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Arthur Ashe Stadium
Il luogo degli addii

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C'è un  posto per ritirarsi, per lasciare il Grande Tennis, che sia meglio di tutti gli altri possibili? Secondo Kim Clijsters, sì: è l'Arthur Ashe Stadium di Flushing Meadows. La pensava così anche Andre Agassi, che disputò qui sua ultima partita da top player nel 2006, il 3 settembre, contro il tedesco Benjamin Becker al terzo turno, anche se nei suoi ricordi fu il match precedente, con il cipriota Marcos Baghdatis, quello dell'addio vero (leggete "Open", se ancora non l'avete fatto).

Kim e Andre hanno entrambi buoni motivi per amare l'Arthur Ashe Stadium: lei ha vinto qui tre volte gli US Open, nel 2005, nel 2009 e nel 2010, con una striscia di 22 vittorie consecutive interrotta ieri; lui ci ha trionfato solo nel 1999 (quando nel 1994 sconfisse Michael Stich le finali si giocavano ancora nel Louis Armstrong Stadium) ma è su quel campo che, anno dopo anno, è diventato il tennista più adorato di sempre dal pubblico di New York. E' un catino speciale, con un fascino inferiore solo a quello del campo centrale di Wimbledon, enorme eppure capace  di far sentire ai giocatori il respiro e l'adrenalina dei 22mila spettatori.

Ieri a vedere Kim erano però molti meno, perché nessuno s'aspettava che la sua ultima partita potesse essere con la numero 89 al mondo, una ragazzina di belle e giustificate speranze, di passaporto britannico, cresciuta in Australia. Insomma, doveva essere un incontro quasi di routine: per questo alla fine l'applauso non è stato di quelli che entrano nella storia. Anche l'organizzazione del torneo, di solito impeccabile, è sembrata colta di sorpresa

La belga, 29 anni, aveva annunciato da tempo che gli US Open 2012 sarebbero stati il suo ultimo torneo. Superato agevolmente il primo turno (6-3 6-1) con la sedicenne americana Victoria Duval, al secondo le è capitata la migliore esemplare del rinascente tennis britannico, Laura Robson, classe 1994, secondo i giornalisti londinesi destinata a seguire le orme di Andy Murray, con il quale ha peraltro già vinto in doppio la medaglia d'argento alle Olimpiadi tre settimane fa. Kim inizia al meglio: veloce nonostante l'evidente sovrappeso, lucida e precisa negli scambi, implacabile nelle accelerazioni, come sempre una fuoriclasse nei recuperi. Routine, appunto, come dimostra il parziale di 5-2 nel primo set. Poi il meccanismo s'inceppa e Robson non sbaglia né subisce più il gioco dell'avversaria, recupera e si guadagna il tie break, che vince facendo sfoggio di colpi davvero impressionanti, tra cui due risposte vincenti lungolinea di diritto e di rovescio (è mancina) su servizio della belga.

Dopo un break ottenuto e sùbito restituito, Clijsters è costretta a inseguire nel secondo set. Robson ha due match point sul 6-5 ma li spreca per inesperienza. Di nuovo tie break. L'ultimo colpo della grande carriera della belga è un rovescio che finisce lungo sul servizio di Laura. Una sconfitta - 6-7 6-7 da un'avversaria che è facile prevedere tra le Top Ten a breve - su cui le sarà difficile recriminare. Avesse vinto, al terzo turno avrebbe affrontato Na Li, che nel suo palmares ha uno Slam: ma va bene così. 

Kim se ne va dal campo senza tradire un'emozione speciale: forse perché aveva già lasciato il tennis per due anni tra il 2007 e il 2009, per la maternità. Intervistata da ESPN dopo la gara dice: "Sono felice di aver giocato la mia ultima partita in questo stadio. Ho dato tutto il possibile anche se ho perso. Ora comincia una nuova parte della mia vita. Con la mia famiglia. Sono tornata a giocare nel 2009 (più forte di prima, con il fulmineo trionfo di Flushing Meadows ndr) ed è stato qualcosa di straordinario. Il merito è di chi mi ha seguito. Grazie a tutti".

E' vero. Kim è una donna positiva, ha una bambina, Jada Elly, e un marito americano Brian Lynch, amatissimo, che ieri sembrava disperato per l'epilogo inatteso del match. Ha, soprattutto, tutta una vita davanti per usare al meglio i premi accumulati in tredici anni di professionismo: con 41 titoli WTA, solo le sorelle Williams hanno guadagnato più di lei. Delle quattro grandi tenniste del terzo millenio - due americane, Venus e Serena; due belghe, Justine Henin e lei - Clijsters è sicuramente la più solare, quella che a un tennis divertente ha accoppiato una capacità di comunicare le proprie emozioni che Azarenka, Kvitova, Sharapova non possiedono né possiederanno mai.
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