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Le cementate ragioni
della disfatta azzurra

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Almeno quella volta Caporetto arrivò quando la guerra già aveva due anni e mezzo, i fanti erano sfiniti da inverni glaciali e trincee colme di fango, da attacchi all'arma bianca, da bombardamenti inesausti, da generali incapaci e pavidi. La piccola Caporetto di ieri - sei italiani fuori dallo Slam australiano su sei scesi in campo, quattro set vinti contro sedici persi, la sensazione che nessun match sia mai stato veramente in bilico - è piombata sul tennis italiano nel giorno d'avvio dell'Open, quando tutti più o meno hanno alle spalle stessi fusi orari attraversati, simili allenamenti nei tornei tra emirati arabi e Nuova Zelanda, analoghe paure e speranze. Nessuna scusante, dunque, se non la sempre meno spendibile, anno dopo anno: non siamo capaci di giocare sul cemento. Anche gli spagnoli, i francesi, i tedeschi giocano più spesso sul clay che sull'hard, eppure quando vanno in campo a Flushing Meadows o Melbourne Park non hanno alcun timore ad affrontare americani e australiani cresciuti senza impolverarsi mai le scarpe di rosso. La FIT, poi, da qualche anno sta portando avanti con decisione la campagna Campi Veloci, finalizzata proprio a far crescere la dimestichezza dei nostri giovani talenti con il cemento, ma appare evidente che i risultati arriveranno solo qualche anno, con la generazione di Gianluigi Quinzi. Forse.

Se è vero che siamo competitivi solo sulla terra rossa, per otto mesi l'anno dobbiamo rassegnarci a ruoli di secondo piano: la stagione a noi favorevole è breve, dura tra primavera ed estate e prevede un solo Slam, il Roland Garros, tre Masters 1000, Montecarlo, Madrid e Roma, altrettanti ATP 500, cioè Acapulco, Barcellona e Amburgo, e sedici ATP 250. Ventitré titoli in palio, complessivamente. Mentre il calendario sul cemento comprende, oltre ai due Slam, la finale londinese del Masters, sei Masters 1000, otto ATP 500, venti ATP 250. Totale 37. Per tacer dell'erba, dove la situazione per gli italiani non migliora.

Oggi è andata appena meglio rispetto a ieri. Per carità, niente da spartire con la "fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento", come si legge sulle lapidi apposte nei comuni e nelle caserme d'Italia in ricordo del riscatto ottenuto poco più un anno dopo Caporetto, tra ottobre e novembre 1918. È andata appena meglio ma avrebbe dovuto andare benissimo perché era il giorno dei nostri migliori, Errani, Schiavone, Vinci, Seppi più l'immarcescibile Filippo Volandri. Macché.

La delusione vera è stata Sara sulla Margaret Court Arena. La romagnola, che l'anno scorso era arrivata ai quarti, ha impiegato un'ora e mezzo per cedere per 6-4 6-4 all'amica valenciana Carla Suarez-Navarro il passaggio al secondo turno. I numeri ingannano: Errani non è mai stata in gara, fallosa, poco lucida, soprattutto in difficoltà sul servizio. Due volte l'anno le capitano giornate così, forse meglio adesso che - appunto... - quando si giocherà sulla terra.

Margaret Court amara anche per Francesca Schiavone, alla quale però non si può rimproverare nulla, dato che di fronte aveva la numero 8 del mondo Petra Kvitova. La milanese ha giocato come non le riusciva da tempo, soprattutto nel secondo set che ha letteralmente dominato. Davvero a quel punto ho creduto nel miracolo, ma il fisico poi ha tradito Francesca, provata dal gran caldo pomeridiano. La ceca ha chiuso sul 6-4 2-6 6-2.

Con il francese Gilles Simon, ATP 14, Filippo Volandri non s'era certo fatto illusioni alla vigilia. Libero da responsabilità, ha giocato in scioltezza contro la testa di serie numero 14 di questi Open. S'é preso con autorevolezza il primo set, poi ha dignitosamente lottato nonostante il solito evidente limite nel servizio (un ace contro otto) e i troppi errori non forzati. E' finita 2-6 6-3 6-2 6-2.

Infine, i due superstiti degli undici italiani di Melbourne. Andreas Seppi - l'unico nostro connazionale maschio con un posto tra le teste di serie (21) - se l'è vista con il coriaceo argentino Horacio Zeballos, che gli ha consentito di fare una buona seduta d'allenamento. Nulla di più, come rendicontano quanto mostrato ai pochi spettatori sulla Court 13 e il risultato: 6-2 6-4 6-2. Il sudtirolese di Bordighera mi è sembrato in eccellenti condizioni, quelle che tra un paio di giorni gli serviranno per aver ragione di Denis Istomin, russo, ATP 50, che l'anno scorso l'aveva buttato fuori dal torneo piú importante, i Championships londinesi, al termine di un angosciante primo turno: 6-7 6-4 3-6 6-3 8-6. Nei tre altri precedenti confronti, Andreas aveva sempre prevalso agevolmente, a Roma nel 2012, a Kitzbuehel e a Sydney nel 2011.

Infine Roberta Vinci, testa di serie numero 16, che aveva tutti i pronostici a favore contro la spagnola Silvia Soler-Espinosa. E li ha rispettati: 6-3 7-5. E' di quelle che non tradiscono mai.

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@claudiogiua