spagnolo e madre venezuelana. Ora vive a Barcellona e dunque gioca per la bandiera giallo e e rossa del regno su cui, ai tempi di Carlo V, non tramontava mai il sole. Diciott'anni, somiglia a Ana Ivanovic, cioè è altrettanto alta (183 centimetri contro i 184 della serba ex numero 1) e molto bella: che nel tennis, a lungo andare, non sempre è un vantaggio. Ha un gioco aggressivo e potente, con una netta propensione ad incrociare per poi scendere a rete e chiudere. Dispone di un servizio pesante da far impallidire Volandri. Ovviamente, così il tasso di errore tende a salire molto.

A Flushing Meadows, all'esordio nel tabellone principale di un grande torneo (quest'anno non aveva superato le qualificazioni al Roland Garros, a Wimbledon, a Cincinnati e a New Haven), Garbine ha voluto dimostrare che l'attuale ranking WTA - è la numero 98 - le va stretto. Per farlo, ha messo a dura prova la numero 1 italiana e 10 WTA, Sara Errani, costretta al terzo set sul campo 13, defilato ma affollatissimo. Vinto il primo per 6-3 con parecchio affanno, nel secondo la romagnola s'è trovata sotto per 6-2 nel tie break, ha recuperato fino al 6 pari grazie ai doppi falli e agli errori dovuti all'emozione della giovane avversaria che però ha poi ritrovato sicurezza e chiuso sull'8-6. A conferma dell'aggressività della spagnola c'è la conta degli attacchi sottorete nei primi due set: 23 contro i 3 di Sara; 50 gli errori gratuiti contro 14.

Nel terzo set l'esperienza ha avuto la meglio: Garbine sembrava Sara alla sua età, sei anni fa, quando non riusciva a trovare la giusta concentrazione nei momenti cruciali. 6-1 in venti minuti, con acuto urlo finale della nostra ad esorcizzare la paura dopo il 6-7 del secondo set. Comunque, io ho ben memorizzato Garbine Muguruza, che non sarà una meteora del circuito.

Mentre Errani intascava il passaggio al secondo turno così da fare il paio con la sodale di doppio Roberta Vinci che lunedì aveva regolato 6-1 6-1 in meno di un'ora la polacca Urszula Radwanska, sul cemento blu del Louis Armstrong Stadium si consumava il dramma della decana del tennis italiano, Francesca Schiavone, opposta alla nuova beniamina di New York, Sloane Stephens, classe 1993, numero 44 del ranking ATP, vale a dire un gradino sotto Urszula. La milanese, molto nervosa, perdeva malamente il primo set (6-3), che la ragazza di Fort Lauderdale conduceva con consumata saggezza, senza mai rischiare. Nel secondo set Francesca andava avanti di un break ma poi lasciava a Sloane quattro giochi consecutivi e - proprio servizio, sotto 5-3 - le concedeva un primo match ball. Recuperava breakkando di nuovo l'americana. Francesca aveva anche l'occasione per andare sul 5 pari ma la sprecava. Bellissimo il lungolinea di rovescio dell'americana che sanciva il 6-4 finale. Ancora una volta la vincitrice del Roland Garros 2010 ha sofferto oltremisura la superficie veloce degli US Open, lo stessa su cui Roberta, che la scorsa settimana ha vinto il torneo di Dallas contro Jelena Jankovic, e Sara sembrano più a proprio agio. Ormai sono loro due, la tarantina e la romagnola, le prime della classe azzurra.
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