Per me da oggi è primavera. Che festeggio spazzolando via la naftalina e un po' di polvere dalla rubrica tennistica generosamente ospitata da repubblica.it. È primavera perché con gli Australian Open finisce davvero
il lungo letargo invernale, pigramente anticipato per alcuni dai "piccoli" tornei post-natalizi ATP e WTA di Brisbane, Shenzhen, Doha, Chennai, Sydney, Auckland, Hobart. Roba che non scatena entusiasmi, buona per scaldare i muscoli, oliare le articolazioni, riprendere confidenza con il clima agonistico. (Per i miei amici che vivono di architettura e tennis, giornalismo e tennis, ortopedia e tennis sbaglio io: le partite giocate agli
antipodi vanno sezionate ed esaminate - dicono - come gli aruspici facevano con il fegato e gli intestini degli animali per trarne indicazione sul futuro. Mi saranno d'aiuto).
Mi sono limitato a sbirciare alcuni turni a Chennai approfittando della circostanza d'aver trascorso i primi dieci giorni dell'anno in India. Dove ho scoperto che la passione per il tennis è inferiore solo a quella per il cricket. I giornali locali riempiono una, a volte due pagine con risultati e analisi. Ogni giorno. I giocatori sono superstar mediatiche, in particolare i doppisti Leander Paes, Mahesh Bhupathi e Rohan Bopanna e i singolaristi Sania Mirza e Somdev Devvarman. I canali televisivi dedicano al tennis molto più spazio e tempo di quanto non accada da noi. La sconfitta nei quarti di Tomas Berdych per mano dello spagnolo Roberto Bautista Agut a Chennai ha
scatenato una tempesta perfetta di commenti da cui il ceco è uscito, come spesso gli capita, malconcio.
Torniamo a Melbourne. Da oggi dunque si fa sul serio. Non è inciampato nessuno dei migliori, con l'eccezione dell'argentino Juan Monaco, numero 11 del seed, messo sotto 7-6 6-1 6-1 dal russo Alex Kuznetsov, ucraino naturalizzato americano, addirittura ATP 219.
Per i sei italiani, sfiorata l'ecatombe (che nella Grecia di Omero era l'uccisione rituale di mandrie per ingraziarsi gli dei: i sacrifici dei nostri tennisti probabilmente non sono graditi su all'Olimpo dei gesti bianchi). La delusione maggiore è venuta ancora una volta da Fabio Fognini che ha trovato sulla sua strada quel Bautista Agut che comunque a Chennai s'era arreso solo in finale con il top ten Janko Tipsarevic. Perso malamente 6-0 il primo set, il ligure ha ritrovato il minimo di concentrazione necessario per prendersi il secondo (6-2). Poi, l'altalena: 6-4 per lo spagnolo (24 anni, ATP 56), 6-3 per l'azzurro (25 anni, ATP 47). Grande equilibrio, insomma, fino all'inizio del quinto set, quando Fognini è andato in totale confusione e s'è aggiudicato un solo game. Fuori.
Commovente come sempre Paolo Lorenzi. Il suo avversario Kevin Anderson, sudafricano, è tra i più esperti del circo, ma il senese-romano l'ha affrontato con lo spirito di sempre: a' la guerre comme a' la guerre. E si è arreso dopo quasi tre ore (3-6 7-6(3) 6-3 6-4).
Simone Bolelli ha fatto quel che ha potuto contro la rivelazione della seconda parte della scorsa stagione, il polacco Jerzy Janowicz, secondo me destinato a fare molta strada anche nella terra dei canguri, alto e potente com'è. Le statistiche dell'incontro (che non ho seguito: 7-5 6-4 6-3) sono impietose: vedono soccombere il bolognese ovunque, a dimostrazione delle molte categorie tennistiche che lo dividono oggi dal giovane polacco.
Senza storia il match tra Flavio Cipolla e l'esperto tedesco Tobias Kamke, 90 del ranking ATP, che ha avuto un solo una pausa nel secondo set quando è stato sotto per 1-4. Poi, per lui una passeggiata: 6-1 6-4 6-1.
Le donne. Karin Knapp è partita bene contro la ventenne Maria Joao Koehler, poi s'è incartata lasciandosi sfuggire l'occasione del break nel secondo set. Nel terzo, forse, ha patito il caldo più della mancina portoghese. Nonostante il 3-6 6-3 6-4, la sudtirolese è sembrata in crescita. Camila Giorgi, che era arrivata in Australia con la volontà di dimostrare di valere il posto 74 appena raggiunto nel ranking WTA, ha invece sbracato senza scusanti contro la ultratrentenne e ultraTop100 Stephanie Foretz Gacon, che le ha inflitto una lezione (6-2 6-3) a base di regolarità e di resistenza. Soprattutto, la francese non ha sbagliato mai, la nostra invece sì. Troppo.
Mail [email protected]
Twitter @claudiogiua
il lungo letargo invernale, pigramente anticipato per alcuni dai "piccoli" tornei post-natalizi ATP e WTA di Brisbane, Shenzhen, Doha, Chennai, Sydney, Auckland, Hobart. Roba che non scatena entusiasmi, buona per scaldare i muscoli, oliare le articolazioni, riprendere confidenza con il clima agonistico. (Per i miei amici che vivono di architettura e tennis, giornalismo e tennis, ortopedia e tennis sbaglio io: le partite giocate agli
antipodi vanno sezionate ed esaminate - dicono - come gli aruspici facevano con il fegato e gli intestini degli animali per trarne indicazione sul futuro. Mi saranno d'aiuto).
Mi sono limitato a sbirciare alcuni turni a Chennai approfittando della circostanza d'aver trascorso i primi dieci giorni dell'anno in India. Dove ho scoperto che la passione per il tennis è inferiore solo a quella per il cricket. I giornali locali riempiono una, a volte due pagine con risultati e analisi. Ogni giorno. I giocatori sono superstar mediatiche, in particolare i doppisti Leander Paes, Mahesh Bhupathi e Rohan Bopanna e i singolaristi Sania Mirza e Somdev Devvarman. I canali televisivi dedicano al tennis molto più spazio e tempo di quanto non accada da noi. La sconfitta nei quarti di Tomas Berdych per mano dello spagnolo Roberto Bautista Agut a Chennai ha
scatenato una tempesta perfetta di commenti da cui il ceco è uscito, come spesso gli capita, malconcio.
Torniamo a Melbourne. Da oggi dunque si fa sul serio. Non è inciampato nessuno dei migliori, con l'eccezione dell'argentino Juan Monaco, numero 11 del seed, messo sotto 7-6 6-1 6-1 dal russo Alex Kuznetsov, ucraino naturalizzato americano, addirittura ATP 219.
Per i sei italiani, sfiorata l'ecatombe (che nella Grecia di Omero era l'uccisione rituale di mandrie per ingraziarsi gli dei: i sacrifici dei nostri tennisti probabilmente non sono graditi su all'Olimpo dei gesti bianchi). La delusione maggiore è venuta ancora una volta da Fabio Fognini che ha trovato sulla sua strada quel Bautista Agut che comunque a Chennai s'era arreso solo in finale con il top ten Janko Tipsarevic. Perso malamente 6-0 il primo set, il ligure ha ritrovato il minimo di concentrazione necessario per prendersi il secondo (6-2). Poi, l'altalena: 6-4 per lo spagnolo (24 anni, ATP 56), 6-3 per l'azzurro (25 anni, ATP 47). Grande equilibrio, insomma, fino all'inizio del quinto set, quando Fognini è andato in totale confusione e s'è aggiudicato un solo game. Fuori.
Commovente come sempre Paolo Lorenzi. Il suo avversario Kevin Anderson, sudafricano, è tra i più esperti del circo, ma il senese-romano l'ha affrontato con lo spirito di sempre: a' la guerre comme a' la guerre. E si è arreso dopo quasi tre ore (3-6 7-6(3) 6-3 6-4).
Simone Bolelli ha fatto quel che ha potuto contro la rivelazione della seconda parte della scorsa stagione, il polacco Jerzy Janowicz, secondo me destinato a fare molta strada anche nella terra dei canguri, alto e potente com'è. Le statistiche dell'incontro (che non ho seguito: 7-5 6-4 6-3) sono impietose: vedono soccombere il bolognese ovunque, a dimostrazione delle molte categorie tennistiche che lo dividono oggi dal giovane polacco.
Senza storia il match tra Flavio Cipolla e l'esperto tedesco Tobias Kamke, 90 del ranking ATP, che ha avuto un solo una pausa nel secondo set quando è stato sotto per 1-4. Poi, per lui una passeggiata: 6-1 6-4 6-1.
Le donne. Karin Knapp è partita bene contro la ventenne Maria Joao Koehler, poi s'è incartata lasciandosi sfuggire l'occasione del break nel secondo set. Nel terzo, forse, ha patito il caldo più della mancina portoghese. Nonostante il 3-6 6-3 6-4, la sudtirolese è sembrata in crescita. Camila Giorgi, che era arrivata in Australia con la volontà di dimostrare di valere il posto 74 appena raggiunto nel ranking WTA, ha invece sbracato senza scusanti contro la ultratrentenne e ultraTop100 Stephanie Foretz Gacon, che le ha inflitto una lezione (6-2 6-3) a base di regolarità e di resistenza. Soprattutto, la francese non ha sbagliato mai, la nostra invece sì. Troppo.
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