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La fame di gloria (e soldi)
di Janowicz e Devvarman

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Nella frase "il match non è affatto appassionante, ma Federer resta un genio del tennis" prevale la noia per la brutta partita o l'ammirazione per lo svizzero? Onestamente, non saprei dirlo. IBM e Tennis Australia, sì. Che se trovano un tweet di questo tono in rete, lo categorizzano e lo usano insieme a migliaia d'altri per misurare, cito dal comunicato ufficiale, "la popolarità dei campioni grazie a quel che di loro si dice nei social network". L'esperimento è frutto dell'accordo tra la storica multinazionale dei computer e la federazione tennistica australiana e sta andando avanti in questi giorni a Melbourne. Il "predictive tool", lo strumento per fare previsioni, pare sia molto accurato. Ne parlo qui in quanto queste faccende mi preoccupano. Perché se ora l'obiettivo è "un ranking sociale dei giocatori da pubblicare sul sito ufficiale degli Open" a beneficio dei giornalisti, in un futuro più che prossimo lo stesso criterio potrebbe essere utilizzato per qualsiasi ambito, dalla politica alle comunità aziendali. Non mi piacerebbe finire ultimo nel ranking sociale del Gruppo Espresso.

Non so che cosa il predictive tool sociale dell'IBM annunciasse ieri su Somdev Devvarman e Jerzy Janowicz, l'indiano e il polacco oggi  protagonisti di un bel secondo turno. Il match però m'intrigava per ragioni non solo agonistiche. Devvarman, 27 anni, ha una storia esemplare. Nato ad Assam, tennisticamente cresciuto a Chennai, nel 2005 si trasferisce in America grazie a una borsa di studio. Per la Virginia University gioca nel campionato universitario battendo gente come John Isner. Si laurea in sociologia e solo dopo, nel 2008, diventa professionista. In campo ricorda un po' Volandri, purtroppo anche nel servizio per nulla devastante. Nel 2010 è già numero 62 al mondo, diventa il Davisman di punta dell'India, vince le medaglie d'oro in singolare e doppio ai giochi asiatici. Dalle sue parti, una star assoluta. Poi, i guai alla spalla, la lunga sosta, il rapporto non facile con i media indiani. Precipita nelle classifiche, si ritrova giù giù al numero 10 del suo paese, oltre quota 500 al mondo. Ma la classe c'è, la voglia di rimettersi in piedi anche. Come ha dimostrato oggi sul campo 8 contro Jerzy Janowicz, testa di serie numero 24. Il polacco ha solo 22 anni ma è diventato professionista un anno prima di Devvarman. È lui la grande sorpresa del 2012. Entra nel tabellone principale di Wimbledon dalle qualificazioni e arriva al terzo turno. Al Masters 1000 di Bercy, in ottobre, passa le quali e batte tre top 20 e due top 10 prima di cedere in finale a David Ferrer in cinque set. Fa un salto spettacolare nel ranking tanto da arrivare a Melbourne con addosso il numero 26 del ranking ATP, appena dietro il nostro miglior giocatore, Andreas Seppi. Era dai tempi di Fibak, cioè la prima metà degli anni ottanta, che un polacco non arrivava così in alto in classifica.

Queste le premesse. Che il match non ha tradito. L'indiano ha imposto il suo gioco fantasioso nei due set iniziali (7-6 6-3 a suo favore). Il primo è durato 79 minuti ed è stato segnato dal nervosismo del polacco, che ha maltrattato la racchetta e gettato una bottiglia d'acqua in campo durante una pausa. Il tie break s'è chiuso sul 12-10. Nel secondo set, Devvarman è apparso ancora più sicuro di sé, in grado di controllare il gioco senza fatica, anche grazie alla fallosità dell'avversario.

La musica è cambiata nel terzo e quarto set, dominati (6-1 6-0) dalla potenza fisica di Janowicz, in particolare nel servizio scagliato dall'alto dei suoi due metri sempre oltre i 195 all'ora, con punte a 221. Di nuovo molto combattuto il quinto decisivo set, durato un'ora, che il giovane polacco s'è preso di forza (7-5) all'ultimo tuffo, con un diritto inesorabile. Che è stato l'ultimo dei suoi 91 vincenti, compensati, in negativo, da 88 errori non forzati: una performance che deve migliorare se vuole avere qualche chance di passare il terzo turno, che lo vedrà impegnato contro il numero 10 del seed, Nicolas Almagro.

In ogni modo, Jerzy e Somdev hanno dimostrato di meritare la grande attenzione dei media. E la mia. Il polacco perché non nasconde di voler entrare nell'Olimpo dei migliori venti già qui in Australia (mica facile), l'indiano perché sta tornando ad essere l'idolo delle centinaia di milioni di connazionali che seguono la sua carriera di scalate cadute resurrezioni che prima o poi, vedrete, finiranno immortalate in un filmone di Bollywood.

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@claudiogiua